venerdì 10 febbraio 2012

Die 10 februarii - S. Scholasticæ V., Sororis S.P.N. Benedicti


Cristo in maestà tra due santi e i santi Mauro, Benedetto e Scolastica (scuola benedettina sec. XIII, particolare)

Sorella e discepola di san Benedetto

Conveniva che la grande ed austera figura di san Benedetto ci apparisse addolcita dagli angelici tratti della sorella, che nella sua profonda sapienza, la divina Provvidenza volle accanto a lui per esserne la fedele cooperatrice. La vita dei santi presenta spesso tali contrasti, come se il Signore volesse farci intendere che, al di sopra delle regioni della carne e del sangue, esiste un legame per le anime che le unisce e le rende feconde, le tempra e le completa. Così, nella patria celeste, gli Angeli delle diverse gerarchie sono congiunti da mutuo amore, di cui il Signore è il nodo, e godono eternamente le dolcezze d’una tenera fratellanza.
La vita di Scolastica trascorse quaggiù senza lasciarci altra traccia che il suggestivo ricordo della colomba, che, levandosi verso il cielo, avverti san Benedetto che lo precedeva di alcuni giorni nella eterna felicità. È l’unico episodio che ci resta di questa Sposa di Cristo, unitamente al racconto che ci fa san Gregorio Magno, in cui riproduce il colloquio avvenuto tra fratello e sorella tre giorni prima che questa fosse chiamata alle nozze celesti. Ma quali meraviglie ci rivela questa scena incomparabile! Chi non comprenderà facilmente l’anima di Scolastica dalla graziosa semplicità dei suoi desideri, dalla dolce e forte fiducia in Dio, dall’ineffabile felicità con la quale trionfa sul fratello, chiamando Dio stesso in suo aiuto?

La potenza dell’amore

Ma dove, dunque, la fragile vergine attinse quella forza che la rese capace di resistere all’insistenza del fratello, nel quale essa riveriva il suo maestro e il suo oracolo? Chi l’avvertì che la sua preghiera non era temeraria, e che poteva esservi in quel momento qualcosa di meglio della severa fedeltà alla Regola che Benedetto aveva scritta e doveva osservare con l’esempio? Ci risponde san Gregorio: “Non meravigliamoci, egli osserva, che una sorella che da tanto tempo ardeva dal desiderio di vedere il fratello, abbia avuto in quel momento più potere di lui sul cuore di Dio; poiché, secondo la parola di san Giovanni, Dio è amore, ed era giusto che colei che amava di più si mostrasse più potente di quegli che amava di meno”.

La carità fraterna

Santa Scolastica, perciò, sarà in questi giorni l’apostola della carità fraterna. Ella ci spingerà all’amore dei nostri simili, che Dio vuole risvegliare in noi, mentre noi c’industriamo a ritornare a lui. La solennità pasquale ci chiamerà a uno stesso banchetto, dove ci nutriremo della medesima vittima della carità. Prepariamo subito la veste nuziale, perché colui che ci invita vuole vederci tutti uniti nella sua casa (Sal 67).

Semplicità della colomba

Come fu rapido il tuo volo, quando, staccandoti da questa terra d’esilio, ti slanciasti verso Dio. L’occhio del fratello ti seguì per un istante; poi ti perdette di vista; ma l’intera corte celeste trasalì di gioia nel vederti entrare. Ora tu sei alla sorgente di quell’amore che sovrabbondava nel tuo cuore: dissetati eternamente a questa fonte di vita, e che il tuo soave candore sia sempre più puro e rifulgente, in compagnia delle altre vergini che formano la corte dell’Agnello.
Ricordati, però, di quella terra che fu per te, come è per noi, il luogo della prova dove meritasti tanto onore. Timida davanti agli uomini, semplice e innocente, tu ignoravi a che punto “feristi il cuore dello Sposo”. Trattavi con lui con l’umiltà e la confidenza di un’anima mai turbata da rimorso alcuno, ed egli s’arrendeva ai tuoi desideri con amabile condiscendenza. Benedetto, carico d’anni e di meriti, assuefatto a vedere la natura obbediente ai suoi comandi, fu vinto da te, in una lotta in cui la semplicità aveva visto più lontano della profonda saggezza.

Grandezza dell’amore

Chi dunque ti aveva svelato, o Scolastica, il senso sublime che in quel giorno ti fece apparire più saggia di quel grande uomo scelto da Dio ad essere la regola vivente dei perfetti? Fu quegli stesso che elesse Benedetto come una delle colonne della Religione. E lo fece per mostrarci che la pura carità vale molto di più ai suoi occhi della più rigorosa fedeltà alle leggi. Queste non sono fatte che per essere di aiuto a guidare gli uomini al fine cui il tuo cuore già mirò. Benedetto, l’amico di Dio, comprese, e ben presto, riprendendo la celeste conversazione, le vostre anime si fusero nella dolcezza di quell’amore increato, che s’era rivelato a voi con tanta meraviglia e tanta gloria di sé. Ma tu eri ormai matura per il cielo; il tuo amore non aveva più nulla di terreno: ti attirava in alto. Ancora poche ore, e la voce del Signore ti farà sentire le parole della Cantica, che lo Spirito Santo sembra aver dettate per te: “Alzati, affrettati, o mia diletta, o mia colomba, o mia bella, e vieni; mostrami il tuo viso, risuoni la tua voce nelle mie orecchie, che la tua voce è soave e leggiadro il tuo viso” (Ct 2,10,14).

Preghiera per tutti...

Nel lasciare questa terra non dimenticarci! Le anime nostre sono destinate a seguirti, sebbene sian prive del medesimo incanto agli occhi del Signore. Meno fortunate della tua, esse dovranno purificarsi per lungo tempo prima d’essere ammesse nel soggiorno ove contempleranno la tua beatitudine. La tua preghiera obbligò le nubi del cielo a piovere sulla terra: ch’essa ci ottenga le lacrime della penitenza. Le tue delizie consistevano nella conversazione intorno alle cose eterne: rimuovi le nostri futili e nocive: facci gustare quelle nelle quali le anime nostre aspirano ad unirsi a Dio. Tu trovasti il segreto di quella fraterna carità, il cui sentimento è un profumo di virtù che allieta il cuore di Dio: apri i nostri cuori all’amore verso i fratelli; elimina la loro freddezza e indifferenza, onde possiamo scambievolmente amarci come Dio vuole che ci amiamo.

... per l’ordine monastico

Ricordati dell’albero sotto i cui rami si rifugiò la tua vita. Il chiostro benedettino t’invoca non solo come la sorella, ma anche come la figlia del suo augusto Patriarca. Dall’alto dei cieli contempla i resti dell’albero, un tempo sì vigoroso e fecondo, all’ombra dei quale le nazioni dell’Occidente si riposarono per lunghi secoli. In ogni parte la scure distruggitrice dell’empietà si divertì a colpire: rami e le radici. Ovunque sono rovine, che coprono il suolo dell’Europa intera. Ciò nonostante, sappiamo ch’esso dovrà rivivere e che germoglierà di nuovi rami, perché il Signore ha voluto legare la sorte di questo antico albero agli stessi destini della Chiesa. Prega, affinché riviva in esso la prima linfa, proteggi con materne cure le tenere gemme che produce; difendile dalle tempeste, benedicile e rendile degne della fiducia che in esse ripone la Chiesa.

[Dom Prosper Guéranger O.S.B. (1805-1875), L’anno liturgico - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, Edizioni Paoline, Alba 1959, pp. 804-808]

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lunedì 6 febbraio 2012

Die 7 februarii - S. Romualdi Abbatis

Intercessio nos, quæsumus, Domine, beati Romualdi Abbatis commendet: ut, quod nostris meritis non valemus, eius patrocinio assequamur. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum, qui tecum vivit et regnat, in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Quando Romualdo si recò nell’eremo

Mentre nel suo animo l’amore della perfezione cresceva sempre di più di giorno in giorno senza che il suo animo trovasse pace, udì che nella regione di Venezia vi era un uomo spirituale, di nome Marino, che conduceva vita eremitica. E così, con il consenso – ottenuto facilissimamente – dell’abate e dei fratelli, mediante un’imbarcazione giunse presso tale uomo venerabile e con umilissimo fervore dell’animo decise di vivere sotto la sua guida. Marino, fra le altre virtù, era un uomo di animo semplice e della più autentica purezza; egli non era stato assolutamente ammaestrato alla vita eremitica da nessun genere di insegnamento, ma era stato spinto a essa solo dall’impulso della sua buona volontà. Inoltre, egli aveva questa forma di vita: durante tutto l’anno tre giorni alla settimana mangiava la metà di un piccolo pane e un pugnello di fave, e tre giorni invece, con una sobrietà piena di discrezione, prendeva del vino e una pietanza. Ogni giorno cantava l’intero salterio, ma, siccome era inesperto e non era stato per nulla ammaestrato nello stile della vita eremitica – come in seguito lo stesso Romualdo riferirà sorridendone – la maggior parte delle volte, uscendo dalla cella insieme con il discepolo, se ne andava qua e là, salmodiando, per tutta l’estensione dell’eremo, cantando ora sotto un albero, venti salmi, ora sotto un altro trenta o quaranta.
Romualdo, poi, che aveva lasciato il mondo essendo senza istruzione, quando apriva il Salterio a stento riusciva a pronunciare, sillabando, il canto dei versetti che toccavano a lui; e questa umiliazione provocava in lui il malessere insopportabile dell’accidia. Marino, allora, tenendo una verga nella destra, colpiva spessissimo Romualdo, che gli sedeva di fronte, sulla parte sinistra del capo. Dopo molto tempo Romualdo, costretto da una necessità molto forte, disse umilmente: “Maestro, se ciò ti è gradito, d’ora in poi colpiscimi sull’orecchio destro, perché dall’orecchio sinistro sto già perdendo completamente l’udito”. Quegli allora, ammirato della sua così grande pazienza, temperò la severità – priva di discrezione – di quella disciplina.

[San Pier Damiani (1007-1072), Vita beati Romualdi, trad. it. in I Padri camaldolesi, Privilegio d'amore. Fonti camaldolesi. Testi normativi, testimonianze documentarie e letterarie, Edizioni Qiqajon, Magnano (Biella) 2007, pp. 65-155 (pp. 73-74)]


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giovedì 2 febbraio 2012

Una nuova comunità monastica "usus antiquior"



Siamo lieti di annunciare la recente nascita di una nuova comunità monastica nella diocesi francese di Fréjus-Toulon. Il Monastère Saint-Benoît, questo il nome della comunità, è stato inaugurato dal vescovo diocesano, S.E. mons. Dominique Rey che ha eretto la fondazione come associazione pubblica clericale e ne ha approvato gli statuti ad experimentum per un triennio  , nel corso dei primi Vespri dell’Immacolata Concezione, lo scorso 7 dicembre 2011. Mons. Rey ha altresì nominato il padre Aidan (William) Charlton moderatore della comunità.
Il Monastère Saint-Benoît riprendendo le parole della presentazione offerta nel proprio sito Internet intende condurre una vita tradizionale di preghiera, di lavoro e di studio secondo la Regola di san Benedetto:
La nostra vita è centrata sulla celebrazione solenne della santa liturgia secondo la forma venerabile e classica del Rito romano monastico e nutrita mediante il nostro lavoro manuale e intellettuale. L’Ufficio monastico e la santa Messa sono celebrati pubblicamente in latino secondo l’usus antiquior nella bella chiesa parrocchiale.

La comunità si trova nel villaggio di La Garde-Freinet, a 15 km dalla costa mediterranea, in regione provenzale, a nord di Saint-Tropez, fra Nizza e Marsiglia.

Monastère Saint-Benoît
2, rue de la Croix
83680 La Garde-Freinet
France
+33 4 94 96 17 79

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giovedì 12 gennaio 2012

Non siamo più grandi dei nostri Padri

[L’ultimo numero della rivista internazionale 30Giorni dedica un reportage di quindici pagine (anno XXIX, n. 11, dicembre 2011, pp. 31-45) ‒ a firma di Giovanni Ricciardi, e con un ampio servizio fotografico di Massimo Quattrucci ‒ all’abbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux, che trascriviamo integralmente]

All'alba, i monaci di Le Barroux cantano l'Ufficio delle Lodi (fotografia di Massimo Quattrucci)

«La liturgia tradizionale è più ricca di segni che ci ricordano da dove proviene la fede, e ci insegna che noi non siamo più grandi dei nostri Padri, ma trasmettiamo solamente ciò che abbiamo ricevuto».
A Le Barroux, vicino Avignone, da quarant’anni la comunità benedettina fondata da dom Gérard Calvet fiorisce nel segno della stretta osservanza della Regola e dell’amore all’antica tradizione liturgica della Chiesa

Dalle finestre del monastero di Le Barroux il cielo di Provenza è una bandiera celeste tesa al vento. Il mistral lo batte a volte con violenza: in certe giornate d’inverno sulle montagne vicine può soffiare fino a trecento chilometri all’ora. Gli ulivi e le vigne non sembrano soffrirne, ma la vegetazione è per lo più bassa, macchia mediterranea, si direbbe, a parte i cipressi, messi ad arte a ricordare che da queste mura si guarda verso l’alto. Sotto il cielo, come un cono regolare, si erge la massa scura del Mont Ventoux. È qui che il Venerdì Santo del 1336 Francesco Petrarca compì col fratello Gherardo la sua celebre “ascesa”, descritta in una lettera all’amico agostiniano Dionigi di Borgo San Sepolcro, che lo aveva iniziato alla lettura delle Confessioni. Al termine della scalata, il poeta lesse a caso al fratello un passo del libro X, in cui Agostino scrive: «Vanno gli uomini ad ammirare le vette dei monti, le grandi onde del mare e le vaste correnti dei fiumi, il circolo dell’oceano e le orbite degli astri, e non si curano di sé stessi».
Petrarca, nella sua continua lotta fra l’amore delle cose terrene e la nostalgia di quelle del cielo, invidiava a Gherardo, che era frate, quel distacco, quella libertà che gli aveva permesso di salire in cima al monte rapido e leggero, senza il peso che tratteneva in basso il poeta.

Una storia di fedeltà alla Tradizione

Proprio qui, quaranta anni fa, il 22 agosto del 1970, un altro Gherardo, per l’esattezza Gérard Calvet, benedettino francese, giungeva in sella a un motorino, con il suo corredo nel portapacchi, la benedizione dell’abate del monastero da cui proveniva, e si stabiliva nella piccola cappella di Bédoin, consacrata a santa Maria Maddalena. Negli anni turbolenti del postconcilio, desiderava unicamente continuare la sua vita monastica senza dover sottostare a quegli “esperimenti” di rinnovamento dottrinale o liturgico che gli sembravano molto più poveri rispetto alla ricchezza «antica e sempre nuova» della tradizione: preghiera, silenzio, lavoro manuale, funzioni in latino, liturgia tradizionale.
Una scelta di solitudine, la sua, che durò pochissimo. Tre giorni dopo il suo arrivo, a Bédoin si presentò un giovane per chiedere di essere accolto come novizio. Dom Gérard, sorpreso e incerto sul da farsi, rispose che non avrebbe saputo come accoglierlo, ma l’insistenza dell’altro ebbe la meglio. In capo a otto anni si costituì una comunità di 11 monaci: la cappellina, col suo piccolo priorato in rovina, prontamente restaurato, divenne perciò troppo angusta per il nuovo cenobio. Ma la crescita della fondazione, favorita dall’abate di dom Gérard, andava avanti.
L’attaccamento alla liturgia tradizionale in quegli anni si coniugò con una naturale simpatia per le posizioni di monsignor Lefebvre, che nel luglio del 1974 procedette a celebrare le prime ordinazioni dei monaci. Questo fatto suscitò la reazione dell’abate che inizialmente aveva favorito la scelta di dom Gérard, ma che in quel momento gli ordinò di chiudere la sua esperienza monastica. La comunità fu esclusa perciò dalla Congregazione dei Benedettini di Subiaco.
Di fronte a questo aut aut, dom Gérard scelse la via spinosa di continuare la fondazione, addolorato per lo strappo, ma persuaso in cuor suo che l’amore alla secolare tradizione liturgica della Chiesa non potesse trovarsi in contrasto col cuore della fede, con la fedeltà al Papa, e che Dio avrebbe trovato una via per risolvere una situazione canonica divenuta irregolare. Nel 1980 fu dato l’addio a Bédoin e venne posta la prima pietra del nuovo monastero, nel comune di Le Barroux, tra il Mont Ventoux e le “Dentelles” di Montmirail, una costruzione in stile neoromanico, nuda ed essenziale, che fu completata in poco più di un decennio.
Nel frattempo, la frattura tra Lefebvre e la Chiesa si approfondiva, benché dom Gérard continuasse a sperare in una ricomposizione. E così, quando nel 1988 Giovanni Paolo II con il motu proprio Ecclesia Dei venne incontro alle richieste dei cattolici “tradizionalisti”, concedendo loro, sia pure a certe condizioni, di celebrare secondo il rito preconciliare, per il monastero di Le Barroux fu un giorno di festa. Ai suoi monaci dom Gérard aveva sempre detto che se non avessero sofferto per la situazione canonicamente irrisolta del monastero, voleva dire che non amavano davvero la Chiesa. E allorché monsignor Lefebvre, non fidandosi delle offerte di Roma, procedette in quello stesso anno a ordinare alcuni vescovi senza il consenso del Papa, inaugurando di fatto lo scisma, il monastero scelse senza tentennamenti la fedeltà a Roma e la rottura col movimento dell’arcivescovo francese. Dom Gérard pagò quest’attaccamento alla Chiesa vedendosi rifiutato dalla fondazione monastica che nel frattempo Le Barroux aveva avviato in Brasile, la quale preferì restare fedele alla “linea dura” di Lefebvre.
L’anno seguente, il 2 ottobre del 1989, il cardinal Gagnon, accompagnato dal vescovo di Avignone, consacrò solennemente la chiesa del monastero appena terminata. Con questo gesto pubblico, si rendeva visibile la piena unità dell’esperienza di Le Barroux con la Chiesa cattolica.

La vita quotidiana

Nella luce della campagna provenzale oggi il monastero sembra vivere una vita lontana dai fragori delle lotte ecclesiali e delle cronache di quegli anni. Le sue campane accompagnano la vita di un paese che nei primi tempi aveva accolto con diffidenza e sospetto i nuovi venuti. I monaci si alzano nel cuore della notte per recitare in coro il Mattutino, precedono l’alba nelle loro celle per meditare la Scrittura e i testi dei Padri, si ritrovano alle sei nella chiesa del monastero per il canto delle Lodi, poi quelli che tra loro hanno ricevuto l’ordine sacro celebrano agli altari laterali la messa “letta” in latino secondo il Messale romano promulgato nel 1962 da Giovanni XXIII. Qualche fedele entra sfidando il freddo del mattino e s’inginocchia per seguire la celebrazione nel più assoluto silenzio. Poi, tutti si avviano alle opere della giornata.
Il monastero è praticamente autosufficiente. I 52 monaci (alcuni dei quali molto giovani, l’età media è di 46 anni) che oggi costituiscono la comunità (più altri 13 che ne hanno fondata una nuova nel sud-ovest della Francia) vivono unicamente del proprio lavoro, secondo la tradizione benedettina. La terra del monastero produce olio e vino, una panetteria assicura il fabbisogno della comunità e vende biscotti, baguette e dolci alla gente del posto o ai turisti. Da qualche anno il monastero ha aperto anche un frantoio che offre alla comunità rurale il servizio di molitura delle olive, usando due mole di pietra fatte venire appositamente dalla Toscana e mosse da macchine moderne. Anche la tipografia lavora a pieno regime, non solo per stampare i messali con il rito romano tradizionale, ma anche per soddisfare alle esigenze della piccola casa editrice fondata da dom Gérard. La preghiera del Benedicite apre i pasti, vegetariani e consumati in silenzio, con gli ospiti al centro del refettorio, accolti solennemente dall’abate che li saluta lavando loro le mani in segno di accoglienza. Un’accoglienza che prevede anche un ricovero notturno per chi da queste parti non ha un tetto sotto il quale dormire. Nel tempo del pranzo o della cena un monaco legge una lettura spirituale o a volte anche un testo di storia o di carattere più genericamente culturale.

Non siamo più grandi dei nostri Padri

«La liturgia tradizionale è più ricca di segni che ci ricordano da dove proviene la fede, e ci insegna che noi non siamo più grandi dei nostri Padri, ma trasmettiamo solamente ciò che abbiamo ricevuto». Non c’è polemica nelle parole del padre abate Louis-Marie, amico e discepolo di dom Gérard, che gli lasciò il pastorale della comunità nel 2003 dimettendosi cinque anni prima della propria morte. Del resto, l’esperienza della bellezza che proviene da quella liturgia non è esclusivo appannaggio di questo monastero. Altri cenobi adottano oggi in Francia questa forma di preghiera. Spiega ancora l’abate: «Nella Francia secolarizzata, mi disse una volta un vescovo ucraino, sembra di vedere un grande deserto spirituale, ma in questo deserto ci sono delle oasi molto belle». Non soltanto a Le Barroux. Qualcosa si muove, senza più la rigidità degli schemi di vent’anni fa. Il rapporto tra il monastero e la diocesi di Avignone, in cui si trova la fondazione di dom Gérard, non è più teso come un tempo. Il padre abate va ogni anno a concelebrare col vescovo la messa crismale del Giovedì Santo, e molti sacerdoti della diocesi si sono aperti a questa esperienza monastica favorendo dei ponti di comunicazione con la Chiesa francese. Più in generale, ci dice padre Louis-Marie, «la gente sembra attratta qui non solo ed esclusivamente perché vi si celebra secondo il rito romano anteriore al Concilio, ma semplicemente per la bellezza della preghiera monastica, per il canto gregoriano che qui viene eseguito, perché qui la preghiera è vissuta e sentita nella profondità del silenzio, rivolti a Dio».
Ogni anno un centinaio di sacerdoti provenienti per lo più dalla Francia, dall’Italia, dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dall’Olanda, trascorrono a Le Barroux alcuni giorni di ritiro, per parlare coi monaci o per imparare a celebrare la messa secondo l’antico rituale. Il monastero conta circa trecento oblati fra sacerdoti, laici e famiglie che fanno riferimento alla spiritualità benedettina.
Le vocazioni che arrivano a Le Barroux, oggi al ritmo di due o tre all’anno, hanno origini le più disparate. C’è un giovane monaco che proviene dalla carriera militare, un altro che era ingegnere in Cina e ha conosciuto Le Barroux attraverso il sito internet del monastero, un terzo che ha chiesto il battesimo a vent’anni a un prete di Marsiglia e ha poi tentato la via della vocazione in un ordine religioso che però gli era apparso poco “esigente”. E allora quello stesso prete lo ha portato qui «perché uno degli aspetti che attirano le persone in un posto come questo», spiega l’abate, «è una scelta libera di radicalità evangelica». Libero e radicale sono i due aggettivi che risuonano di più fra queste mura. Alcuni lefebvriani, non molti per la verità, si accostano all’esperienza di Le Barroux come a un ponte per un ritorno alla piena comunione con la Chiesa, ma anche perché, osserva l’abate, «nella Fraternità San Pio X sentono di respirare a volte un’aria pesante, caratterizzata da ciò che secondo loro si potrebbe chiamare un certo autoritarismo clericale».
È come se qui si componesse un equilibrio diverso, non fondato sul compromesso, né sulla contrapposizione con altre realtà ecclesiali, ma semplicemente sul ritorno alla Regola di san Benedetto come via per avvicinare il cuore della vita cristiana. «In questi anni», aggiunge il padre abate, «abbiamo potuto constatare che i monasteri che si sono presi la briga di innovare e di rivoluzionare le forme della vita religiosa sono oggi quelli che hanno meno vocazioni in Francia. Io credo che oltre al dinamismo e alla vitalità che vedono in questa comunità giovane, un dono che abbiamo ereditato dal nostro fondatore, i giovani siano attratti a Le Barroux proprio dalla radicalità della scelta per Dio, oltre che dalla bellezza della liturgia che si celebra qui. Ma non è tutto, in fondo non è questo l’essenziale. Io stesso quando sono arrivato qui, e mi sono innamorato di questo luogo, a partire dal suono delle campane, fino alla cura con cui è celebrato l’Ufficio divino, mi sono subito reso conto che la vita monastica altro non è che un olocausto, un’offerta totale di sé a Dio».
A sera, il suono delle campane richiama tutti al Vespro, il momento forse più intimo e insieme solenne della liturgia comunitaria. Mentre la voce della preghiera si diffonde nell’ora del crepuscolo, e l’ombra del crocifisso sopra l’altare si allunga sulla parete di pietra nuda dell’abside, tutto appare improvvisamente più chiaro. E si intendono le parole con cui l’abate conclude questa sua riflessione sul fascino che esercita questo luogo: «Le cose che ho detto sono reali, ma secondarie. L’attrattiva ultima di una vocazione è semplicemente il buon Dio. È per questo che la vocazione, ogni vocazione resta fondamentalmente un mistero».

[Invitiamo i lettori a dare uno sguardo al reportage impaginato e riccamente illustrato direttamente sul sito della rivista, dov’è inoltre possibile scaricare l’intero numero]

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lunedì 19 dicembre 2011

L'ufficio divino con i monaci di Le Barroux

«Non vi è che un problema, uno solo nel mondo: dare agli uomini un significato spirituale. […] Fare piovere su di essi qualcosa che assomigli a un canto gregoriano» (Antoine de Saint-Exupéry [1900-1944], “Lettre au général X”, in Un sens à la vie, Gallimard, Parigi 1956, p. 225).

I monaci dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux hanno lanciato nella settimana che prepara al santo Natale un “regalo” che desiderano condividere. Attraverso l’apposito link interno al sito Internet dell’abbazia, è ora possibile seguire in diretta gli uffici liturgici del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963). Sette volte al giorno, sia attraverso l’applicazione Barroux del proprio iPhone o iPad, o ancora sul proprio computer, sarà possibile unirsi ai monaci di Le Barroux nella grande preghiera liturgica della Chiesa. Gli uffici trasmessi in diretta sono i seguenti:

• Lodi : ore 6:00
• Prima : ore 7:45
• Terza : ore 9:30
• Sesta : ore 12:15

• Nona : ore 14:15
• Vespri : ore 17:30
• Compieta : ore 19:45

Quanti desiderassero potere disporre dei libri liturgici per seguire l’ufficio divino, li possono acquistare nella versione “diurnale monastico” o in singoli libretti per le varie Ore liturgiche del giorno attraverso il negozio online dell’abbazia.

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sabato 26 novembre 2011

Tempus Adventus

Ad matutinum mutanda est pars breviarii

Ad Horas et Compl. tonus hymni de Adv. præterquam in festis.
In Ms. præf. de Adv. etiam in festis, nisi propria assignetur.
Ad Compl. ps. in direc­ tum (et sic per totum Adv. præterquam in Conc. Imm. B.M.V.) A Alma.




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martedì 22 novembre 2011

L'oblato e lo spirito di san Benedetto

Ci rallegriamo di vedere la nostra famiglia accogliere regolarmente dei nuovi membri, con una simpatica proporzione di giovani famiglie. Non è forse soprattutto per loro che il soccorso dell’oblatura si rivela profittevole? Come non salutare di passaggio questi spazi vergini, queste speranze intatte che non hanno ancora incontrato le delusioni della vita, affrontato un mondo coalizzato contro il loro progetto, contro il loro ideale, contro i loro princìpi cristiani? Poiché alcuni di voi mi hanno chiesto di definire lo statuto proprio degli oblati di san Benedetto, profitto di questa lettera per rispondere a tale desiderio, felice di potere forse dare qualche rassicurazione ai meno attrezzati fra di voi, a quanti e quante lottano nel combattimento spirituale, più rude – al dire del poeta – delle battaglie umane.
L’oblatura benedettina non è assimilabile né a una confraternita né a un raggruppamento per l’apostolato; non è nemmeno un ordine di terziari, concepito dal fondatore, con degli statuti precisi e delle obbligazioni giuridiche. L’oblatura è anzitutto uno spirito. Lo spirito di san Benedetto. Uno spirito così semplice, così potentemente radicato nelle prime epoche del cristianesimo, che può facilmente espandersi dal tronco fino ai rami più lontani.
L’oblato, attirato dalla perfezione della vita cristiana – la medesima che esige la grazia del suo battesimo – si collega a una famiglia monastica e al suo abate mediante un legame morale e spirituale analogo all’antico vincolo feudale che univa un tempo il signore e il suo homme lige; impegno assai forte, fondato sulla parola, in un’epoca in cui la parola era un valore certo. Tempo felice in cui la parola data oltrepassava in forza gli atti notarili!
Questo impegno a vivere secondo lo spirito della Regola comporta un’esigenza al contempo assai elevata e flessibile, consentendo una grande ricchezza d’adattamento secondo gli stati di vita; ma comporta ugualmente dei diritti e dei doveri. Il dovere consiste essenzialmente per l’oblato a mostrarsi degno della confidenza che gli è stata offerta, mediante una preoccupazione costante d’ispirarsi alla tradizione benedettina nella propria vita personale, e attraverso una dipendenza affettuosa e leale nei confronti della propria famiglia monastica e del suo abate, non secondo la forza del voto, ma secondo l’influenza dello spirito. Egli gode, in contropartita, di un diritto netto: beneficiare delle preghiere del monastero, essere aiutato, consigliato e sostenuto dalla comunità, secondo lo spirito di carità dolce e delicata che regola i rapporti fra i membri di una medesima famiglia.
Lo spirito benedettino dovendo un poco alla volta trasformare la vita dell’oblato, cosa c’è di più necessario di lasciarsene penetrare, e perciò di conoscerne a fondo la natura e le esigenze? È ciò che proveremo a fare in questa circostanza.
Non vorrei, cari fratelli e amici, che voi consideriate queste righe, amichevoli e familiari, come un programma esaustivo. Preferirei procedere a piccoli passi, nel corso di queste lettere periodiche che riceverete ogni trimestre.
Oggi mi limiterò a parlarvi dello spirito benedettino, andando direttamente a ciò che costituisce l’anima della vita monastica, a quel centro ardente da cui procede tutto il resto: il gusto di Dio.
Per andare dritti all’essenziale, diciamo che lo spirito benedettino inclina il monaco a cercare Dio in maniera ostinata e concreta, a organizzare tutta la propria esistenza secondo la volontà di Dio, sotto lo sguardo di Dio, al servizio di Dio. Il benedettino è un animale religioso che costruisce la sua casa – fosse pure modesta – come un tempio di lode e ammirazione, in cui il chiostro e il refettorio fanno parte del santuario, dove tutti gli atti hanno un valore liturgico; un tempio nel quale l’architettura parla di Dio, conduce a Dio, esprime la regalità di Dio sul mondo, sulle anime e sui corpi, intrapresa totalizzante che si protrae fino a fare della vita monastica un’anticipazione dell’eternità. In un universo ricostruito secondo il piano originario di Dio sulla sua creazione, in un universo in cui tutte le occupazioni sono dunque totalmente riferite al Signore, si comprende come non sia necessario attardarsi sull’analisi delle virtù morali e sugli stati psicologici. San Benedetto regola la vita del monaco in maniera tale che Dio ne sia il fondamento e la chiave di volta. L’intero edificio è stato fissato a questo punto di sostegno: tale è la forza della sua architettura; ma tutto crolla seppure un poco s’indebolisce l’idea di Dio. È la sola spiegazione dei periodi di decadenza monastica nel corso delle epoche. Umiltà, obbedienza, castità, preghiera personale, vita liturgica, e tutte le grandi osservanze che compongono la fisionomia del monaco, si spiegano a partire da questo presupposto iniziale, ovvero il senso di Dio. L’umiltà è misurata dalla fede nella grandezza di Dio; l’obbedienza è misurata dalla santità della volontà divina, e così via. Ciò che costituisce la forza dei monaci, la santità e l’irradiamento dell’istituzione monastica, non sono i risultati sociali, culturali o artistici, i quali non sono che conseguenze. Il gusto di Dio, la passione di essere solo suoi, il desiderio e la sete d’incontrare il suo volto: ecco lo spirito benedettino. Tutto il resto è letteratura. Come conservare e coltivare quest’orientamento a Dio, questo desiderio, questo gusto fondamentale? Con la preghiera. Ne riparleremo.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Lettre aux oblats, n. 1, 1985, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 16-19, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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