sabato 26 novembre 2011

Tempus Adventus

Ad matutinum mutanda est pars breviarii

Ad Horas et Compl. tonus hymni de Adv. præterquam in festis.
In Ms. præf. de Adv. etiam in festis, nisi propria assignetur.
Ad Compl. ps. in direc­ tum (et sic per totum Adv. præterquam in Conc. Imm. B.M.V.) A Alma.




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martedì 22 novembre 2011

L'oblato e lo spirito di san Benedetto

Ci rallegriamo di vedere la nostra famiglia accogliere regolarmente dei nuovi membri, con una simpatica proporzione di giovani famiglie. Non è forse soprattutto per loro che il soccorso dell’oblatura si rivela profittevole? Come non salutare di passaggio questi spazi vergini, queste speranze intatte che non hanno ancora incontrato le delusioni della vita, affrontato un mondo coalizzato contro il loro progetto, contro il loro ideale, contro i loro princìpi cristiani? Poiché alcuni di voi mi hanno chiesto di definire lo statuto proprio degli oblati di san Benedetto, profitto di questa lettera per rispondere a tale desiderio, felice di potere forse dare qualche rassicurazione ai meno attrezzati fra di voi, a quanti e quante lottano nel combattimento spirituale, più rude – al dire del poeta – delle battaglie umane.
L’oblatura benedettina non è assimilabile né a una confraternita né a un raggruppamento per l’apostolato; non è nemmeno un ordine di terziari, concepito dal fondatore, con degli statuti precisi e delle obbligazioni giuridiche. L’oblatura è anzitutto uno spirito. Lo spirito di san Benedetto. Uno spirito così semplice, così potentemente radicato nelle prime epoche del cristianesimo, che può facilmente espandersi dal tronco fino ai rami più lontani.
L’oblato, attirato dalla perfezione della vita cristiana – la medesima che esige la grazia del suo battesimo – si collega a una famiglia monastica e al suo abate mediante un legame morale e spirituale analogo all’antico vincolo feudale che univa un tempo il signore e il suo homme lige; impegno assai forte, fondato sulla parola, in un’epoca in cui la parola era un valore certo. Tempo felice in cui la parola data oltrepassava in forza gli atti notarili!
Questo impegno a vivere secondo lo spirito della Regola comporta un’esigenza al contempo assai elevata e flessibile, consentendo una grande ricchezza d’adattamento secondo gli stati di vita; ma comporta ugualmente dei diritti e dei doveri. Il dovere consiste essenzialmente per l’oblato a mostrarsi degno della confidenza che gli è stata offerta, mediante una preoccupazione costante d’ispirarsi alla tradizione benedettina nella propria vita personale, e attraverso una dipendenza affettuosa e leale nei confronti della propria famiglia monastica e del suo abate, non secondo la forza del voto, ma secondo l’influenza dello spirito. Egli gode, in contropartita, di un diritto netto: beneficiare delle preghiere del monastero, essere aiutato, consigliato e sostenuto dalla comunità, secondo lo spirito di carità dolce e delicata che regola i rapporti fra i membri di una medesima famiglia.
Lo spirito benedettino dovendo un poco alla volta trasformare la vita dell’oblato, cosa c’è di più necessario di lasciarsene penetrare, e perciò di conoscerne a fondo la natura e le esigenze? È ciò che proveremo a fare in questa circostanza.
Non vorrei, cari fratelli e amici, che voi consideriate queste righe, amichevoli e familiari, come un programma esaustivo. Preferirei procedere a piccoli passi, nel corso di queste lettere periodiche che riceverete ogni trimestre.
Oggi mi limiterò a parlarvi dello spirito benedettino, andando direttamente a ciò che costituisce l’anima della vita monastica, a quel centro ardente da cui procede tutto il resto: il gusto di Dio.
Per andare dritti all’essenziale, diciamo che lo spirito benedettino inclina il monaco a cercare Dio in maniera ostinata e concreta, a organizzare tutta la propria esistenza secondo la volontà di Dio, sotto lo sguardo di Dio, al servizio di Dio. Il benedettino è un animale religioso che costruisce la sua casa – fosse pure modesta – come un tempio di lode e ammirazione, in cui il chiostro e il refettorio fanno parte del santuario, dove tutti gli atti hanno un valore liturgico; un tempio nel quale l’architettura parla di Dio, conduce a Dio, esprime la regalità di Dio sul mondo, sulle anime e sui corpi, intrapresa totalizzante che si protrae fino a fare della vita monastica un’anticipazione dell’eternità. In un universo ricostruito secondo il piano originario di Dio sulla sua creazione, in un universo in cui tutte le occupazioni sono dunque totalmente riferite al Signore, si comprende come non sia necessario attardarsi sull’analisi delle virtù morali e sugli stati psicologici. San Benedetto regola la vita del monaco in maniera tale che Dio ne sia il fondamento e la chiave di volta. L’intero edificio è stato fissato a questo punto di sostegno: tale è la forza della sua architettura; ma tutto crolla seppure un poco s’indebolisce l’idea di Dio. È la sola spiegazione dei periodi di decadenza monastica nel corso delle epoche. Umiltà, obbedienza, castità, preghiera personale, vita liturgica, e tutte le grandi osservanze che compongono la fisionomia del monaco, si spiegano a partire da questo presupposto iniziale, ovvero il senso di Dio. L’umiltà è misurata dalla fede nella grandezza di Dio; l’obbedienza è misurata dalla santità della volontà divina, e così via. Ciò che costituisce la forza dei monaci, la santità e l’irradiamento dell’istituzione monastica, non sono i risultati sociali, culturali o artistici, i quali non sono che conseguenze. Il gusto di Dio, la passione di essere solo suoi, il desiderio e la sete d’incontrare il suo volto: ecco lo spirito benedettino. Tutto il resto è letteratura. Come conservare e coltivare quest’orientamento a Dio, questo desiderio, questo gusto fondamentale? Con la preghiera. Ne riparleremo.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Lettre aux oblats, n. 1, 1985, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 16-19, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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giovedì 10 novembre 2011

Sr. M. Serafina Viola O.S.B. - Requiescat in pace


Urbs Jerusalem beata, dicta pacis visio

La Madre Abbadessa con la comunità monastica di San Benedetto in Bergamo
annunciano la morte in Cristo della cara consorella

Sr. M. Serafina Viola O.S.B.

avvenuta mercoledì 9 novembre,
ai Vespri della Dedicazione della Basilica Lateranense.
Nella speranza che i suoi occhi possano contemplare la pace
della Gerusalemme del Cielo,
chiediamo fraterne preghiere di suffragio.

La Liturgia pasquale avrà luogo sabato 12 novembre alle ore 10
nella chiesa del Monastero.

Monastero S. Benedetto - Via S. Alessandro 51 - Bergamo

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venerdì 4 novembre 2011

Dom Gérard - Lettere agli oblati

Negli anni trascorsi abbiamo presentato la pubblicazione dei primi due volumi degli scritti spirituali di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux: Benedictus. Écrits Spirituels. Tome I, del 2009 (424 pp., euro 20), e Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, del 2010 (592 pp., euro 25).
Ora le Éditions Sainte-Madeleine, la casa editrice dell'abbazia provenzale – particolarmente cara ai fedeli legati alla forma extraordinaria del Rito romano, e che costituisce un centro spirituale assai significativo per lo sforzo di fedeltà alla Regola di san Benedetto e per l’irradiamento della liturgia gregoriana, così perpetuando la grande tradizione del monachesimo occidentale in pieno secolo XXI – hanno pubblicato il terzo volume degli scritti spirituali di Dom Gérard: Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats (170 pp., euro 12). Riproduciamo di seguito la presentazione editoriale del libro:
«Autentico monaco, Dom Gérard era veramente per gli oblati – come per i monaci del suo monastero – al contempo maestro e padre. Le sue Lettere agli oblati, luminose e ardenti, emanano un tesoro di dottrina spirituale per tutti i cristiani che vivono, agiscono, pregano e vogliono santificarsi nel mondo.
“L’oblatura è anzitutto uno spirito. Lo spirito di san Benedetto. Lo spirito benedettino inclina il monaco a cercare Dio in maniera ostinata e concreta, a organizzare tutta la propria esistenza secondo la volontà di Dio, sotto lo sguardo di Dio, al servizio di Dio”.
Questi pensieri rivelano l’anima infuocata di Dom Gérard, innamorato dell’assoluto di Dio che lo aveva rapito e sedotto. Il suo grande desiderio era di comunicarlo ad altri. Egli perciò indirizzava regolarmente agli oblati dell’abbazia Sainte-Madeleine delle lettere spirituali in cui ritornavano spesso i temi della sete, del desiderio, dell’attesa, dello zelo per la ricerca di Dio e il progresso della vita spirituale.
Autentico maestro, Dom Gérard inculcava in queste lettere lo spirito della santa Regola, sforzandosi di condurre le anime a una vita cristiana più profonda e più fervente. Autentico padre, egli cercava di comunicare la gioia spirituale che brillava nel suo sguardo e desiderava farne conoscere la fonte.
Possano queste pagine di luce e di fuoco trovare numerosi lettori e incendiare i loro cuori, facendogli anzitutto prendere coscienza della ricchezza delle radici cristiane dell’Europa».
Il volume è acquistabile online, nella sezione “boutique”, tramite il sito Internet dell’abbazia.

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giovedì 3 novembre 2011

Quaerere Deum - Benedettini a Norcia


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martedì 25 ottobre 2011

Intervista a Dom Louis-Marie, abate di Le Barroux (seconda parte)

[Grazie alla cortese autorizzazione di Christophe Geffroy, direttore del mensile La Nef e autore dell’articolo, riproduciamo in trad. it. a nostra cura l’intervista al Padre Abate dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., Un monastère pour le XXIe siècle, comparsa in La Nef, n. 230, ottobre 2011, pp. 18-21 (qui pp. 20-21) / 2 - fine (la prima parte qui)]

Costruire un monastero mentre non si parla d’altro che di costruzione di moschee, non è forse un segno di “resistenza”, il simbolo che il cristianesimo non è morto nel nostro Paese?
È vero che ogni monastero ha la vocazione di essere una cittadella spirituale. La resistenza monastica a quello che lo stesso Padre de Chergé [Dom Christian de Chergé O.C.S.O. (1937-1996), priore del monastero trappista algerino Notre-Dame de l’Atlas di Thibirine] chiamava “l’invasione dell’islam”, non può essere che pacifica e indiretta. Se l’islam assume una tale importanza nell’Occidente cristiano, è perché quest’ultimo ha apostatato dalla sua fede e ha amputato le sue radici cristiane. La mentalità razionalista e anti-cristiana della cultura e delle politiche occidentali li rende assolutamente sprovveduti di fronte a questa grande “onda verde”. Il sindaco di una grande città francese – ancora situata in territorio concordatario – ha bene riassunto quest’attitudine incoerente, dichiarando d’imporre nelle mense, come segno d'apertura, delle pietanze halal [“lecito”, cibo preparato in modo accettabile per la legge islamica], e di rifiutare il pesce di venerdì, per laicità. Ma il problema rimane politico e ci oltrepassa. Torneremo forse a studiare i fondamenti anti-cristiani dell’islam e tutti i pericoli che esso rappresenta per la libertà, al fine di chiarire gli uomini di buona volontà. È nostra responsabilità, più sicuramente, proclamare con forza e dolcezza la nostra fede cristiana e pregare, alimentare il grande fiume soprannaturale che percorre invisibilmente le pieghe della storia per offrire un avvenire di luce.

A proposito di “crisi” delle vocazioni, essa non è dovuta, molto semplicemente, alla diminuzione del numero di cattolici praticanti? La “soluzione” non è dunque nella nuova evangelizzazione, in particolare della famiglia?
Credo che per la nuova evangelizzazione sia opportuno seguire l’esempio del Santo Padre alla GMG. Egli si è anzitutto rivolto ai giovani religiosi, poi ai seminaristi, ancora agli universitari e infine ai giovani del mondo intero. Ogni rinnovamento della Chiesa inizia con la riforma del clero e dei religiosi. Il Santo Padre ha esortato i giovani religiosi alla radicalità nella fede, radicalità nell’adesione a Cristo, alla Chiesa e alla loro missione. È valido per i vescovi, i sacerdoti e i diaconi. Se si vogliono toccare le famiglie, occorre rinnovare il clero e i religiosi, ridare loro il senso della radicalità. D’altro canto, è pur vero che la ricostruzione della famiglia, se possibile numerosa, è essa stessa una priorità, sia per la società sia per il fiorire naturale delle vocazioni.

Un’abbazia come la vostra, la quale ha conservato le proprie esigenze, non illustra forse che tutte le “soluzioni” alla “crisi” che vanno nella direzione del mondo – matrimonio dei preti, ordinazione delle donne, legittimazione dell’omosessualità per il clero, ecc. – sono votate allo scacco, come dimostrano gli esempi anglicani e protestanti?
Davanti a una Chiesa ammalata, è grande la tentazione di disperare e di rassegnarsi alle cure palliative, quasi per aiutarla a morire senza sofferenze. Tutte le soluzioni mondane e alla moda sono paragonabili alla bevanda che i soldati hanno proposto a Gesù sulla croce affinché soffrisse meno. Ma Gesù l’ha rifiutata. Non vi è ricetta, ma abbiamo la vera medicina: la fede soprannaturale in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, salvatore degli uomini, che ci ha aperto le porte del Cielo. La vitalità della Chiesa non è il prodotto d’industrie umane ma il frutto della grazia, ricevuta principalmente nei sacramenti, e la fedeltà alla Parola di Dio che ci è pervenuta attraverso il Magistero e la Tradizione.

Voi siete legati alla forma extraordinaria del Rito romano: perché questa scelta e come giudicate la situazione liturgica nella Chiesa latina, particolarmente dopo il motu proprio Summorum Pontificum e la recente pubblicazione dell’istruzione Universae Ecclesiae?
La scelta della forma extraordinaria del Rito romano risale alle nostre origini, a Bédoin, nel 1970. Questa scelta non è affettiva, ma è una preferenza motivata da ragioni di manifestazione più netta di talune verità della fede: carattere centrale, sacrificale e sacro, della messa, presenza reale del Signore nelle sante speci, distinzione essenziale del sacerdozio ministeriale del prete e del sacerdozio battesimale. Aggiungo che la forma extraordinaria manifesta altamente la continuità della Chiesa, perché la Chiesa non accetta né rotture né rivoluzioni, essa non muta il contenuto della propria fede. Per finire, l’orientamento ecumenico dato dal Concilio Vaticano II trova nella forma extraordinaria un ponte con le Chiese orientali e finanche con le comunità cristiane anglicane e luterane, dalle forme liturgiche ancora antiche. La situazione liturgica tende a evolvere nel buon senso. Lo vedo per esempio alla messa crismale del Giovedì santo alla chiesa metropolitana di Avignone. Ma occorre del tempo, perché come diceva Dom Gérard, basta una notte per bruciare una foresta, e cinquant’anni per farla ricrescere. In ogni caso, il Santo Padre ha sbloccato una situazione. La forma extraordinaria non è più considerata dai fedeli come abolita. Mi sembra che il fine attuale del Vaticano sia di diffondere la celebrazione di questa forma con tutto ciò che gli va appresso – catechismo, patronati, pellegrinaggi, ecc. – al fine, in un primo tempo, d’influenzare la celebrazione corretta della forma ordinaria. Siamo all’inizio dell’inizio. Dopo di che, Dio provvederà.

Le Barroux si è reso noto per la pubblicazione di studi importanti in accordo con la preoccupazione del Santo Padre di una corretta “ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità”. Per voi questo è importante, e come percepite i progetti di Benedetto XVI in materia?
Si tratta di un punto fondamentale. La Chiesa non ha il potere di darsi nuove costituzioni nel corso del tempo. Essa deve rimanere sé stessa, com’è stata fondata dal suo Maestro. Spetta ai pastori coltivare nella vigna del Signore lo spirito di fedeltà, di comunione con la Tradizione e i suoi sviluppi fondamentali, e quindi di presentare il Concilio Vaticano II non come una novità assoluta, ma come uno sviluppo organico o una riforma nella continuità. I pastori che si comportano diversamente dovranno renderne conto al Signore. Io non sono nei segreti del Santo Padre, ma constato che le sue allocuzioni illustrano bene l’urgenza di riprendere la nostra storia: da cinque anni, egli dedica le sue udienze generali a presentare i giganti della storia della Chiesa, partendo dagli apostoli, passando per san Benedetto, e per finire con santa Teresa del Bambino Gesù. Giunti a questo punto, ci parla dell’uomo di preghiera. Mi sembra che il suo progetto sia il radicamento, tema della GMG, radicamento nella nostra fede, nella nostra storia e nella preghiera. Era anche il progetto di Dom Gérard quando lanciò i lavori di Le Barroux: “Il sommo criterio, quello al quale desideriamo sacrificare tutto, non sarà l’emergenza, ma il radicamento”. Promette buoni frutti.

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lunedì 24 ottobre 2011

Dom Adalbert de Vogüé O.S.B. (1924-2011)

Ci uniamo con sincero dolore e in spirito di preghiera alla comunità monastica dell’abbazia Sainte-Marie de la Pierre-qui-Vire, nell’annunciare la morte del loro illustre confratello Dom Adalbert de Vogüé O.S.B. (1924-2011).
Nato a Parigi il 2 dicembre 1924 in una famiglia dell’antica nobiltà francese, il giovane Adalbert entra nella vita monastica nel 1944, alla Pierre-qui-Vire. Ottenuto il dottorato in teologia nel 1959, si dedica all’insegnamento sui Padri della Chiesa e il monachesimo antico al Pontificio Ateneo S. Anselmo in Urbe e presso il suo monastero.
Dal 1974 conduce vita eremitica in prossimità della sua abbazia e si dedica a una somma sulla storia della vita monastica dalle origini, pubblicata dalle Éditions du Cerf, una vasta impresa d’erudizione senza equivalenti: solo la parte relativa agli inizi del monachesimo latino consta di dodici volumi.
Parimenti, Dom de Vogüé si distingue per uno studio approfondito della Regola di san Benedetto, le cui ricerche, tradotte in molte lingue, diventano un punto di riferimento imprescindibile e sin qui insuperato. Fra tali studi, in traduzione italiana, si veda il fondamentale La Regola di san Benedetto. Commento dottrinale e spirituale, comparso nella collana “Scritti monastici” dalle Edizioni Abbazia di Praglia nel 1984 e ristampato nel 1998; nella medesima collana, si veda pure del medesimo autore La comunità. Ordinamento e spiritualità, edito nel 1991. Ci piace qui inoltre ricordare la preziosa pubblicazione di due volumi di facile lettura e altrettanto solido impianto, pubblicati nella collana “Orizzonti monastici” dell’Abbazia San Benedetto di Seregno: Il monachesimo prima di san Benedetto (1998) e San Benedetto. L’uomo e l’opera (2001).
Negli ultimi anni della sua vita, Dom Adalbert de Vogüé aveva spesso sottolineato la particolare importanza che egli attribuiva a un suo libro “non specialistico”, dedicato alla pratica del digiuno nella vita monastica e cristiana, che ci piacerebbe vedere presto tradotto in Italia, magari a cura di qualche comunità monastica sensibile a un ricentramento di questa fondamentale norma ascetica, così importante sia per i consacrati sia per i laici: Aimer le jeûne. L’experience monastique, Cerf, Parigi 1988. Come pure, ci sia permesso ricordare un altro suo scritto non specialistico ma dal quale traspira come l’esperienza intellettuale del monaco non fosse disgiunta da una sua continua ruminazione sul fine ultimo della vita cristiana: Desiderio desideravi, trad. it., Monastero Santa Scolastica, Civitella San Paolo 1997.
I funerali di Dom Adalbert de Vogüé O.S.B. si svolgeranno mercoledì 26 ottobre, alle ore 11, presso l’abbazia Sainte-Marie de la Pierre-qui-Vire, dove egli ha vissuto per 67 anni.
Requiem aeternam dona ei, Domine, et lux perpetua luceat ei. Requiescat in pace. Amen.

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