mercoledì 19 ottobre 2011

Intervista a Dom Louis-Marie, abate di Le Barroux (prima parte)

[Grazie alla cortese autorizzazione di Christophe Geffroy, direttore del mensile La Nef e autore dell’articolo, riproduciamo in trad. it. a nostra cura l’intervista al Padre Abate dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., Un monastère pour le XXIe siècle, comparsa in La Nef, n. 230, ottobre 2011, pp. 18-21 (qui pp. 18-19) / 1 - continua]


Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B.,
Padre Abate di Le Barroux
Un monastero per il secolo XXI

In un tempo di crisi delle vocazioni, l’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux fonda un nuovo monastero. Il Padre Abate ci parla della costruzione di Notre-Dame de la Garde e dell’attualità della vita benedettina tradizionale

Non è paradossale costruire un nuovo monastero, mentre così tante antiche abbazie sembrano vuote o abbandonate?
L’ideale per noi sarebbe stato di trovare un’abbazia già esistente. Per questa ragione, prima d’intraprendere i lavori, ho scritto a un vescovo per chiedergli se potevamo subentrare in un’abbazia che stava per essere completamente restaurata. Ma ciò non è stato possibile né auspicabile per la diocesi. Non si deve dimenticare che per fondare in una diocesi occorre assolutamente l’autorizzazione del vescovo. Una tale accoglienza, dopo una lunga ricerca e molteplici inconvenienti, l’abbiamo trovata presso da diocesi di Agen. Monsignor Jean-Charles Descubes credeva alla forza della preghiera dei contemplativi, anche se non adottava tutto ciò che costituisce il nostro proprio carisma. Quanto a riutilizzare un edificio storico, devo ricordare ai nostri generosi donatori che la restaurazione è assai più costosa di una costruzione.

Potete spiegarci il cantiere nel quale vi siete impegnati? Cosa intendete costruire, e di quali aiuti beneficiate?
La comunità della fondazione aveva assolutamente bisogno di pianificazione e, per non svolgere i lavori in maniera frammentaria, abbiamo scelto un architetto che ha impostato un piano d’insieme. Abbiamo iniziato con il costruire i laboratori definitivi, al fine di potere restaurare gli spazi comuni e il granaio che fino allo scorso giugno erano ancora utilizzati come laboratori provvisori. Ora ci lanciamo in un grande cantiere, il futuro ostello, distribuito su due edifici che saranno collegati da un “ponte”, e il cui tetto dev’essere interamente rifatto; tale ostello sarà composto da un piccolo refettorio, otto stanze, i bagni, una grande scalinata e un parlatorio. Per questa tappa abbiamo bisogno di 600.000 euro. Quanto all’aiuto di cui abbiamo sin qui beneficiato, esso proviene da una parte da qualche raro grande benefattore, e inoltre da una folla di donatori più modesti, ciascuno dei quali – mediante l’“obolo della vedova” così lodato da Gesù – ha aggiunto il suo piccolo ruscello per formare un fiume più abbondante: tutti partecipano secondo la loro misura, ed è questo che conta per Dio.

Per molti Le Barroux fa rima con Dom Gérard, il fondatore: come si manifesta al giorno d’oggi la sua presenza, e cosa ricordate di questa forte personalità?
Dom Gérard ci ha generati alla vita monastica. Gli dobbiamo la nostra tradizione, la nostra formazione, la nostra professione religiosa, alla quale ci ha accolti. Quando sono venuto al monastero, vent’anni fa, gli dissi che cercavo a Le Barroux lo spirito tradizionale e la fedeltà a Roma, ed egli mi rispose che vi era tutto questo. Vi sono poi le tre colonne: anzitutto la dottrina tradizionale, insegnata per mezzo della filosofia tomista; poi le osservanze monastiche, radicate nella pietà filiale verso i nostri fondatori, san Benedetto, Padre Jean-Baptiste Muard – fondatore della Pierre-qui-Vire –, Dom Romain Banquet e Madre Marie Cronier, creatori delle abbazie sorelle di En-Calcat e Dourgne; infine la liturgia celebrata nella forma straordinaria del Rito romano. Dom Gérard ci ha insegnato a custodire gelosamente il tesoro degli antichi, ma per viverne e non per conservarlo come in una camera stagna. Un nostro fratello ha detto che Dom Gérard si svegliava tutte le mattine nuovo come un bambino, ciò che gli ha permesso di passare attraverso molte prove. Questo potere di ringiovanire tutti i giorni, egli lo traeva dalla sua vita interiore, dalla sua grande fiducia nella Vergine Maria e dal suo solido legame con Nostro Signore Gesù Cristo. È sul basamento della sua vita interiore che si poggiava la sua battaglia per la cristianità.

La vostra abbazia recluta, al punto che siete stati obbligati ad aprire una fondazione, nel 2002; anche in questo caso siete controcorrente, perché ovunque si parla della “crisi” delle vocazioni: avete una “ricetta”?
No, nessuna ricetta. La ricetta è Dio, dunque non è una ricetta che si può fare uscire dal cassetto. La sola cosa che conta per noi è di essere fedeli alla nostra vocazione, di credervi, di amarla, di vivere nella pietà filiale. Questo detto, i giovani, è evidente, cercano la radicalità che il Santo Padre ha richiamato in occasione della GMG nel suo discorso ai religiosi. Hanno bisogno di strutture chiare e nette, e non di una ricerca indefinita d’identità in perpetua mutazione. Vogliono degli autentici maestri di preghiera e di vita. E poi noi abbiamo il carisma di Dom Gérard, che ha attratto molti giovani; e ancora – capite bene – i giovani attirano i giovani.

La vostra abbazia vive lo spirito della Congregazione Sublacense, in Francia rappresentata da Padre Muard, meno nota di quella di Solesmes, fondata da Dom Guéranger. Cosa vi distingue dalle altre obbedienze benedettine?
La mia risposta necessiterebbe alcune sfumature, ma grosso modo: Solesmes è stata fondata nel 1833 da Dom Guéranger, uomo di Dio, d’origine canonicale, coltivato negli studi, appassionato di liturgia. Credo si possa dire che la sua restaurazione benedettina avesse per fine il rinnovamento liturgico. La Pierre-qui-Vire è stata fondata nel 1850 da Padre Muard, un altro uomo di Dio, ma curato di parrocchia, poi missionario diocesano, d’orientamento più direttamente apostolico. Egli fondò il suo monastero affinché la testimonianza di una vita povera, umile e mortificata potesse dare qualche frutto di conversione mediante le missioni. Anche l’osservanza era più ascetica, poiché Padre Muard aveva svolto il suo noviziato all’abbazia trappista di Aiguebelle, la cui austerità peraltro inviava molti giovani monaci in Cielo. Sia come sia, En-Calcat, fondata nel 1890 dalla Pierre-qui-Vire, fu molto vicina a Solesmes, e i due rispettivi Abati, Dom Banquet e Dom Delatte, pensarono a un dato momento di unificarsi. Madre Cronier, fondatrice dell’abbazia Sainte-Scholastique di Dourgne, aveva svolto il proprio noviziato a Sainte-Cécile di Solesmes, e intratteneva una profonda amicizia spirituale con la Madre Abbadessa di Kergonan, figlia di Solesmes. Al giorno d’oggi le diverse branche si sono diversificate al punto che, quanto alla liturgia, all’orientamento dottrinale – particolarmente filosofico –, noi siamo ormai più vicini a Fontgombault e alle sue abbazie figlie – facenti parte della Congregazione di Solesmes – che non alla Pierre-qui-Vire.

I monasteri hanno svolto un ruolo essenziale nell’evangelizzazione dell’Europa. Nella nostra epoca di forte scristianizzazione, voi monaci non siete chiamati a svolgere un nuovo ruolo “civilizzatore”? Una tale missione è compatibile con la vita nel chiostro?
Se san Benedetto è diventato il patrono d’Europa con la croce, il libro e l’aratro – come ha detto Papa Paolo VI –, egli non l’ha fatto appositamente; occorre rileggere la conferenza di Benedetto XVI al Collège des Bernardins, nel quale spiega molto bene come i monaci abbiano influenzato la civiltà cristiana; costoro non avevano che un unico e nobilissimo fine: cercare Dio. E non a caso, ma sul sentiero sicuro della Parola di Dio, letta, meditata, studiata, contemplata, cantata, vissuta, incarnata, incorporata. Per riassumere, non mi rimane che citare Dom Gérard: «Prima di essere delle accademie di scienza e dei crocevia della civilizzazione, i monasteri sono stati delle dita silenzione puntate verso il cielo, il richiamo ostinato, non negoziabile, che esiste un altro mondo di verità e di bellezza, di cui l’attuale non è che l’immagine, che esso annuncia e prefigura».

[Per aiutare i lavori di costruzione del Monastero Sainte-Marie de la Garde (47270 Saint-Pierre-de-Clairac, Francia), di cui abbiamo parlato già in altre occasioni (in particolare si veda: qui e qui), si rimanda al sito Internet http://www.jeconstruisunmonastere.com/]

Il monastero Sainte-Marie de la Garde
(credito fotografico: "Haut Relief")


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giovedì 13 ottobre 2011

Dedicatio Ecclesiæ Abbatialis

Oggi, 13 ottobre, presso l'abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux si festeggia la solennità della Dedicazione della chiesa abbaziale.
Ci uniamo di vero cuore alla gioia dei nostri monaci.
Ad multos annos !



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mercoledì 12 ottobre 2011

Benedizione abbaziale di Dom Jean Pateau O.S.B.


Quest’estate abbiamo dato notizia delle dimissioni di Dom Antoine Forgeot O.S.B. dalla carica di Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, facente parte della Congregazione di Solesmes. In seguito la comunità monastica, secondo l’insegnamento della Regola di san Benedetto, ha provveduto a eleggere – il 18 agosto 2011 – il nuovo Padre Abate, quarto nella storia di Fontgombault: alla carica è stato eletto Dom Jean Pateau O.S.B., sino a quel momento Priore della celebre abbazia; originario della Vandea, 45 anni, Dom Pateau ha ricevuto una formazione scientifica e prima di entrare nella vita monastica ha insegnato Fisica presso il Collège Stanislas di Parigi. Il 7 ottobre 2011, nella festività della Madonna del Rosario, Dom Pateau ha quindi ricevuto la benedizione abbaziale dalle mani di S.E. mons. Armand Maillard, arcivescovo di Bourges, diocesi nella quale si trova l’abbazia di Fontgombault. Alla solenne cerimonia hanno partecipato circa 1.200 fedeli, fra i quali molti prelati. Riproduciamo di seguito alcune fotografie che ritraggono il nuovo Padre Abate, la processione, la cerimonia, i prelati partecipanti, e infine il blasone prescelto da Dom Pateau, per il ministero del quale invitiamo tutti i lettori di Romualdica a unirsi in una fervida preghiera al Signore, senza dimenticare un rendimento di grazie per il compito sin qui svolto da Dom Forgeot.















[Le immagini sono tratte dai siti Internet: La Nouvelle République, Una Voce, Le Forum Catholique]

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martedì 11 ottobre 2011

Abbandonare le realtà fuggevoli e cercare di afferrare l’eterno

“Fugitiva relinquere et aeterna captare”: abbandonare le realtà fuggevoli e cercare di afferrare l’eterno. In questa espressione della lettera che il vostro Fondatore [san Bruno di Colonia (1030-1101)] indirizzò al Prevosto di Reims, Rodolfo, è racchiuso il nucleo della vostra spiritualità (cfr. Lettera a Rodolfo, 13): il forte desiderio di entrare in unione di vita con Dio, abbandonando tutto il resto, tutto ciò che impedisce questa comunione e lasciandosi afferrare dall’immenso amore di Dio per vivere solo di questo amore. Cari fratelli, voi avete trovato il tesoro nascosto, la perla di grande valore (cfr. Mt 13,44-46); avete risposto con radicalità all’invito di Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!” (Mt 19,21). Ogni monastero – maschile o femminile – è un’oasi in cui, con la preghiera e la meditazione, si scava incessantemente il pozzo profondo dal quale attingere l’“acqua viva” per la nostra sete più profonda. Ma la Certosa è un’oasi speciale, dove il silenzio e la solitudine sono custoditi con particolare cura, secondo la forma di vita iniziata da san Bruno e rimasta immutata nel corso dei secoli. “Abito nel deserto con dei fratelli”, è la frase sintetica che scriveva il vostro Fondatore (Lettera a Rodolfo, 4). La visita del Successore di Pietro in questa storica Certosa intende confermare non solo voi, che qui vivete, ma l’intero Ordine nella sua missione, quanto mai attuale e significativa nel mondo di oggi.
Il progresso tecnico, segnatamente nel campo dei trasporti e delle comunicazioni, ha reso la vita dell’uomo più confortevole, ma anche più concitata, a volte convulsa. Le città sono quasi sempre rumorose: raramente in esse c’è silenzio, perché un rumore di fondo rimane sempre, in alcune zone anche di notte. Negli ultimi decenni, poi, lo sviluppo dei media ha diffuso e amplificato un fenomeno che già si profilava negli anni Sessanta: la virtualità che rischia di dominare sulla realtà. Sempre più, anche senza accorgersene, le persone sono immerse in una dimensione virtuale, a causa di messaggi audiovisivi che accompagnano la loro vita da mattina a sera. I più giovani, che sono nati già in questa condizione, sembrano voler riempire di musica e di immagini ogni momento vuoto, quasi per paura di sentire, appunto, questo vuoto. Si tratta di una tendenza che è sempre esistita, specialmente tra i giovani e nei contesti urbani più sviluppati, ma oggi essa ha raggiunto un livello tale da far parlare di mutazione antropologica. Alcune persone non sono più capaci di rimanere a lungo in silenzio e in solitudine.
Ho voluto accennare a questa condizione socioculturale, perché essa mette in risalto il carisma specifico della Certosa, come un dono prezioso per la Chiesa e per il mondo, un dono che contiene un messaggio profondo per la nostra vita e per l’umanità intera. Lo riassumerei così: ritirandosi nel silenzio e nella solitudine, l’uomo, per così dire, si “espone” al reale nella sua nudità, si espone a quell’apparente “vuoto” cui accennavo prima, per sperimentare invece la Pienezza, la presenza di Dio, della Realtà più reale che ci sia, e che sta oltre la dimensione sensibile. È una presenza percepibile in ogni creatura: nell’aria che respiriamo, nella luce che vediamo e che ci scalda, nell’erba, nelle pietre… Dio, Creator omnium, attraversa ogni cosa, ma è oltre, e proprio per questo è il fondamento di tutto. Il monaco, lasciando tutto, per così dire “rischia”: si espone alla solitudine e al silenzio per non vivere di altro che dell’essenziale, e proprio nel vivere dell’essenziale trova anche una profonda comunione con i fratelli, con ogni uomo.
Qualcuno potrebbe pensare che sia sufficiente venire qui per fare questo “salto”. Ma non è così. Questa vocazione, come ogni vocazione, trova risposta in un cammino, nella ricerca di tutta una vita. Non basta infatti ritirarsi in un luogo come questo per imparare a stare alla presenza di Dio. Come nel matrimonio non basta celebrare il Sacramento per diventare effettivamente una cosa sola, ma occorre lasciare che la grazia di Dio agisca e percorrere insieme la quotidianità della vita coniugale, così il diventare monaci richiede tempo, esercizio, pazienza, “in una perseverante vigilanza divina – come affermava san Bruno – attendendo il ritorno del Signore per aprirgli immediatamente la porta” (Lettera a Rodolfo, 4); e proprio in questo consiste la bellezza di ogni vocazione nella Chiesa: dare tempo a Dio di operare con il suo Spirito e alla propria umanità di formarsi, di crescere secondo la misura della maturità di Cristo, in quel particolare stato di vita. In Cristo c’è il tutto, la pienezza; noi abbiamo bisogno di tempo per fare nostra una delle dimensioni del suo mistero. Potremmo dire che questo è un cammino di trasformazione in cui si attua e si manifesta il mistero della risurrezione di Cristo in noi, mistero a cui ci ha richiamato questa sera la Parola di Dio nella Lettura biblica, tratta dalla Lettera ai Romani: lo Spirito Santo, che ha risuscitato Gesù dai morti, e che darà la vita anche ai nostri corpi mortali (cfr. Rm 8,11), è Colui che opera anche la nostra configurazione a Cristo secondo la vocazione di ciascuno, un cammino che si snoda dal fonte battesimale fino alla morte, passaggio verso la casa del Padre. A volte, agli occhi del mondo, sembra impossibile rimanere per tutta la vita in un monastero, ma in realtà tutta una vita è appena sufficiente per entrare in questa unione con Dio, in quella Realtà essenziale e profonda che è Gesù Cristo.

[Benedetto XVI, Celebrazione dei Vespri nella Chiesa della Certosa di Serra San Bruno, 9 ottobre 2011]

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lunedì 10 ottobre 2011

Il monastero, modello di una società che pone al centro Dio

I monasteri hanno nel mondo una funzione molto preziosa, direi indispensabile. Se nel medioevo essi sono stati centri di bonifica dei territori paludosi, oggi servono a “bonificare” l’ambiente in un altro senso: a volte, infatti, il clima che si respira nelle nostre società non è salubre, è inquinato da una mentalità che non è cristiana, e nemmeno umana, perché dominata dagli interessi economici, preoccupata soltanto delle cose terrene e carente di una dimensione spirituale. In questo clima non solo si emargina Dio, ma anche il prossimo, e non ci si impegna per il bene comune. Il monastero invece è modello di una società che pone al centro Dio e la relazione fraterna. Ne abbiamo tanto bisogno anche nel nostro tempo.

[Benedetto XVI, Incontro con la popolazione di Serra San Bruno nel Piazzale Santo Stefano antistante la Certosa di Serra San Bruno, 9 ottobre 2011]

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lunedì 26 settembre 2011

Cortesia e civiltà

Quest’estate, durante un campo scout, una piccola chiesa delle Alpi ha ripreso vita. Messa, adorazione eucaristica, rosario: la sperduta parrocchia di montagna non aveva più visto qualcosa di simile da molto tempo. Ciò che è parso più stupefacente, agli occhi dei residenti, è stato il morale d’acciaio dei ragazzi, i quali cantavano e sorridevano nonostante una pioggia incessante. Soprattutto – lo credereste? – la brava gente del posto non ricordava più d’incontrare dei giovani che sanno ancora dire buongiorno.
In effetti, la cortesia sembra essere completamente scomparsa dal nostro mondo, a profitto di una scortesia amorfa e indifferente. Quando riaffiorano un po’ le buone maniere, sembra un’aurora piena di promesse e la speranza di un domani migliore.
Certamente, la cortesia non è innata. San Benedetto lo sapeva bene. L’esperienza gli aveva fatto perdere ogni illusione sulla natura umana decaduta dopo il peccato originale. Così, «l’uomo di Dio» aveva compreso che la cortesia è un’arte di vivere che si trasmette, e che va mantenuta, poiché tutto va ricominciato a ogni generazione.
Egli aveva perciò piena coscienza che la cortesia ha bisogno di un ambito indispensabile per svilupparsi. Essa è come un granello che esige una terra accogliente per dare frutti di civiltà. Per esempio, la buona terra della vita monastica. Dom Gérard lo ha notato: la cortesia ha posto radici nei chiostri e di là si è diffusa in tutta la cristianità. Attraverso un complesso di piccoli codici di vita comune, la Regola di san Benedetto ha levigato un po’ alla volta i caratteri grezzi dei monaci e di quanti venivano in contatto con loro.
Un esempio lungimirante di queste buone maniere è fornito nel capitolo dedicato all’accoglienza degli ospiti. Il rituale è definito con cura: «Quindi, appena viene annunciato l'arrivo di un ospite, il superiore e i monaci gli vadano incontro, manifestandogli in tutti i modi il loro amore; per prima cosa preghino insieme e poi entrino in comunione con lui, scambiandosi la pace. […] Nel saluto medesimo si dimostri già una profonda umiltà verso gli ospiti in arrivo o in partenza […] con il capo chino o il corpo prostrato a terra» (RB, LIII,3-7).
La cortesia benedettina non riguarda solo gli estranei: essa feconda tutta la vita comunitaria, l’intera quotidianità. Perché, ammettiamolo, è più facile essere cortesi con uno sconosciuto durante il tempo di un breve incontro, piuttosto che con i propri fratelli durante la vita intera. San Benedetto vi si applica tramite minuziose indicazioni. Quando due fratelli s’incontrano, si salutano con un’inclinazione del capo; «quando passa un monaco anziano, il più giovane si alzi e gli ceda il posto, guardandosi bene dal rimettersi a sedere prima che l'anziano glielo permetta» (RB, LXIII,16); «quando si chiamano tra loro, nessuno si permetta di rivolgersi all’altro con il solo nome, ma gli anziani diano ai giovani l'appellativo di “fratello” e i giovani usino per gli anziani quello di “padre” [“nonni”; il termine nonnus, d’origine egizia, è stato abbandonato dai benedettini nel corso dei secoli, ma è rimasto in uso presso alcuni cistercensi]» (RB, LXIII,11-12). Le consuetudini hanno inoltre precisato che i fratelli non debbano interrompersi mentre dialogano e parlare a qualcuno a parte in presenza di terzi; a tavola sono invitati a offrire al proprio vicino la parte migliore; e così via.
Ciò nonostante, agli occhi di san Benedetto, la cosa più importante rimane lo spirito soprannaturale con il quale si compiono tali prescrizioni. Il nostro legislatore svela questo spirito nel capitolo dedicato all’accoglienza degli ospiti: «Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: “Sono stato ospite e mi avete accolto”» (RB, LIII,1). San Benedetto voleva che i suoi monaci vedessero Cristo presente in ogni uomo, e soprattutto nei sacerdoti, i religiosi e i poveri. Affinché un tale atto di fede s’incarni davvero nella vita di tutti i giorni, egli l’ha inscritto in un insieme di costumi concreti. La cortesia vissuta in spirito di fede diventa così quel fiore di carità capace di spalancare le porte alla presenza di Dio. In tal modo, essa trasfigura i cuori e il mondo.
Vedete come un semplice sorriso può salvare un’anima o, almeno, ricordarle la sua dignità di figlio di Dio! Notate ancora come il gesto di rispetto accordato a un sacerdote o a un superiore richiama chi siamo e i doveri che ne derivano! Quando un Padre Abate in ritardo vede tutta la comunità alzarsi per accoglierlo, egli si ricorda che rappresenta Cristo. Questa luce di fede rinforza il suo coraggio d’essere fedele alla propria missione.
Il Signore Gesù si dona a noi con profusione. Noi lo sappiamo presente nel tabernacolo, nella Sacra Scrittura o in taluni avvenimenti della nostra vita. Che arricchisca perciò ognuna delle nostre relazioni di una cortesia ispirata alla fede e alla carità! Lui solo conosce il benefico irradiamento che potremo perciò esercitare.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, Politesse et civilisation, editoriale di Les amis du monastère, n. 139, 15 settembre 2011, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 20 settembre 2011

Per non dimenticare Tibhirine

[Ci siamo già occupati – qui e qui – del martirio dei sette monaci cistercensi della stretta osservanza (trappisti) del priorato algerino Notre-Dame de l'Atlas di Thibirine. Lo facciamo ancora una volta riproducendo un articolo pubblicato da MissiOnLine.org, nel quale si annuncia il lancio del “sito ufficiale” del monastero dei monaci uccisi, con l’obiettivo di sostenere il progetto della diocesi di Algeri per tenere vivo questo luogo della memoria.]

È online da qualche giorno all’indirizzo http://www.monastere-tibhirine.org/ il sito del monastero di Tibhirine, il luogo del martirio dei monaci in Algeria riproposto recentemente all’attenzione del mondo dal film Uomini di Dio.
Il sito si inserisce nel progetto più generale della diocesi di Algeri per custodire questo luogo della memoria, particolarmente significativo nel nostro tempo.
«I monaci di Tibhirine – si legge in un comunicato diffuso in occasione del lancio del sito – hanno lasciato all’umanità un messaggio di fraternità indirizzato a ogni uomo e a ogni donna […]. La Chiesa d’Algeria vuole salvaguardare e trasmettere questa memoria, divenuta un patrimonio. Il sito ufficiale del monastero di Tibhirine presenta il monastero e la sua attualità, la sua storia insieme al messaggio dei monaci martiri. Permette inoltre ai visitatori e pellegrini, ogni anno più numerosi, di preparare il loro viaggio a Tibhirine. La diocesi di Algeri ha intrapreso il restauro del monastero e delle sue strutture d’accoglienza (foresteria, cappella). Il sito permette di raccogliere le offerte di tutti coloro che vogliono collaborare a questo progetto e sostenere questi lavori».
Oltre a raccontare la storia e a offrire numerose immagini del monastero e dei monaci, il sito racconta anche che cosa è oggi Tibhirine. Offre inoltre una ricognizione dei libri e dei film che hanno affrontato la vicenda dei monaci.

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