lunedì 26 settembre 2011

Cortesia e civiltà

Quest’estate, durante un campo scout, una piccola chiesa delle Alpi ha ripreso vita. Messa, adorazione eucaristica, rosario: la sperduta parrocchia di montagna non aveva più visto qualcosa di simile da molto tempo. Ciò che è parso più stupefacente, agli occhi dei residenti, è stato il morale d’acciaio dei ragazzi, i quali cantavano e sorridevano nonostante una pioggia incessante. Soprattutto – lo credereste? – la brava gente del posto non ricordava più d’incontrare dei giovani che sanno ancora dire buongiorno.
In effetti, la cortesia sembra essere completamente scomparsa dal nostro mondo, a profitto di una scortesia amorfa e indifferente. Quando riaffiorano un po’ le buone maniere, sembra un’aurora piena di promesse e la speranza di un domani migliore.
Certamente, la cortesia non è innata. San Benedetto lo sapeva bene. L’esperienza gli aveva fatto perdere ogni illusione sulla natura umana decaduta dopo il peccato originale. Così, «l’uomo di Dio» aveva compreso che la cortesia è un’arte di vivere che si trasmette, e che va mantenuta, poiché tutto va ricominciato a ogni generazione.
Egli aveva perciò piena coscienza che la cortesia ha bisogno di un ambito indispensabile per svilupparsi. Essa è come un granello che esige una terra accogliente per dare frutti di civiltà. Per esempio, la buona terra della vita monastica. Dom Gérard lo ha notato: la cortesia ha posto radici nei chiostri e di là si è diffusa in tutta la cristianità. Attraverso un complesso di piccoli codici di vita comune, la Regola di san Benedetto ha levigato un po’ alla volta i caratteri grezzi dei monaci e di quanti venivano in contatto con loro.
Un esempio lungimirante di queste buone maniere è fornito nel capitolo dedicato all’accoglienza degli ospiti. Il rituale è definito con cura: «Quindi, appena viene annunciato l'arrivo di un ospite, il superiore e i monaci gli vadano incontro, manifestandogli in tutti i modi il loro amore; per prima cosa preghino insieme e poi entrino in comunione con lui, scambiandosi la pace. […] Nel saluto medesimo si dimostri già una profonda umiltà verso gli ospiti in arrivo o in partenza […] con il capo chino o il corpo prostrato a terra» (RB, LIII,3-7).
La cortesia benedettina non riguarda solo gli estranei: essa feconda tutta la vita comunitaria, l’intera quotidianità. Perché, ammettiamolo, è più facile essere cortesi con uno sconosciuto durante il tempo di un breve incontro, piuttosto che con i propri fratelli durante la vita intera. San Benedetto vi si applica tramite minuziose indicazioni. Quando due fratelli s’incontrano, si salutano con un’inclinazione del capo; «quando passa un monaco anziano, il più giovane si alzi e gli ceda il posto, guardandosi bene dal rimettersi a sedere prima che l'anziano glielo permetta» (RB, LXIII,16); «quando si chiamano tra loro, nessuno si permetta di rivolgersi all’altro con il solo nome, ma gli anziani diano ai giovani l'appellativo di “fratello” e i giovani usino per gli anziani quello di “padre” [“nonni”; il termine nonnus, d’origine egizia, è stato abbandonato dai benedettini nel corso dei secoli, ma è rimasto in uso presso alcuni cistercensi]» (RB, LXIII,11-12). Le consuetudini hanno inoltre precisato che i fratelli non debbano interrompersi mentre dialogano e parlare a qualcuno a parte in presenza di terzi; a tavola sono invitati a offrire al proprio vicino la parte migliore; e così via.
Ciò nonostante, agli occhi di san Benedetto, la cosa più importante rimane lo spirito soprannaturale con il quale si compiono tali prescrizioni. Il nostro legislatore svela questo spirito nel capitolo dedicato all’accoglienza degli ospiti: «Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: “Sono stato ospite e mi avete accolto”» (RB, LIII,1). San Benedetto voleva che i suoi monaci vedessero Cristo presente in ogni uomo, e soprattutto nei sacerdoti, i religiosi e i poveri. Affinché un tale atto di fede s’incarni davvero nella vita di tutti i giorni, egli l’ha inscritto in un insieme di costumi concreti. La cortesia vissuta in spirito di fede diventa così quel fiore di carità capace di spalancare le porte alla presenza di Dio. In tal modo, essa trasfigura i cuori e il mondo.
Vedete come un semplice sorriso può salvare un’anima o, almeno, ricordarle la sua dignità di figlio di Dio! Notate ancora come il gesto di rispetto accordato a un sacerdote o a un superiore richiama chi siamo e i doveri che ne derivano! Quando un Padre Abate in ritardo vede tutta la comunità alzarsi per accoglierlo, egli si ricorda che rappresenta Cristo. Questa luce di fede rinforza il suo coraggio d’essere fedele alla propria missione.
Il Signore Gesù si dona a noi con profusione. Noi lo sappiamo presente nel tabernacolo, nella Sacra Scrittura o in taluni avvenimenti della nostra vita. Che arricchisca perciò ognuna delle nostre relazioni di una cortesia ispirata alla fede e alla carità! Lui solo conosce il benefico irradiamento che potremo perciò esercitare.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, Politesse et civilisation, editoriale di Les amis du monastère, n. 139, 15 settembre 2011, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 20 settembre 2011

Per non dimenticare Tibhirine

[Ci siamo già occupati – qui e qui – del martirio dei sette monaci cistercensi della stretta osservanza (trappisti) del priorato algerino Notre-Dame de l'Atlas di Thibirine. Lo facciamo ancora una volta riproducendo un articolo pubblicato da MissiOnLine.org, nel quale si annuncia il lancio del “sito ufficiale” del monastero dei monaci uccisi, con l’obiettivo di sostenere il progetto della diocesi di Algeri per tenere vivo questo luogo della memoria.]

È online da qualche giorno all’indirizzo http://www.monastere-tibhirine.org/ il sito del monastero di Tibhirine, il luogo del martirio dei monaci in Algeria riproposto recentemente all’attenzione del mondo dal film Uomini di Dio.
Il sito si inserisce nel progetto più generale della diocesi di Algeri per custodire questo luogo della memoria, particolarmente significativo nel nostro tempo.
«I monaci di Tibhirine – si legge in un comunicato diffuso in occasione del lancio del sito – hanno lasciato all’umanità un messaggio di fraternità indirizzato a ogni uomo e a ogni donna […]. La Chiesa d’Algeria vuole salvaguardare e trasmettere questa memoria, divenuta un patrimonio. Il sito ufficiale del monastero di Tibhirine presenta il monastero e la sua attualità, la sua storia insieme al messaggio dei monaci martiri. Permette inoltre ai visitatori e pellegrini, ogni anno più numerosi, di preparare il loro viaggio a Tibhirine. La diocesi di Algeri ha intrapreso il restauro del monastero e delle sue strutture d’accoglienza (foresteria, cappella). Il sito permette di raccogliere le offerte di tutti coloro che vogliono collaborare a questo progetto e sostenere questi lavori».
Oltre a raccontare la storia e a offrire numerose immagini del monastero e dei monaci, il sito racconta anche che cosa è oggi Tibhirine. Offre inoltre una ricognizione dei libri e dei film che hanno affrontato la vicenda dei monaci.

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mercoledì 24 agosto 2011

Benedetto e la bellezza

Ubi Benedictus ibi pulchritudo, verrebbe da dire ogniqualvolta ci si ritrovi, con stupore, in qualcuna di quelle vere e proprie oasi di bellezza scaturite dalla persona o dal carisma di san Benedetto da Norcia. Nelle grandi e celebri abbazie o nei piccoli e sconosciuti eremi si respira intatta la medesima scia di pace e di bellezza, di fusione tra la creazione divina e le opere umane, al punto da chiedersi – forse un po’ ingenuamente – se ci sia una “ricetta” particolare, se Benedetto abbia lasciato particolari direttive in proposito. Tuttavia compulsando la Regola benedettina alla ricerca del segreto si rischia di restare delusi: il termine “bellezza” non ricorre neanche una volta. Per il semplice motivo che non ce n’era bisogno: il segreto dei monaci è la loro stessa vita, poiché essi si dissetano costantemente alla fonte della bellezza.

La liturgia e la festa

Quella dei monaci è infatti una vita essenzialmente liturgica (“nihil Operi Dei praeponatur”, Regola, cap. XLIII), simile a quella degli angeli: non solo perché pregano incessantemente ma perché lo fanno disinteressatamente. “Essi pregano innanzitutto non per questa o quell’altra cosa, ma semplicemente perché Dio merita di essere adorato. […] È il 'servizio' per eccellenza, il 'servizio sacro' dei monaci. Esso è offerto al Dio trinitario che, al di sopra di tutto, è degno 'di ricevere la gloria, l’onore e la potenza' (Ap 4,11), perché ha creato il mondo in modo meraviglioso e in modo ancora più meraviglioso l’ha rinnovato” (Benedetto XVI). Di conseguenza, perennemente immersi nella Trinità, essi ne escono trasfigurati – diventano “Geistliche (cioè persone spirituali)” – e non possono fare a meno di trasfigurare tutte le loro attività. Inconsapevolmente essi “ornano” il mondo, perché la loro vita è essenzialmente festiva proprio nella misura in cui è impregnata di liturgia. Il filosofo tedesco Josef Pieper ci aiuta a cogliere più approfonditamente il legame tra festa e culto in un saggio intitolato Sintonia con il mondo. Pieper ci spiega che la “vera” festa, ciò che comunemente definiamo come “una bella giornata”, più che nell’attivismo si situa al livello della contemplazione, dell’ammirazione; ma questo è possibile solo se si riesce a gettare lo sguardo sul fondamento del mondo, per scoprirne quell’originaria ed essenziale bontà che, malgrado il male presente, resta intatta e irrevocabile. Qualunque sia il motivo contingente, “per rallegrarsi di qualcosa si deve approvare tutto” (Friedrich Nietzsche, cit. in J. Pieper). Non stupisce quindi che Pieper definisca il culto come il nucleo, anzi “la forma più festiva della festa”, poiché alla radice del culto vi è il consenso verso il mondo intero: “È di fatto 'un illimitato dire di sì e amen'. Ogni preghiera si conclude con queste parole, così va bene, così dev’essere, così sia, ainsi soit-il. Ugualmente si deve supporre che si sentirà risuonare il canto di lode dell’Alleluja. Anche il culto celeste delle visioni apocalittiche è un’unica acclamazione composta da ripetute esclamazioni come 'lode', 'esaltazione', 'onore', 'ringraziamento'”, e lo stesso termine eucaristia significa “azione di grazie”. Non a caso la Pasqua e quindi la domenica è la festa fondamentale del cristianesimo, è il primo e l’ultimo giorno, beneficium creationis“era cosa molto buona” (Gn 1,31) – e imago venturi saeculi: dietro ogni liturgia cristiana, irradiazione della Pasqua, c’è la festa eterna della creazione e della ri-creazione, che si svolge al di là del tempo.

Lo sguardo su Dio

Benedetto XVI, in visita all’abbazia di Heiligenkreuz, identifica la vera “ricetta” della bellezza monastica in quel “non si anteponga nulla all’opera di Dio” (cioè all’ufficio divino), che Benedetto raccomanda ai suoi monaci, ricordando loro che la partecipazione interiore all’ufficio divino consiste nel considerare “come bisogna comportarsi alla presenza di Dio e dei suoi Angeli” (Regola XIX): “La bellezza di una tale disposizione interiore si esprimerà nella bellezza della liturgia al punto che là dove insieme cantiamo, lodiamo, esaltiamo ed adoriamo Dio, si rende presente sulla terra un pezzetto di cielo. Non è davvero temerario se in una liturgia totalmente centrata su Dio, nei riti e nei canti, si vede un’immagine dell’eternità. Altrimenti, come avrebbero potuto i nostri antenati centinaia di anni fa costruire un edificio sacro così solenne come questo? Già la sola architettura qui attrae in alto i nostri sensi verso 'quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, le cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano' (cfr 1 Cor 2,9)”. Non solo negli edifici sacri, poiché “in tutti i secoli i monaci, partendo dal loro sguardo rivolto a Dio, hanno reso la terra vivibile e bella. La salvaguardia e il risanamento della creazione provenivano proprio dal loro guardare a Dio”. E poiché bonum – ma anche pulchrumdiffusivum sui, dall’ora al labora, dagli altari ai campi, alle città, ai paesaggi, a partire da quell’unico sguardo (Ct 4,9) centrato su Dio è scaturita a raggiera, come un gigantesco ostensorio, un’intera civiltà plasmata anche visivamente dalla bellezza della liturgia. L’esempio dell’Austria, definita dal Papa Klösterreich – nel duplice senso di “regno di monasteri” e “ricca di monasteri” – vale per qualsiasi luogo fecondato dai figli di san Benedetto, dove persino l’ateo più accanito troverà ristoro per gli occhi e quindi per il cuore.

Bellezza e ordine

La vita liturgica dei monaci ci permette di scoprire anche un’altra dimensione della bellezza e della pace che ne deriva: l’ordine. Un monaco benedettino, François Cassingena-Trévedy, nel suo saggio su La bellezza della liturgia, mette in evidenza la connessione etimologica tra ornare e ordinare. La liturgia – che, ribadiamo, impregna tutta la vita, anzi tutto l’essere del monaco – mette ordine, tra le altre cose, anche nel tempo e, nello spazio, in vista del ripristino di quell’ordine primordiale, a cui ogni uomo tende naturalmente poiché è la cifra che lo stesso Creatore ha iscritto nella creazione, e che si manifesterà compiutamente dopo la risurrezione: il mondo dei risorti sarà un mondo ordinato intorno a Cristo per celebrare una liturgia eterna. La liturgia ordina innanzitutto il tempo, se ne appropria per riempirlo di significato, riproponendo attraverso i vari cicli – da quello diurno della liturgia delle ore a quello annuale incentrato sulla Pasqua, sul Natale e sulle feste dei santi – il mistero multiforme di Cristo che essa inculca sempre più profondamente in noi mediante un movimento a spirale. La liturgia si appropria e instaura un nuovo ordine anche nello spazio e nelle realtà materiali e chiama a raccolta e porta a compimento tutta la creazione: niente in essa ha una funzione puramente decorativa, anzi tutti gli elementi (pane, vino, acqua, fuoco, ecc.) del mondo diventano addirittura co-liturghi – così come l’architetto Gaudì “introdusse dentro l’edificio sacro [della Sagrada Familia] pietre, alberi e vita umana, affinché tutta la creazione convergesse nella lode divina” (Benedetto XVI).

La nuova creazione

La sintonia col mondo, il ripristino dell’ordine originario è particolarmente evidente nei cosiddetti “salmi cosmici” che concludono le lodi chiamando a raccolta tutti gli elementi della creazione – stelle, acque, nevi, venti, pesci, uccelli, greggi, uomini – affinché tutti “laudent nomen Domini”. Quest’ordine non può che scaturire da un cuore “ordinato” e guarire le ferite degli altri cuori, contagiandoli con la nostalgia del tempo in cui “il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato” (Gn 2,8). Infatti, grazie alla liturgia, i monaci vivono allo stesso tempo nell’Eden e nella Gerusalemme celeste. Senza dimenticare la terra, al contrario, irradiando anche visibilmente su di essa lo splendore del Paradiso.

[Articolo di Stefano Chiappalone dal blog Continuitas, riprodotto con la cortese autorizzazione dell'autore]

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domenica 21 agosto 2011

Atto di consacrazione dei giovani al Sacro Cuore di Gesù

[Durante l'adorazione eucaristica con i partecipanti alla Giornata mondiale della Gioventù di Madrid, nella veglia del 20 agosto 2011 all'aeroporto di Cuatro Vientos, Papa Benedetto XVI ha pronunciato il seguente atto di consacrazione dei giovani al Sacro Cuore di Gesù.]

Signore Gesù Cristo, Fratello, Amico e Redentore dell'uomo guarda con amore i giovani qui riuniti e apri loro la sorgente eterna della tua misericordia che sgorga dal tuo cuore aperto sulla Croce. Docili alla tua chiamata, sono venuti per stare con te e adorarti. Con preghiera ardente li consacro al tuo Cuore perché, radicati e fondati in te siano sempre tuoi, nella vita e nella morte. Giammai si allontanino da te! Concedi loro un cuore come il tuo mite e umile perché ascoltino sempre la tua voce e i tuoi insegnamenti, compiano la tua Volontà e siano in mezzo al mondo lode della tua gloria, perché gli uomini contemplando le loro opere diano gloria al Padre.





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Gustave Thibon, testimone di speranza


[Ci siamo occupati a più riprese del "filosofo contadino" Gustave Thibon (1903-2001), del quale abbiamo in varie occasioni tradotto su Romualdica alcuni scritti (fra cui, nel 2009 e in sei puntate, l’articolo L'equilibrio in altitudine. Meditazioni sulla Regola; nel 2010 un inedito; e nel 2011 l'in memoriam della rivista Cristianità). Una nuova occasione per parlare di Thibon, nel decimo anniversario della sua scomparsa, ci è offerto dal seguente articolo di Emiliano Fumaneri, comparso il 20 agosto 2011 su La Bussola Quotidiana, che riproduciamo con la cortese autorizzazione del quotidiano online.]


L'uscita nelle sale cinematografiche del film Le stelle inquiete, dedicato a un episodio della vita della filosofa Simone Weil (1909-1943), ha avuto il non indifferente pregio d'aver reso nota al pubblico italiano anche la figura del pensatore cattolico Gustave Thibon (1903-2001), il "filosofo-contadino" (philosophe-paysan), l’autodidatta in grado di impratichirsi con le lingue classiche e quelle moderne, lo studioso di Ludwig von Klages, Nietzsche, San Tommaso e della mistica carmelitana capace di guadagnarsi l'ammirazione di figure imponenti del panorama culturale europeo.
Gustave Thibon nasce nel 1903 a Saint-Marcel d’Ardèche (Midi di Francia) da una famiglia contadina. La stretta comunione con i ritmi della natura e la familiarità col silenzio accumulano in lui quelle profonde, vaste riserve interiori che riverserà nelle sue opere. Nel 1916, dopo aver frequentato la scuola comunale, si vede costretto ad abbandonare gli studi per dedicarsi al lavoro nei campi. Alieno da preoccupazioni religiose, trascorre un'adolescenza agnostica. A diciotto anni è assalito però da una veemente passione per la conoscenza. Con impeto febbrile si getta nello studio delle lingue, impara da solo il latino, il greco e il tedesco. Affronta testi di filosofia e teologia, si cimenta anche nella matematica e la biologia.
Thibon si riconcilia con la fede cattolica dell'infanzia grazie alla lettura di Léon Bloy (1846-1917) e all'incontro con Jacques Maritain (1882-1973), cui deve la scoperta dell'opera di San Tommaso d'Aquino. Maritain lo incoraggia a scrivere e la sua amicizia (interrotta in seguito a divergenze di giudizio su Charles Maurras e l'Action française) gli permetterà di pubblicare i primi articoli sulla Revue Thomiste.
È sempre l'incoraggiamento degli amici a consentirgli di vincere la naturale inclinazione alla modestia e spingerlo così a pubblicare, nel 1940, l'opera che lo rivela al grande pubblico: Diagnostics. Essai de physiologie sociale, cui segue Retour au réel. Nouveaux diagnostics (1943). Il primo dei due saggi verrà fatto tradurre e pubblicare nel 1947 dalla Morcelliana con il titolo di Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale. Grazie all'interessamento di Marco Tangheroni (1946-2004), nel 1973 le Edizioni Volpe pubblicano una nuova traduzione di Diagnosi che fa seguito, a distanza di un anno, alla prima edizione italiana di Ritorno al reale. Nuove diagnosi (1972). Nella nostra lingua sono state tradotte anche le raccolte di aforismi thiboniani La scala di Giacobbe (1947), Il pane di ogni giorno (1949), L'uomo maschera di Dio (1971). Sono stati pubblicati anche Quel che Dio ha unito. Saggio sull'amore (1947), Vivere in due (1955), Crisi moderna dell'amore (1957), Nietszche o il declino dello spirito (1964). Infine va segnalato il libro-testimonianza scritto col padre domenicano Joseph-Marie Perrin, Simone Weil come l'abbiamo conosciuta (2000).
La profondità del pensiero, la penetrante lucidità del giudizio e la folgorante bellezza dello stile gli valgono ben presto la considerazione di altri prestigiosi intellettuali come Marcel de Corte (1905-1944), Gabriel Marcel (1889-1973), Henri Massis (1886-1970). Ma l'incontro che segnerà maggiormente la sua vita spirituale e intellettuale è quello con Simone Weil. In fuga dai nazisti, nell'estate del 1941 la Weil trova rifugio presso la fattoria di Thibon. Tra l’inquieta pensatrice di origini ebraiche e il filosofo-contadino si instaura un rapporto profondo improntato alla massima schiettezza e a un'altissima stima reciproca, tanto che Simone decide di affidargli i propri manoscritti. Dopo la prematura morte della filosofa (1943) sarà Thibon a incaricarsi di farne conoscere il nome al mondo pubblicando alcuni estratti dei suoi diari col titolo La pesanteur et la grace (1948), edito in italiano come L'ombra e la grazia (trad. it., Comunità, Milano 1951).
Alla morte, che lo coglie nel 2001, Gustave Thibon lascia al mondo – oltre a tre figli, i nipoti e un ricordo indelebile nel cuore di chi l'ha conosciuto – una ventina di opere, innumerevoli articoli e testi di conferenze, senza contare la considerevole mole di scritti rimasti impubblicati.
Su due princìpi poggia l'architrave del pensiero thiboniano: l’opposizione agli idoli e l’amore per l’unità. Due momenti che però «si fondono in un unico, perché l’idolo rappresenta la parte innalzata al tutto, ma soltanto distruggendo gli idoli si può ricostruire l’unità» (Il pane di ogni giorno, Morcelliana, 1949, p. 10). «Dio non ha creato che unendo», osserva Thibon. Il peccato, il dramma dell'uomo consiste nel separare ciò che Dio ha unito: «La metafisica della separazione è la metafisica stessa del peccato» (Quel che Dio ha unito, Società Editrice Siciliana, 1947, p. VI).
Il nostro tempo, segnato dall'oblio dell'Essere e delle verità supreme, è funestato dalla lotta feroce e senza quartiere tra gli idoli. Non può che essere la guerra endemica la condizione strutturale di un mondo dominato da false divinità: nessuna di esse può permettere alle altre di elevarsi al di sopra di tutte per reclamare la signoria spettante all'unico vero Dio. Il conflitto tra gli idoli garantisce così l’impossibilità di ogni autentica trascendenza.
Procurare la morte rappresenta la vera vocazione dell’idolatria: la sete di sangue divora l'idolo, mentre l’odio viscerale per l’Essere lo vota al nulla e alla menzogna. Per il Socrate cristiano vivente in Thibon l'autentico spirito filosofico consiste invece «nel preferire alle menzogne che fanno vivere le verità che fanno morire» (L'ignorance étoilée, Fayard, 1985, p. 45). Thibon fa dunque idealmente suo il detto di Tolkien: "le radici profonde non gelano". Così è delle verità più semplici e ordinarie: la profondità degli abissi appartiene al grande, immenso oceano della normalità. Piatta e superficiale è solo la terra calpestata dagli idoli.
«Il thibonismo è una filosofia del buon senso», ha scritto Hervé Pasqua. La vera saggezza sta nell'essere fedeli tanto al "realismo della terra" quanto alle verità eterne del cielo, giacché «le cose supreme non fioriscono che al di là della tomba. Ma esse cominciano quaggiù e la loro fragile semenza è nei nostri cuori, e niente fiorisce nel cielo, che non sia prima germogliato sulla terra» (La scala di Giacobbe, AVE, 1947, p. 102).
Il mondo moderno è impazzito, sostiene Chesterton, «non tanto perché ammette l'anormalità, ma perché non sa ritrovare la normalità». L'epoca della secolarizzazione ha oltraggiato e decomposto infine la stessa natura umana; ecco perché si rende necessaria anzitutto un'opera di "apostolato del senso comune". «Un tempo – scrive il filosofo francese in un celebre passo di Ritorno al realeil cristianesimo dovette lottare contro la natura: quella natura era tanto dura, tanto ermeticamente chiusa che la grazia durava fatica a intaccarla. Oggi dobbiamo lottare per la natura, al fine di salvare il minimo di salute terrena necessaria all’innesto del soprannaturale».
Estraneo all’evanescente spiritualismo che abbandona al male le realtà terrene come al perfettismo incarnato dal mito del progresso tecnico necessario e inarrestabile, più che un "iconoclasta della reazione" – alla maniera del colombiano Nicolás Gómez Dávila (1913-1994), al quale pure è accomunato da numerose affinità, anche stilistiche – Thibon è un "testimone della speranza". «L'epoca in cui tutto si è perduto», scrive, «è anche quella in cui tutto si può ritrovare» (Entretiens avec Gustave Thibon, par Philippe Barthelet, La Place Royale, 1988, p. 175). Schierato a favore della positività ultima del reale, il suo è un appello al riconoscimento della "verità delle cose". La speranza poggia sulla pienezza dell'essere, in ultima istanza sull'onnipotenza divina. Dio è, è l'Essere. L'idolo, il non-essere: l'idolatria è la religiosità della disperazione. Crolla così il presupposto della gnosi eterna: l'irredimibile, disperata negatività della realtà creata. È l’amore a svelare il mistero stesso dell’essere.
Se la metafisica della speranza thiboniana si rivela impermeabile ai fuochi fatui del progressismo, certo non indulge alle suggestioni "tradizionaliste" delle utopie "archeologiche". «Che m’importa dunque il passato in quanto passato? Non vi accorgete che quando piango sulla rottura di una tradizione, è soprattutto all’avvenire che penso. Quando vedo marcire una radice, ho pietà dei fiori che seccheranno domani per mancanza di linfa» (L’uomo maschera di Dio, SEI, 1971, p. 258). La devota memoria del passato non deve indurci a «considerare la morte delle cose mortali come una sconfitta irreparabile. Non aggrapparsi totalmente, disperatamente alla materialità (nel senso più ampio) di una tradizione, di una istituzione, d'un regime. Occorre salvare l'anima delle cose cui il vento della morte ha spazzato via il corpo» (Parodies et mirages ou la décadence d'un monde chrétien. Notes inédites [1935-1978], Éditions du Rocher, 2011, p. 20). L'affermazione di valori soprastorici ed eterni non va confusa con l’immagine di una realtà storica compiuta e realizzata. «La vera fedeltà non consiste [...] nell’impedire ogni cambiamento, ma più precisamente nell’impregnare ogni cambiamento di eterno» (Crisi moderna dell'amore, Marietti, 1957, p. 8).
Il philosophe-paysan sa bene che se è preclusa la via del ritorno al paradiso terrestre, ostruita dalla misteriosa realtà del peccato originale, nondimeno l'uomo, come direbbe Gomez Dàvila, "respira male in un mondo non attraversato da ombre sacre". L'ideale della cristianità non può essere accantonato superficialmente. Certo: il regno di Dio non è di questo mondo; occorre scansare il ricorrente «mito dell'uomo collettivo», la tentazione idolatrica che nel "Grosso Animale" platonico (cfr. Repubblica, VI, 492-493) trova forse l'immagine più eloquente.
Ciononostante, è la stessa natura umana a richiedere «una civiltà dove il temporale è irrigato senza posa dall'eterno» (Préface a Dom Gérard Calvet O.S.B., Demain la Chrétienté, Dismas, 1986, p. 11). Il cristiano deve spendersi anche per una società centrata su Dio, portatrice e trasmettitrice dei valori eterni (il Vero, il Bello e il Bene), in cui le tradizioni e i costumi siano intermediari (metaxu) tra l'uomo e il suo fine trascendente. «La nostra eternità non è la negazione del tempo, ne è la fidanzata» (Il pane di ogni giorno, cit., p. 165). L'esempio stesso dei santi mostra che i cristiani devono essere al tempo stesso «visionari del cieli e prodigiosi operai sulla terra».
Al contrario, un mondo impregnato della mera "terrestrità" auspicata da Gramsci nei Quaderni del carcere, imperniato cioè sul principio dell'uomo "misura di tutte le cose", è generatore di una dis-società: un coacervo di individui atomizzati retto unicamente dal precario equilibrio dei rapporti di forza. Lo stesso termine "equilibrio" è sintomatico, chiosa Thibon: «L'equilibrio concerne unicamente la quantità, la pesantezza, i rapporti di forza. L'armonia implica la qualità e la convergenza di qualità verso un fine comune» (L'équilibre et l'harmonie, Fayard, 1976, p. XI).
La nevrosi egualitaria che agita il nostro tempo va ricondotta all'abbandono di questa essenziale distinzione. L'assolutizzazione del principio di uguaglianza si esprime nella legge del numero. Ma il trionfo del quantum non lascia spazio se non al "mondo in frantumi" scaturito dallo scontro di esseri massificati e gruppi "sconnessi" tra loro, senza alcun legame – prima di tutto interiore – a unirli.
Tragiche sono le conseguenze: il conflitto «eretto a legge permanente delle società» e la «generalizzazione della violenza» che sempre più diviene «l'unico mezzo di farsi intendere e ottenere soddisfazione» (ibidem). Si spiega così perché in questo "regno della quantità" si sia imposta la metafora dell'equilibrista in luogo di quella dell'accordatore, l'armonizzatore di suoni. Ma «l'equilibrismo ha fatto il suo tempo, non abbiamo che la scelta tra i due termini di questa alternativa: restaurare, mediante l'armonia, un ordine vivente o lasciarci imporre un ordine morto e mortale da una forza senz'anima che annichilirà tutte le altre» (ibid.).
La ragione spietatamente calcolatrice dell’uomo-massa è incline a organizzare il suo spazio di vita alla stregua di una macchina, plasmandolo per mezzo della tecnica. Sintomo di questa patologia è la crescente diffusione di organismi sociali artificiali, di collettività anonime in seno alle quali gli uomini, puri ingranaggi di una megamacchina sociale, agiscono come funzionari irresponsabili. Questi raggruppamenti trascurano la legge fondamentale dell’armonia e della durata di una società: la legge della comunità di destino, fondata sul principio di interdipendenza o di reciproca solidarietà.
Nella comunità di destino – il cui esempio più tipico è rappresentato dalla famiglia – l’interesse personale coincide invece con l’assolvimento del proprio dovere. Una società è sana, afferma Thibon, nella misura in cui tende ad attenuare la tensione tra interesse e dovere, è malsana nelle misura in cui tende a esasperarla.
Per l’Occidente "sazio e disperato", sfregiato dai resti delle ideologie totalitarie, il realismo thiboniano reca quindi un grande messaggio di speranza: «L'unica nobiltà dell'uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell'amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che “vanità e soffiar di vento”, risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all'eternità ritrovata appartiene al tempo perduto» (L'uomo maschera di Dio, cit., p. 262). 

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venerdì 19 agosto 2011

La preghiera liturgica nella vita dell’oblato

Il culto più perfetto che possiamo rendere a Dio, il solo che sia veramente degno di Lui, che sia, per così dire, adatto alla sua misura, è il sacrificio di suo Figlio, il sacrificio del Verbo Incarnato, realizzato storicamente e nella sua forma cruenta sul Calvario, e perpetuato attraverso il tempo nella sua forma mistica e sacramentale nella S. Messa. Ed è per questo che la S. Messa è il centro ed il vertice di tutta la liturgia cristiana; ed è ugualmente per ciò che la messa solenne costituisce ogni giorno per i monaci il fulcro intorno al quale si organizza tutto il complesso delle Ore dell’Ufficio divino.
Così, nel suo desiderio di ritmare la sua vita di preghiera con quella del suo monastero, l’oblato amerà partecipare alla S. Messa il più spesso che potrà, essendo evidentemente l’ideale che possa assistervi ogni giorno, senza tuttavia che ciò possa costituire per lui un dovere di coscienza, né un obbligo sotto pena di peccato.
Viene poi l’Ufficio divino. La semplice lettura della Regola mostra tutta l’importanza che S. Benedetto attribuisce alla preghiera liturgica e quale posto privilegiato le assegna nell’organizzazione della giornata monastica.
L’Ufficio divino, lo sappiamo, comprende due grandi Ore: Lodi e Vespro, preghiere solenni del mattino e della sera, derivate direttamente dall’olocausto che si offriva ogni giorno, all’aurora e al crepuscolo, nel Tempio di Gerusalemme; poi le Ore minori, che scandiscono lo svolgimento della giornata: Terza, Sesta, Nona, alle quali si aggiunge l’Ufficio della Compieta, al momento di andare a letto. In quanto al Mattutino, ora chiamato Ufficio delle Letture, esso costituisce per la liturgia monastica la parte più sviluppata dell’Ufficio divino. Esso è impostato normalmente per santificare le ore della notte consacrate alla preghiera; da ciò l’antico nome di Veglie e la loro suddivisione in Notturni.
In occasione dei loro soggiorni al monastero, e più ancora, se hanno la grazia di vivere normalmente nelle sue vicinanze, gli oblati amano sempre associarsi, per quanto lo possono, alle celebrazioni di queste Ore dell’Ufficio. Essi ne gustano il ritmo regolare, mai monotono, che contribuisce così largamente a mantenere le anime in un’atmosfera di raccoglimento, di preghiera e di pace. Così pure, al di fuori di questo periodo e di queste circostanze privilegiate e quando ciò può inserirsi nel quadro abituale della loro vita quotidiana familiare e delle loro occupazioni professionali, cercano volentieri di conservare, in tutta la misura possibile, un contatto vivo con la grande preghiera monastica solenne che compiono regolarmente i loro fratelli, i monaci.
Ed è anche molto raro che gli oblati viventi nel mondo abbiano la possibilità di recitare interamente il Breviario. Ed in particolare l’Ufficio del Mattutino, molto sviluppato nel rito monastico, non sarà generalmente utilizzato che da alcune persone, in particolare sacerdoti, per i quali la celebrazione dell’Ufficio divino costituisce uno stretto obbligo. Il più spesso l’oblato verrà a trovarsi nella necessità di fare una scelta fra le Ore del giorno. Alcuni preferiranno orientarsi verso gli Uffici più solenni delle Lodi e del Vespro, dei quali faranno volentieri le loro preghiere del mattino e della sera; altri sceglieranno piuttosto le Ore minori; forse anche una sola di esse, perché ciò si armonizzerà meglio con l’organizzazione della loro giornata e con i loro bisogni spirituali. […]
In fondo, quello che resta essenziale per l’oblato – e che occorre non perdere mai di vista – è l’intenzione profonda che egli deve avere di offrire a Dio, in unione con il suo monastero, una lode che sia il più possibile nello spirito di ciò che vuole la Chiesa per la sua preghiera ufficiale, cioè una preghiera composta principalmente di testi sacri fondati sulla Scrittura, e quindi direttamente ispirati dallo Spirito Santo. Tradizionalmente, il posto più importante è tenuto nella liturgia cristiana dai salmi, posto che avevano già nella liturgia dell’Antico Testamento. E grazie alla portata universale che ha impresso su di loro lo Spirito Santo, grazie alla larghezza ed adattamento di espressione che dà loro un carattere poetico, grazie alla varietà delle circostanze nelle quali essi sono stati composti e degli stati d’animo che li hanno ispirati, restano sempre la sorgente più ricca e più attuale della preghiera cristiana.

[Dom Jean Guilmard O.S.B., Gli oblati secolari nella famiglia di San Benedetto, trad. it. a cura degli Oblati Benedettini della Badia di Cava (Salerno), 1979, pp. 79-81 e p. 84]

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mercoledì 17 agosto 2011

Figure monastiche / Dom Jean-Baptiste Muard O.S.B. (1809-1854)

Jean-Baptiste Muard nasce il 24 aprile 1809 a Vireaux (Yonne), da genitori contadini: egli conoscerà ben presto cos’è la povertà. Ancora molto giovane dirà: “Vorrei essere missionario e morire martire”. Si sentiva già scosso dalla preoccupazione per la salvezza delle anime. Ma cosa si attendeva Dio da lui? I disegni del Signore si sveleranno solo progressivamente.
Sacerdote diocesano, fondatore dei Missionari di Pontigny, egli ha un giorno, durante la preghiera, la visione netta di una comunità che conduce “un genere di vita umile, povera e mortificata”, ed è con la scoperta della Regola di san Benedetto che trova la sua autentica vocazione.
A Roma gli viene suggerito d’iniziarsi alla vita monastica secondo la Regola di san Benedetto presso i trappisti di Aiguebelle. Dopo un fervente noviziato, fonda alla Pierre-qui-Vire l’opera richiesta dal Cielo. Nascono così i Benedettini del Sacro Cuore. La loro vita monastica è caratterizzata dalla stretta osservanza della Regola: silenzio perpetuo, astinenza totale dalle carni, sveglia notturna alle 3 per l’ufficio di Mattutino, lavoro manuale.
Alla morte di Dom Muard, all’età di 45 anni, estenuato dalle veglie e dalle penitenze, la sua opera è ancora molto fragile: ma Dio gli darà una piena crescita.

Atto d’amore

«Desiderando amarvi per quanto è possibile a una creatura debole, o mio Dio !, io voglio che tutti i miei pensieri, tutti i miei desideri, tutti i miei sentimenti, tutte le mie aspirazioni, tutti i battiti del mio cuore, ogni mio movimento, siano altrettanti atti d’amore. Voglio che tutti i caratteri che traccerò scrivendo, tutte le parole che vedrò leggendo, siano per me come altrettanti atti d’amore. Vorrei potervi offrire ogni giorno tanti atti ferventi d’amore quanti sono i grani di sabbia sulla spiaggia del mare, quante sono le foglie d’albero nelle foreste, quanti sono gli atomi nell’aria, quanti sono gli esseri creati; e moltiplicarli all’infinito. Per sopperire alla mia impotenza, vi offro, o mio Dio !, tutti gli atti d’amore che compiono tutti gli angeli e tutti i santi che sono in cielo e sulla terra, tutti gli atti d’amore della beata Vergine, e – soprattutto – gli atti d’amore per voi di Nostro Signore Gesù Cristo. O mio Dio!, che io possa amarvi quanto lo meritate! Datemi quindi un cuore di serafino, o piuttosto, mettete nel mio cuore l’amore di tutti i serafini, l’amore di tutti i santi, l’amore di tutti i cuori, e aumentatelo senza fine, affinché io vi ami, o mio Dio!, quanto io desidero amarvi».

Felicità della vita religiosa

«Vi dirò una parola di felicità che proviamo dal fortunato giorno della nostra professione. È adesso che assaporiamo tutta la dolcezza del giogo del Signore; è adesso che sentiamo la verità di questa parola: che ciascuno il quale abbandona tutto per Dio, riceve, sin da quaggiù, il centuplo di pace e di felicità, che non saprebbero comprendere quanti non l’hanno provato. Che bello darsi al Signore senza riserve! Senza dubbio la vita religiosa ha le sue prove e le sue croci, ma quanto sono dolci in confronto a quelle del mondo. Felice quindi colui al quale il Signore dona questa sublime vocazione; più felice ancora coloro che ne compiono perfettamente gli obblighi! […] Felici, mille volte felici le persone che Dio chiama allo stato di vita religiosa, e che rispondono con generosità a questa grande grazia. Occorre che costoro si sforzino di elevarsi alla perfezione di questa bella vita, e ciò non è così difficile come si pensa, perché essa non fa che discendere, e discendere più in basso che si può. Quando si abbraccia questa santa vita, è il momento di umiliarsi, di farsi piccoli, di annientarsi, di vedersi infinitamente al di sotto di tutte le persone con le quali si vive, di vedersi sotto i loro piedi, come le sporcizie di casa».

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