domenica 17 aprile 2011

Catechesi pacomiana sulla Settimana Santa

Apa Pacomio, l'archimandrita di Tabennesi: sui sei giorni della santa Pasqua.

1. Lottiamo, miei cari, in questi sei giorni di Pasqua, perché ci vengono dati ogni anno in vista della redenzione delle nostre anime affinché in essi compiamo le opere di Dio. In sei giorni, infatti, da principio, furono creati il cielo e la terra e Dio lavorò la sua creazione fino a che fu compiuta, e il settimo giorno si riposò da tutte le sue opere (cf. Gen 2,2).

2. Questi giorni Dio li ha creati perché anche noi, ciascuno secondo il suo stato di vita, lavoriamo in questi sei giorni alle opere di Dio: silenzio (cf. 2Ts 3,12), lavoro manuale, preghiere numerose (cf. 1Ts 5,17), custodia della bocca (cf. Sal 38,2), purezza del corpo e cuore santo (cf. 1Cor 7,34), ciascuno secondo la sua opera. E anche noi, dunque, riposiamoci il settimo giorno e festeggiamo la domenica della santa resurrezione provvedendo con ogni sollecitudine alle sante preghiere comuni e benedicendo il Padre dell'universo che ha avuto misericordia di noi. Egli ci ha invitato il grande Pastore delle pecore disperse (cf. Eb 13,20) per radunarci nel suo santo gregge (cf. Ez 24,5; Gv 10,14).

3. Non scoraggiamoci affatto in questi santi giorni, ma chi si dà al digiuno con gioia, in silenzio, saggezza e grande pace, chi si astiene da cibi ricercati, chi si è allontanato dai vani piaceri, chi pratica prostrazioni e preghiere incessanti, chi si impone rinunce al sonno e veglie numerose, ciascuno insomma vigili sulla sua perseveranza perché ci accada quanto sta scritto negli Atti: alcuni su tavole, altri su rottami della nave e così tutti giunsero salvi alla riva (At 27,44).

4. Siano in lutto cielo e terra (cf. Ger 4,28) durante questi sei giorni di Pasqua! Quando colui che si è assiso nei cieli alla destra del Padre suo (cf. Mt 26,64; At 7,55) ci mostra benevolenza, l'imperatore deponga il diadema che porta e la corona imperiale in segno di lutto, poiché per la testa del re della pace fu preparata una corona di spine colma di punte acuminate (cf. Mt 27,29). I ricchi depongano i loro abiti multicolori, le vesti di porpora violetta e scarlatta (cf. Ger 10,9), perché il Signore fu spogliato delle sue vesti e i soldati le tirarono a sorte (cf. Mt 27,35). Chi mangia, beve e si diverte in questo mondo, sia sobrio in questi giorni di sofferenza, perché il Signore della vita stette in mezzo a coloro che lo maltrattavano a causa dei nostri peccati (cf. Is 53,5). Chi pratica l'ascesi si affatichi ancor di più nel suo regime di vita fino ad astenersi dal bere acqua, che è la gioia dei cani, perché appeso alla croce egli chiese un po' d'acqua e gli fu dato da bere aceto mescolato a fiele (cf. Mt 27,34). Le donne ricche depongano i loro ornamenti in questi giorni di dolore, colmi di lutto, perché il re della gloria, in vesti ignobili, stava... [la catechesi ci è giunta incompleta]

[San Pacomio, Catechesi sui sei giorni di Pasqua, in Placide Deseille - Enzo Bianchi, Pacomio e la vita comunitaria, Edizioni Qiqajon, Magnano (Biella) 1998, pp. 217-219]

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venerdì 15 aprile 2011

Una versione leggendaria dell’origine di Montecassino

Parecchi anni fa un vecchio monaco di Montecassino ci raccontava una versione popolare dell’origine di Montecassino. La gente diceva che San Benedetto faceva l’eremita a Monte Trocchio, quello che sbarra la vallata in direzione di Napoli. Il diavolo lo andava a tentare; egli abitava a Montecassino. Un giorno egli disse a Benedetto: tu stai qui nella miseria, in una grotta. Io invece mi sono fatto un bellissimo palazzo lassù. E Benedetto disse: me lo fai vedere? E il diavolo rispose: volentieri, però ad un patto; che tu non faccia mai il segno della croce. Andarono lassù e Benedetto ammirava tutto e lodava il lavoro. E il diavolo gongolava dalla gioia. Ma ad un certo punto Benedetto disse: però c’è una cosa che non va bene.

E il diavolo irritato disse: Non è possibile. Benedetto replicò: Abbi pazienza; vedi quella statua lassù è troppo in alto e si vede poco, (e gliela indicò) invece farebbe più bella figura se fosse qua sotto (e indicò il luogo). E quella finestra là a sinistra (e la mostrò) non è in simmetria con quella di destra (e stese la mano). Il diavolo fece un urlo: Benedetto aveva tracciato il segno della Croce e Cristo aveva preso possesso di Montecassino. Benedetto ci rimase padrone, e al diavolo non restò altro che fargli ogni tanto dei dispetti.

[Dom Bonifacio Borghini O.S.B. (1895-1986), S. Benedetto. Vita - Regola, Benedictina Editrice - Abbazia di S. Paolo, Roma 1997, pp. 26-27]

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lunedì 11 aprile 2011

Una regola di vita interiore / quarta parte

Confessione e comunione

Due atti sacramentali vi accompagnano durante tutta la vita: la confessione e la comunione. Per la confessione, ecco qualche indicazione: se possibile, siate fedeli a confessarvi dallo stesso sacerdote. Siate brevi nell’accusarvi e precisi nelle circostanze che hanno causato le colpe. Confessatevi con regolarità risvegliando nell’anima la contrizione e il fermo proposito. Non cercate di stabilire un dialogo. Con gli occhi della fede, scorgete nel sacerdote ciò che Dio ha compiuto in lui con l’ordinazione sacerdotale: un giudice, un medico e un padre. Giudice, perché riceve le vostre colpe e le giudica degne di assoluzione (non giudica l’anima, dove penetra solo lo sguardo di Dio). Medico perché vi dirà il modo per riparare agli sbagli commessi. Padre perché vi esorta con dolcezza al coraggio e alla fiducia.
Quanto alla comunione eucaristica, bisogna sapere che i frutti che ne derivano sono in diretta relazione con l’idea che ci si è fatti della Messa. L’ostia consacrata durante la Messa è Gesù Cristo in persona; ma non si dice mai abbastanza che il Signore Gesù è presente sull’altare come vittima di un sacrificio, e che è alla vittima che ci comunichiamo, nell’atto stesso della sua oblazione sacrificale: vedete quale esigenza questo supponga nella condotta della nostra vita quotidiana, nell’accettazione delle prove che attraversate e nello spirito di offerta che deve dominare su tutti i vostri stati d’animo.

La preghiera liturgica

Abbiate la più grande considerazione delle azioni che appartengono in proprio alla santa Chiesa: canti, segni, formule sacramentali, dove si esprimono non dei sentimenti umani individuali soggettivi, segnati dai tempi e dalle circostanze, ma il pensiero eterno di Dio.
Il più venerabile di questi monumenti della pietà cristiana è la Messa latina e gregoriana secondo l’antico rito. Abbiate sotto gli occhi una traduzione che vi permetta di coglierne tutta la ricchezza e cercate di conservarne la sostanza: vi attingerete qualcosa d’inesprimibile, superiore a qualsiasi parola umana.
Considerate il messale come fosse il manuale per eccellenza del cristiano. La disposizione dei testi approntata alla Santa Scrittura, come la offre la liturgia del giorno, dà alla lettura un valore superiore a questi stessi testi se li aveste scelti per vostra iniziativa: è la Chiesa che li presenta per i bisogni della vostra anima, è lei, questa «grande madre Chiesa ai ginocchi della quale ho imparato ogni cosa» (Claudel), che li inserisce nel ciclo dei misteri di Cristo. I testi e i riti sacri vi insegneranno inoltre la profonda riverenza che l’anima deve provare in presenza delle cose divine. Che si tratti dello svolgimento sontuoso di una Messa solenne o della più umile benedizione del rituale per un bambino malato, è la medesima grandezza d’ispirazione che traspare. È con questa attenzione e rispetto verso gli atti che provengono in proprio dalla Chiesa, che si forgia un’anima cattolica.

Gli intercessori

La regola della preghiera cristiana implica il ricorso all’intercessione dei santi, in particolare quella del nostro patrono di battesimo, dei santi protettori delle nazioni e degli angeli custodi. Bisogna mettere più in alto di tutti il Sacro Cuore, il nostro grande Amico, animato verso di noi da un amore infinito, al quale possiamo domandare tutto. Poi Maria mediatrice di grazie, che non separiamo mai da suo Figlio e che ci conduce a lui tramite un diritto cammino. Non dimentichiamo i santi angeli, quest’armata celeste così potente, sempre pronta a soccorrerci: «Tutto ciò che sembra vuoto è riempito dagli angeli di Dio, e non c’è nulla che non sia abitato dalla circolazione del loro ministero» (sant’Ilario). Non dimenticate la preghiera quotidiana al vostro angelo custode, questo fratello del Paradiso che veglia su ciascuno di noi fin dalla nostra nascita.
Infine non esitate a ricorrere a rappresentazioni della Vergine e dei santi, ricordandovi che nei primi tempi della Chiesa ci furono cristiani che accettarono di morire martiri per le sante immagini. Amiamo le immagini, non per restarvi fissati, ma per andare al di là di esse. Sono come i gradini di una scala: i piedi non salgono se non si lascia il sostegno sul quale si appoggiano. Le immagini, le statue, le icone sono le finestre del Cielo destinate, nel solco dell’Incarnazione del Verbo, ad attrarci attraverso le cose visibili nell’amore per le cose invisibili.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Une règle de vie intérieure, originariamente in Itinéraires, n. V (seconda serie), marzo 1991; poi, in versione aumentata, come pubblicazione a sé stante dal titolo Une règle de vie, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1994; da quest’ultima ripresa in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2010, pp. 376-402 (da cui la presente traduzione; qui pp. 385-388), trad. it. delle monache del Monastero San Benedetto di Bergamo / 4 - continua]

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venerdì 8 aprile 2011

«Gli uccelli siamo noi, il ramo siete voi»

Il film Uomini di Dio ha ammirevolmente messo in luce la generosità della comunità di Tibhirine. Grazie all’eccezionale interpretazione degli attori – in particolare di Michael Lonsdale –, il coraggio dei monaci appare in tutte le sue dimensioni. Coraggio pieno di lucidità: sapevano quello che rischiavano. Coraggio pieno di carità: non rimanevano là che per servire. A padre Christian de Chergé, il quale dice a un abitante del villaggio che i monaci rimangono avvinghiati a Tibhirine come uccelli sul ramo, il buon uomo risponde pan per focaccia: «No, i monaci sono il ramo! Gli uccelli siamo noi, il ramo siete voi». Il villaggio doveva la sua stabilità al monastero.
Inoltre, come non ammirare le ricche virtù del priore di Notre-Dame de l’Atlas: sete d’assoluto, dono totale al prossimo, ascetismo, abnegazione nel lavoro, vasta scienza, agilità di spirito. E che coraggio! Quando, una notte di Natale, alcuni membri del GIA armati fino ai denti vennero a cercare padre Luc (medico) per curare dei feriti, il priore tenne loro testa e ottenne la loro partenza con la sola propria fermezza. Ancora, in taluni ambiti padre Christian non mancava di una grande chiaroveggenza. Per esempio, sapeva ben discernere la duplice minaccia che grava al giorno d’oggi sul mondo. Durante un congresso di padri abati e madri abbadesse cistercensi a Poyo, in Spagna, non ha forse parlato con lucidità della minacciosa invasione dell’ateismo e dell’islam?
Sia quel che sia di tutte queste belle qualità, non si può tuttavia seguire padre Christian in tutte le sue iniziative e ancor meno assumerlo come riferimento teologico per il dialogo interreligioso. È evidente che non era un teologo. Gli mancava per ciò la struttura filosofica necessaria a un pensiero coerente. La sua scrittura scorre bene. È inoltre animata da splendidi slanci poetici. Ma la poesia non è la teologia. I ragionamenti di padre de Chergé sono pieni di equivoci e di sofismi. A Poyo, per esempio, afferma che Gesù è il solo musulmano possibile. Altrove dice che il Corano è un’epifania del Verbo. Stabilisce un parallelo fra Corano e Vangelo fondandosi sull’etimologia: «Corano» deriva dalla radice «proclamare», e Giovanni Battista «proclama». Ecco una «prova» assai debole per assicurare che Gesù è «il Corano fatto carne»! Un’altra affermazione di padre de Chergé rischia di alimentare molteplici equivoci: l’islam sarebbe un’altra via per giungere al Dio unico. Affermazione pericolosa. Si è già a tal punto sicuri che abbiamo lo stesso Dio dei musulmani?
A tal proposito, qualche anno fa mi è capitata un’esperienza illuminante. Camminavo in una strada buia. Un uomo d’origine nord-africana stava uscendo dalla sua casa e mi vide. Mi gettò uno sguardo scuro e prese ad accompagnarmi, fissandomi dai sandali alla chierica. Volendo distendere l’atmosfera lo salutai con un «Buongiorno!». Mi rispose però energicamente: «Dio non procrea!». Faceva erroneamente allusione al mistero della Santa Trinità. Per lui, un cristiano non si distingueva dall’abito o dal taglio di capelli inconsueto, ma essenzialmente per la sua fede in Dio «Padre, Figlio e Spirito Santo». E considerava una tale affermazione come blasfema. La sua fede coranica l’obbligava a rifiutare che il Dio unico possa sussistere in tre persone; era una feroce negazione della mia fede cristiana su questo punto essenziale. Il Corano e il Vangelo gli apparivano contraddittori nel loro messaggio sull’identità di Dio. Riconoscendo in Dio un Figlio distinto dal Padre, introducevo un secondo Dio. Ero un politeista. Ho allora guardato l’uomo barbuto e gli ho detto che ero d’accordo con lui. Ne rimase turbato… «Sì, Dio non procrea. Genera. Non è la stessa cosa». L’ho lasciato con questa porta aperta sul mistero… Noi adoriamo un Dio che non è il Dio chiuso su sé stesso dell’islam. Il nostro Dio è un abisso di vita: eterna generazione nel seno del Padre di un Figlio in tutto simile a lui e spirazione dello Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio.
La Quaresima incede. Viviamola in intima unione con Gesù, vero Figlio di Dio. E preghiamo il nostro Padre del Cielo di donarci con pienezza il suo Spirito di forza e d’amore, affinché ci protegga da ogni dhimmitudine intellettuale e affettiva. Un dialogo interreligioso condotto male può diventare polvere negli occhi e servire a ciò che lo stesso padre Christian de Chergé chiamava «l’invasione dell’islam». La messe è abbondante, ma il maestro manca di operai. Chiediamo con insistenza al Signore i ministri competenti di cui la Chiesa ha un grande bisogno: persone di coraggio e di cultura dotate di una solida struttura mentale e di un giudizio informato. Nella preghiera e nel digiuno, otteniamo infine dal Signore tutte le grazie di fortezza di cui hanno bisogno i nostri fratelli cristiani d’Oriente. Essi pagano spesso con la loro vita la fedeltà alla loro fede in Dio «Padre, Figlio e Spirito Santo».

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, Le bon grain et l’ivraie, editoriale di Les amis du monastère, n. 137, marzo 2011, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]


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giovedì 7 aprile 2011

Benedetto e Gregorio: le colonne della liturgia latina

Fin dai primissimi tempi la liturgia della Chiesa si espresse in due forme, tra loro connesse, in modo che l’una sia l’estensione e l’approfondimento dell’altra. Si tratta della liturgia ordinaria del popolo di Dio e, al suo interno, quella più specifica degli asceti e delle vergini. La prima celebra i divini misteri nel tessuto della vita di ogni giorno, seguendo i ritmi e le situazioni in cui si trova la comunità cristiana, l’altra prepara e prolunga nei tempi e approfondisce nei contenuti i misteri celebrati nella riunione domenicale e feriale, che tutti accomuna. Questa due modalità, che rispondono a specifiche sensibilità spirituali e a diversa disponibilità di tempo e di lavoro, convivono dentro la comunità cristiana e si intrecciano, come espressioni legittime e complementari della liturgia quotidiana e settimanale della Chiesa locale. In tal modo l’intera assemblea liturgia riceve permanentemente il beneficio e la testimonianza di una dedizione cultuale più intensa ed estesa, a contatto con la vita della comunità, che gli asceti offrivano a Dio per il bene e il progresso di tutti i fratelli nella fede. Essi, infatti, anticipavano nella lode e nella meditazione, la convocazione di tutto il popolo con i suoi pastori, e la estendevano poi in altre ore del giorno e della notte, impossibili a chi viveva nei normali ritmi giornalieri. Gli asceti e le vergini non vivevano quindi da estranei alla loro comunità cristiana, ma erano pienamente inseriti in essa e stavano in primo piano nella comune celebrazione dei divini Misteri, dai quali i fedeli laici attingevano la forza per il loro impegno secolare e gli asceti la luce per una vita spirituale più intensa e fervente.
Con l’avvento della libertà religiosa queste pratiche ulteriori, che nei primi secoli erano per lo più facoltative e fatte solo dai più zelanti, ricevono una più precisa organizzazione sia nei riti, come nelle persone che le assolvono e si avviano verso una forma sempre più istituzionalizzata. Questa situazione, più evoluta, è già evidente nella Chiesa di Gerusalemme del IV secolo, secondo il noto diario della pellegrina spagnola Egeria.
Ebbene, queste due diverse intensità nell’esercizio del culto sono all’origine della due fondamentali forme liturgiche, comuni in Oriente e in Occidente, designate oggi come: la liturgia cattedrale e la liturgia monastica. La prima scaturisce dal modulo tipico dei riti rivolti all’assemblea di tutto il popolo, la seconda deriva da quelle forme supplementari, consentite solo ad alcuni, gli asceti e le vergini. Un esempio di composizione di queste due forme lo si può individuare nella Liturgia delle Ore, dove, le Lodi, i Vespri e la Veglia domenicale, si ritengono appartenenti all’antico ufficio cattedrale, mentre le Ore minori diurne (Terza, Sesta, Nona, Compieta) e l’Ufficio notturno feriale si configurano come sviluppi successivi dell’Ufficiatura monastica.
In seguito, con la nascita e la crescente affermazione del monachesimo e soprattutto col passaggio dalla forma eremitica a quella cenobitica, la liturgia monastica tende a separarsi notevolmente dal seno della Chiesa locale e ad esprimersi sempre più in ambienti diversi e con forme proprie, più consone al carisma specificatamente contemplativo. Si giungerà così, nell’alto medioevo, alla realizzazione matura di quelli che saranno i due luoghi precipui della vita della Chiesa e dell’irradiazione evangelica: la città con la liturgia della sua cattedrale e il monastero con la liturgia abbaziale. Qui le due forme liturgiche potranno percorrere strade distinte in strutture rispettivamente più adatte e con un diverso tipo di assemblea liturgica: quella del popolo e quella dei monaci. Questa opportunità consentirà alle due forme – cattedrale e monastica – di raggiungere una maggiore identità e di esprimersi con una propria genialità, ma produrrà anche una più profonda divaricazione tra monaci e laici.
In questo quadro storico i due grandi, Benedetto e Gregorio, emergono quali personalità rappresentative delle due forme liturgiche: Benedetto è il simbolo della liturgia monastica, Gregorio è il simbolo della liturgia cattedrale.
In verità essi assurgono anche ad essere i paladini dell’intera vita ecclesiale dell’Occidente. Infatti, la loro persona è strettamente collegata alle due Regole, che essi hanno donato alla Chiesa. La Regola monastica di san Benedetto organizza il monachesimo occidentale e pone le basi costitutive delle abbazie; La Regola pastorale di san Gregorio Magno, imposta la pastorale occidentale e pone le basi della vita diocesana e dei suoi pastori.
La liturgia monastica, in primo luogo, privilegia il monito evangelico del pregare incessantemente (1Ts 5,17) e si impegna ad una assolvenza tendenzialmente piena dell’intero salterio e di un più ampio lezionario biblico. Ciò è reso possibile da un regime di vita consono alla contemplazione, diurna e notturna, e si può realizzare solo in ambienti adatti a questo scopo, col supporto di una comunità che condivida preghiera, lavoro e riposo. Gli Angeli che contemplano sempre il volto di Dio ne sono icona e la vita celeste ne è modello. L’intimità totale con Dio e l’olocausto della verginità, la fusione sinfonica nella comunità, unita all’abnegazione di se stessi, delineano il cuore del monaco e offrono il clima spirituale più idoneo per l’attuazione del canto corale e regolare delle lodi divine. Soprattutto dopo la fine della grandi persecuzioni si sentì l’esigenza di non rinunciare a quella radicalità evangelica che era caratteristica delle origini eroiche del cristianesimo e, di fronte all’inevitabile allentamento della preghiera in un popolo cristiano sempre più numeroso, ma con conversioni talvolta sommarie, si intese conservare la generosità degli inizi con una vigorosa proposta esistenziale, che tenesse vivo lo spirito della primitiva comunità cristiana. In tal senso la liturgia monastica, in tutte le sue variabili, costituisce un bacino di spiritualità irrinunciabile per la santità e l’elevazione qualitativa dell’intero popolo di Dio. San Benedetto è l’interprete insuperato della liturgia monastica occidentale e il suo carisma è descritto con rara eloquenza in uno dei responsori più belli dell’Ufficio Romano, che si canta proprio nella sua festa dell’11 luglio:
San Benedetto, lasciando la casa e l’eredità paterna per essere gradito a Dio, si consacrò interamente a lui nella vita monastica.
* Abitò solo con se stesso, sotto gli occhi di colui che vede tutto.
Si ritirò dal mondo, con l’ignoranza di chi sa troppo bene, e con la sapienza di chi non vuol sapere.
* Abitò solo con se stesso, sotto gli occhi di colui che vede tutto.
La liturgia cattedrale, invece, si cura prevalentemente di introdurre il popolo nei misteri e di disporlo a riceverne con frutto la grazia. Elevare il popolo alla liturgia e portare la liturgia al popolo è la preoccupazione del pastore. Il popolo nella sua globalità e nelle situazioni ordinarie di vita è il referente fondamentale di questa forma liturgica. E il genio specifico del pastore vigilante sta nel coniugare con equilibrio l’integrità del mistero con la sua trasmissione, senza ridurre o eliminare uno dei due termini. L’intento pastorale ricerca nella continuità della tradizione l’impiego migliore di formule, preci, simboli e riti verificando con responsabilità e competenza la loro abilità a comunicare quella grazia, che devono poter esprimere in modo adeguato. Per questo la liturgia cattedrale tende ad essere breve, incisiva, semplice, elastica. Essa segue il ritmo diversificato delle categorie comuni dei cristiani, che vivono nella società e sono impegnati nel lavoro quotidiano. Tuttavia non è priva di fascino, di sacralità e di solennità, come dimostra la liturgia della Chiesa Romana, che da sempre si esprime con riti brevi, lineari, nobili e solenni. È, infatti, la nobile semplicità (SC 34) il carisma di questa Chiesa con la quale tutte le Chiese devono concordare. E dalla nobiltà della forma romana spira un senso del sacro essenziale ed eccelso e, proprio per questo, incisivo nella pastorale. San Gregorio Magno è il modello della liturgia cattedrale romana. Egli, come risulta dal suo Sacramentario, ha fatto sintesi delle migliori tradizioni liturgiche precedenti e, da buon pastore, ha consegnato al suo popolo una liturgia capace di coinvolgerlo con efficacia nei misteri salvifici. La sua opera liturgica ebbe una tale diffusione e una così vasta recezione nella Chiesa latina da varcare i secoli, fino a giungere ai nostri tempi. Il suo genio pastorale lo raccomanda quale referente per ogni successiva riforma della liturgia, che, mediante uno sviluppo organico dell’ininterrotta Tradizione, immette nel popolo cristiano, che si diversifica nelle culture, quell’unica energia divina che non può mai essere corrotta. Anche Gregorio trova nel meraviglioso responsorio della sua memoria liturgica del 3 settembre, una mirabile sintesi dell’intera sua opera pastorale e in particolare del suo splendido genio liturgico:
Dalle profondità delle Scritture trasse norme di azione e contemplazione, e immise nella vita del popolo l’acqua viva del Vangelo.
* La sua voce continua a risuonare nella Chiesa.
Come aquila colse dall’alto il senso delle cose; con la forza della carità provvide agli umili e ai grandi.
* La sua voce continua a risuonare nella Chiesa.
Il mutuo legame tra le due forme liturgiche – cattedrale e monastica – è ancora assicurato da Gregorio e Benedetto. Infatti, Benedetto – monaco – assume come base liturgica per le sue comunità monastiche il rito dell’Urbe – sicut psallit Ecclesia Romana – e così salva la forma romana antica e classica e la trasmette ai posteri. Gregorio – vescovo – adatta alle esigenze del suo popolo la liturgia di sempre, ma sempre col cuore legato al monastero e con un continuo riferimento alla sua personale esperienza di monaco. In tal modo, né manca a Benedetto la comunione con la liturgia cattedrale, né manca a Gregorio la comunione con la liturgia monastica. Si ritorna così a quel nesso indissolubile delle origini, quando popolo e asceti, condividevano nell’unica Chiesa locale le due anime della liturgia. Un legame che mai dovrebbe essere perduto per l’edificazione dell’unico popolo di Dio. Benedetto e Gregorio, non solo affermano la legittimità e la ricchezza delle due forme liturgiche, ma al contempo ne proclamano l’unità indissolubile e il comune orientamento al servizio dell’unica Chiesa di Dio.

[Don Enrico Finotti, La centralità della Liturgia nella storia della salvezza. Le sorti dell’uomo e del mondo tra il primato della Liturgia e il suo crollo, Fede & Cultura, Verona 2010, pp. 96-100]

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martedì 5 aprile 2011

Alcune novita dall'abbazia di Le Barroux

A partire da oggi è disponibile online sul sito Internet dell'abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux il nuovo numero del bollettino trimestrale Les amis du monastère (per l'archivio dei numeri precedenti si veda qui). Quanti desiderano ricevere regolarmente il bollettino, lo possono fare sia congiuntamente a un'offerta online (spuntando la casella "inscription au bulletin"), sia compilando la form di contatto: l'offerta non è obbligatoria per abbonarsi a Les amis du monastère, ma è naturalmente gradita la partecipazione alle spese di realizzazione.

Facendo seguito alla richiesta di numerosi amici del monastero, a partire dall'11 aprile sarà disponibile l'applicazione per telefoni iPhone denominata iBarroux. Con tale applicazione sarà possibile accedere al calendario liturgico della settimana e ricevere ogni settimana una breve meditazione sul Vangelo della domenica; entrare nella sezione del "repertorio spirituale" che si va progressivamente arricchendo; seguire la cronaca del monastero e leggere il bollettino Les amis du monastère; avere accesso a una mappa con sistema di geolocalizzazione che consente di elaborare l'itinerario stradale per arrivare all'abbazia; identificare gli alberghi e le pensioni in prossimità del monastero.


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lunedì 4 aprile 2011

Una regola di vita interiore / terza parte

La meditazione

È passata la moda degli sviluppi in tre passaggi di un tema dato. Ma capita di fermarsi davanti a una frase, una parola, o a una bella immagine di cui non si sa come disfarsene. O anche una parola autorevole che ritorna continuamente alla memoria. Sarebbe sufficiente poco per fare di ciò che alcuni chiamano un sogno, un oggetto di meditazione. La parola latina meditari significava per gli antichi ripetere ad alta voce, masticare, soppesare di continuo le parole di un testo per nutrirsene e incorporarle. Qualcuno mi dice: «Padre, non riesco a meditare». Ma il fine della meditazione, è la preghiera. Certe anime entrano subito in preghiera. San Vincenzo de’ Paoli prende le loro difese: quando la scintilla si accende, disse, si continua forse a battere l’acciarino?

L’orazione

Sono stati scritti vari libri sull’orazione, si è cercato di definirla. Essa è un riposo in Dio. Se Gesù è tutto per noi, assolutamente tutto, allora la questione della preghiera interiore, che è vitale, non si porrà più come un dovere, ma come un bisogno. Comunque non abbiate paura, quaggiù non si fa niente di buono senza disciplina, senza regole, e direi finanche senza dolore. Si dice bene che la preghiera è il respiro dell’anima, ma questo respiro, per i malati come siamo noi, si regola come il nutrirsi e il camminare.
Allora bisogna allenarsi ogni giorno venti minuti per permettere alla propria anima di respirare liberamente in Dio. Esistono dei metodi? Sì, e i più semplici sono i migliori. Recitare molto lentamente una preghiera e fermarsi in certi punti. Jean-Jacques Olier consigliava: «Gesù davanti agli occhi, Gesù attirato al cuore, Gesù nelle mani». Santa Teresa d’Avila amava guardare con la fede il Cristo presente nella sua anima. Diceva: «La preghiera è uno scambio d’amicizia nel quale ci si intrattiene spesso, soli a soli, con Dio di cui si sa che ci ama». E il Padre de Foucauld: «Pregare, è pensare a Gesù amandolo».
Infine Bossuet: «Bisogna abituarsi a nutrire la propria anima di un semplice e amoroso sguardo in Dio e in Gesù Cristo nostro Signore; e, per questo fine, bisogna separare dolcemente dal ragionamento, dal discorso e dalle molteplici affezioni, per tenerla in semplicità, rispetto e attenzione e avvicinarla così sempre più a Dio, suo unico e sovrano bene, suo primo principio e suo ultimo fine».

L’orazione giaculatoria

Quando l’anima, per qualche ragione, non potrà più pregare in modo regolare e organizzato com’era abituata, dovrà lanciarsi verso Dio in un movimento libero e affettuoso, e questi successivi slanci la disporranno a quella cima invidiabile che è l’orazione di semplicità. Alcuni autori fanno poco caso alle orazioni giaculatorie; vi scorgono una specie di parente povero della preghiera, per gente incapace di concentrarsi. Ma la preghiera non è una concentrazione dello spirito. È uno sguardo innamorato, un riposo, un abbandono dell’anima al di sopra delle agitazioni. Una seconda natura. «Il monaco – dice Cassiano – comincia davvero a pregare quando non si accorge più di pregare». È questa l’unione continua a Dio cui aspirano i santi, che segna l’ingresso nella vita mistica.

Il Rosario

Recitare ogni giorno le cinque decine della corona che compongono lungo la settimana la serie dei misteri del Rosario, è un aiuto considerevole per una ricerca di vita interiore. E questo, non tanto in virtù di una maggiore quantità di preghiere, ma per la grazia dei misteri che vi accompagnano durante lo scorrere dei giorni. Leone XIII sottolineava che, attraverso la serie dei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, l’anima respinge i tre mali che ostacolano il suo cammino verso Dio: il disprezzo degli umili doveri della vita quotidiana (misteri gaudiosi); l’avversione per la sofferenza (misteri dolorosi); la dimenticanza dei beni eterni (misteri gloriosi). Poco a poco le fasi della vita di Cristo e di sua Madre faranno parte della vostra anima e li sentirete come un profumo da respirare. Non vi sforzate di coscientizzare la ripetizione delle Ave Maria; servono a sorreggere uno sguardo contemplativo sulla bellezza soprannaturale della Vergine.
D’altro canto, il santo Rosario, come la manna per gli Ebrei, si adatta al gusto di ciascuno: la virtù di ogni mistero corrisponde alla grazia di cui abbiamo bisogno per continuare sulla nostra strada. Dom Chautard vedeva nella corona uno scambio di sguardi dolci e affettuosi tra il bambino e sua Madre. Padre Vayssière, formato dalla recita del Rosario, diceva: «Dobbiamo perderci, nasconderci nell’incomparabile tenerezza di Maria e lì vivere, lì respirare in una fede totale, in una fiducia e un abbandono assoluti».

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Une règle de vie intérieure, originariamente in Itinéraires, n. V (seconda serie), marzo 1991; poi, in versione aumentata, come pubblicazione a sé stante dal titolo Une règle de vie, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1994; da quest’ultima ripresa in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2010, pp. 376-402 (da cui la presente traduzione; qui pp. 382-385), trad. it. delle monache del Monastero San Benedetto di Bergamo / 3 - continua]

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