martedì 5 aprile 2011

Alcune novita dall'abbazia di Le Barroux

A partire da oggi è disponibile online sul sito Internet dell'abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux il nuovo numero del bollettino trimestrale Les amis du monastère (per l'archivio dei numeri precedenti si veda qui). Quanti desiderano ricevere regolarmente il bollettino, lo possono fare sia congiuntamente a un'offerta online (spuntando la casella "inscription au bulletin"), sia compilando la form di contatto: l'offerta non è obbligatoria per abbonarsi a Les amis du monastère, ma è naturalmente gradita la partecipazione alle spese di realizzazione.

Facendo seguito alla richiesta di numerosi amici del monastero, a partire dall'11 aprile sarà disponibile l'applicazione per telefoni iPhone denominata iBarroux. Con tale applicazione sarà possibile accedere al calendario liturgico della settimana e ricevere ogni settimana una breve meditazione sul Vangelo della domenica; entrare nella sezione del "repertorio spirituale" che si va progressivamente arricchendo; seguire la cronaca del monastero e leggere il bollettino Les amis du monastère; avere accesso a una mappa con sistema di geolocalizzazione che consente di elaborare l'itinerario stradale per arrivare all'abbazia; identificare gli alberghi e le pensioni in prossimità del monastero.


Share/Save/Bookmark

lunedì 4 aprile 2011

Una regola di vita interiore / terza parte

La meditazione

È passata la moda degli sviluppi in tre passaggi di un tema dato. Ma capita di fermarsi davanti a una frase, una parola, o a una bella immagine di cui non si sa come disfarsene. O anche una parola autorevole che ritorna continuamente alla memoria. Sarebbe sufficiente poco per fare di ciò che alcuni chiamano un sogno, un oggetto di meditazione. La parola latina meditari significava per gli antichi ripetere ad alta voce, masticare, soppesare di continuo le parole di un testo per nutrirsene e incorporarle. Qualcuno mi dice: «Padre, non riesco a meditare». Ma il fine della meditazione, è la preghiera. Certe anime entrano subito in preghiera. San Vincenzo de’ Paoli prende le loro difese: quando la scintilla si accende, disse, si continua forse a battere l’acciarino?

L’orazione

Sono stati scritti vari libri sull’orazione, si è cercato di definirla. Essa è un riposo in Dio. Se Gesù è tutto per noi, assolutamente tutto, allora la questione della preghiera interiore, che è vitale, non si porrà più come un dovere, ma come un bisogno. Comunque non abbiate paura, quaggiù non si fa niente di buono senza disciplina, senza regole, e direi finanche senza dolore. Si dice bene che la preghiera è il respiro dell’anima, ma questo respiro, per i malati come siamo noi, si regola come il nutrirsi e il camminare.
Allora bisogna allenarsi ogni giorno venti minuti per permettere alla propria anima di respirare liberamente in Dio. Esistono dei metodi? Sì, e i più semplici sono i migliori. Recitare molto lentamente una preghiera e fermarsi in certi punti. Jean-Jacques Olier consigliava: «Gesù davanti agli occhi, Gesù attirato al cuore, Gesù nelle mani». Santa Teresa d’Avila amava guardare con la fede il Cristo presente nella sua anima. Diceva: «La preghiera è uno scambio d’amicizia nel quale ci si intrattiene spesso, soli a soli, con Dio di cui si sa che ci ama». E il Padre de Foucauld: «Pregare, è pensare a Gesù amandolo».
Infine Bossuet: «Bisogna abituarsi a nutrire la propria anima di un semplice e amoroso sguardo in Dio e in Gesù Cristo nostro Signore; e, per questo fine, bisogna separare dolcemente dal ragionamento, dal discorso e dalle molteplici affezioni, per tenerla in semplicità, rispetto e attenzione e avvicinarla così sempre più a Dio, suo unico e sovrano bene, suo primo principio e suo ultimo fine».

L’orazione giaculatoria

Quando l’anima, per qualche ragione, non potrà più pregare in modo regolare e organizzato com’era abituata, dovrà lanciarsi verso Dio in un movimento libero e affettuoso, e questi successivi slanci la disporranno a quella cima invidiabile che è l’orazione di semplicità. Alcuni autori fanno poco caso alle orazioni giaculatorie; vi scorgono una specie di parente povero della preghiera, per gente incapace di concentrarsi. Ma la preghiera non è una concentrazione dello spirito. È uno sguardo innamorato, un riposo, un abbandono dell’anima al di sopra delle agitazioni. Una seconda natura. «Il monaco – dice Cassiano – comincia davvero a pregare quando non si accorge più di pregare». È questa l’unione continua a Dio cui aspirano i santi, che segna l’ingresso nella vita mistica.

Il Rosario

Recitare ogni giorno le cinque decine della corona che compongono lungo la settimana la serie dei misteri del Rosario, è un aiuto considerevole per una ricerca di vita interiore. E questo, non tanto in virtù di una maggiore quantità di preghiere, ma per la grazia dei misteri che vi accompagnano durante lo scorrere dei giorni. Leone XIII sottolineava che, attraverso la serie dei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, l’anima respinge i tre mali che ostacolano il suo cammino verso Dio: il disprezzo degli umili doveri della vita quotidiana (misteri gaudiosi); l’avversione per la sofferenza (misteri dolorosi); la dimenticanza dei beni eterni (misteri gloriosi). Poco a poco le fasi della vita di Cristo e di sua Madre faranno parte della vostra anima e li sentirete come un profumo da respirare. Non vi sforzate di coscientizzare la ripetizione delle Ave Maria; servono a sorreggere uno sguardo contemplativo sulla bellezza soprannaturale della Vergine.
D’altro canto, il santo Rosario, come la manna per gli Ebrei, si adatta al gusto di ciascuno: la virtù di ogni mistero corrisponde alla grazia di cui abbiamo bisogno per continuare sulla nostra strada. Dom Chautard vedeva nella corona uno scambio di sguardi dolci e affettuosi tra il bambino e sua Madre. Padre Vayssière, formato dalla recita del Rosario, diceva: «Dobbiamo perderci, nasconderci nell’incomparabile tenerezza di Maria e lì vivere, lì respirare in una fede totale, in una fiducia e un abbandono assoluti».

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Une règle de vie intérieure, originariamente in Itinéraires, n. V (seconda serie), marzo 1991; poi, in versione aumentata, come pubblicazione a sé stante dal titolo Une règle de vie, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1994; da quest’ultima ripresa in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2010, pp. 376-402 (da cui la presente traduzione; qui pp. 382-385), trad. it. delle monache del Monastero San Benedetto di Bergamo / 3 - continua]

Share/Save/Bookmark

martedì 29 marzo 2011

Tutta la nostra esistenza è una liturgia

Mi avete chiesto quale posto bisogna lasciare alla vita liturgica nei nostri monasteri. Rispondo senza esitare dicendo che bisogna dargli il più ampio spazio possibile. È per noi un principio di resurrezione quotidiana. Così, quando al mattino della sua professione, il monaco — completamente prosternato — ascolta il diacono che canta ad alta voce «Surge qui dormis et exurge a mortuis et illuminabit te Christus» («Alzati, tu che dormi, e il Cristo t’illuminerà»), egli sfiora questa potenza della liturgia alla quale le prime generazioni cristiane hanno aderito con tutto il loro essere. Per noi monaci, è tutta lì la nostra spiritualità; è per questo che non c’è, propriamente parlando, una spiritualità benedettina. Il monaco è un uomo interiormente ed esteriormente modellato dalla liturgia. È ciò che rende la nostra spiritualità così ampia, universale, accessibile ai nostri fratelli secolari.

L’idea che i riti e le formule sacre della liturgia siano sufficienti ad alimentare la nostra anima e a guidarla verso ascese mistiche, senza che abbiamo bisogno d’immergerci in trattati e in teorie elaborate nell’epoca moderna, è quella che prevalse durante sedici secoli, nel corso dei quali si sono formati trattati essenziali della spiritualità occidentale. Nella misura in cui siamo fedeli a questa ispirazione, ci ricongiungiamo ai primi cristiani. Con loro guardiamo verso la Gerusalemme celeste; con loro godiamo di questo strumento che è il corpo: le mani, gli occhi, la voce, il flettere le ginocchia e l’inchino profondo; ricordatevi di queste parole di sant’Agostino: «l’affezione del cuore si accresce con i gesti che la traducono» (PL XL, col. 597). Evidentemente a una condizione, ossia che i gesti conservino il loro valore. Il cristianesimo è asceso come un’aurora nel cielo della storia perché l’anima cristiana, attenta al rito, scorgeva a ogni passo come evidente il soprannaturale; il rapporto tra significante e significato restava vivo; ogni gesto attualizzava la fede; nulla mancava all’educazione dei nostri padri. Tutto questo dava alla vita una certa nobiltà. Charles Péguy lo ha bene inteso; conoscete il ricordo d’infanzia che ha raccontato, del tempo in cui viveva nel sobborgo Bourgogne, a Orléans: «Tutto era ritmo, rito e cerimonia… Tutto era un avvenimento, sacro… Tutto era un’elevazione interiore, una preghiera; tutta la giornata, il sonno e la veglia, il lavoro e quel po’ di riposo, il letto e la tavola, la casa e il giardino, la porta e la strada, il cortile e la soglia e i piatti sulla tavola».

Durante le età della fede, il bambino cristiano cresceva in tal modo in mezzo a una foresta di riti che gli parlavano del mondo invisibile, così come altrettanto chiaramente i segnali delle nostre strade ci indicano la direzione. Ma a noi, piccoli monaci dalla grande tradizione liturgica, cosa ci impedisce di bere a lunghi sorsi la verità dei simboli?

Se perciò ci viene chiesto quale posto ha la liturgia nella nostra vita monastica, risponderemo con la tradizione che essa è tutta intera l’esistenza del monaco, e anche — perché no? — tutta la vita cristiana, che sarà liturgica. Cioè tutta la sua vita sarà nutrita, illuminata, ritmata dalla santa liturgia.

Abbiamo una ben misera idea del battesimo, se pensiamo che sia soltanto «un biglietto d’ingresso per il cielo». Bisogna superare questa concezione limitata, ereditata dal protestantesimo, per il quale il sacramento, inefficace per sé stesso, non sarebbe altro che un titolo per la vita futura. Ricordatevi di queste parole decisive della Scrittura: «Voi vi siete invece accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli» (Eb 12,22); e «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). E ancora, forse il più bel testo di Paolo: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3,18). È in questa prospettiva liturgica che il nostro Padre abate dom Romain, una sera di Natale, diceva ai suoi monaci: «Siamo fatti per cose molto sante e solenni; siamo fatti per avanzare senza indugio a fianco di Dio».

Cosa significa, se non che le anime consacrate possono vivere solo in rapporto con la loro nuova dignità. Non hanno niente di studiato né di artificiale; ma bisognerà bene che qualcosa, in esse, esprima la nobiltà della loro condizione; qualcosa che debba tradursi fino a che si mantiene il nostro corpo. Ricordatevi della lettura del capitolo dell’ufficio feriale di Nona: «Siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo», «Glorificate et portate Deum in corpore vestro». Non è proprio in gran parte grazie a questo mezzo eccezionale di educazione che cominciate a modificare un po’ il vostro modo di essere? Il servizio all’altare e la disciplina del coro non esercitano forse molto presto un’influenza sulla vostra anima e sul vostro corpo? Quando si sente il segnale dell’ufficio, vedete con quale gravità dovete avanzare lungo la navata, con quale raccoglimento vi saluterete tra di voi scambievolmente, vi girerete verso l’altare, immergerete le vostre anime in adorazione al Gloria Patri. Ma tutto ciò forse finisce non appena varcate la soglia della cappella per andare a intraprendere i vostri lavori? No, è tutta la vostra vita che si ammanterà come in una nuvola d’incenso, e si svolgerà in presenza di Dio e degli angeli; tutto avrà un valore sacro di offerta e di consacrazione; la vita del monastero si svolge allora come una processione invisibile in cui, grazie al silenzio, l’anima si abbevera a segrete libagioni.

Anche i lavori più umili sono segnati dalla liturgia poiché cominciano e si compiono sotto un segnale della campana che richiamerà al ritorno in coro. I nostri poveri lavori non sono sempre appassionanti! Ma compiuti in unione a Gesù di Nazaret, possono diventare una liturgia molto misteriosa e profonda. È giusto ricordare il pregevole pensiero di Pascal: «Fare le cose piccole come le grandi a motivo della Maestà di Gesù Cristo che le compie in noi e che vede la nostra vita, e le grandi come piccole e facili a causa della sua onnipotenza».

Ecco perché il luogo di culto del monastero non è solo la chiesa, ma il monastero tutto intero, con le sue più umili dipendenze. Il refettorio è il luogo che assomiglia maggiormente alla chiesa, con la sua volta solenne, la sua preghiera prima e dopo il pasto, il carattere comunitario e gerarchico — riconoscibile dalla disposizione dei posti —, la cattedra del lettore dove sarà letto senza discontinuità, recto tono, un libro destinato a nutrire lo spirito, finché il corpo si distende. Anche l’abito è una scuola di preghiera che disciplina i movimenti del corpo. Il monaco professo, nel corso della celebrazione per la professione solenne, è stato vestito della cocolla, il suo abito da coro. Sapete che nel suo ultimo giorno, avvolto nelle pieghe della sua cocolla, il monaco sarà deposto nella nuda terra, per attendere la Resurrezione.

Si percepiscono nel rito di vestizione della cocolla monastica diversi simboli sovrapposti: è immagine dell’abito nuziale che prefigura la veste della gloria celeste; esprime inoltre il perdono e la grazia del figlio riconciliato. (Ah!, com’è dolce sapersi alla fine riconciliati con il Padre). La cocolla nera significa anche il lutto dalle gioie terrene, la veglia notturna, la sepoltura, l’attesa del soldato e del servo.

Il chiostro, questo deambulatorio sacro, penetrato di silenzio, che non conduce in nessun luogo, è simile alla contemplazione circolare di cui parla Dionigi l’Areopagita. Il termine di questa meditazione perpetua è diretta verso il cielo, al di sopra delle nostre teste; verso l’alto e non in avanti, immagine di un superamento spirituale, perché il nostro Dio abita in una luce inaccessibile. Persino la parola, anche la più prosaica, riveste un significato sacro, grazie all’uso parsimonioso che ne facciamo e al rito d’introduzione che ne regola l’esercizio: il monaco mette un dito davanti alle sue labbra, e aspetta un segnale dal suo superiore per parlare. Questo segnale (Benedicite!) unisce la parola usuale al cantico di benedizione che compone l’ufficio divino. Che esigenza! Bisognerebbe parlare solo per benedire. Spesso mi domandate il segreto che ci permetta di vivere sempre in preghiera, alla continua presenza di Dio. La risposta è semplice: considerate la vostra vita come una grande liturgia sacra; tutto vi prende calore perché tutto è compiuto in unione con Gesù Cristo sotto lo sguardo del Padre. Allora un’unità profonda lega intimamente tutte le nostre azioni. «Sia che mangiate, sia che beviate — dice san Paolo —, fate tutto per la gloria di Dio». Da qui, il monaco ritrova unità, non solo in sé stesso, ma anche con il resto della creazione.

Tuttavia se la liturgia impregna tutta le nostre azioni, non è come un vaso le cui pareti isolanti ci separano dal resto del mondo. Senza dubbio abbiamo scelto di chiudere gli occhi alle provocazioni del secolo; ma il miracolo della liturgia consiste nel permetterci d’integrare l’universo, in uno sforzo di trasfigurazione che è opera della poesia sacra. Non si può vivere senza poesia. In ogni caso, la Chiesa non ha deciso così per noi. Ha posto i migliori poemi dell’umanità sulle nostre labbra, per fare di noi dei cantori e dei sacerdoti del Sacrificio di Lode. In una celebre pagina Jacques Bénigne Bossuet pone la funzione sacerdotale dell’uomo al cuore stesso della vocazione, come un dovere imprescindibile di «prestare voce, intelligenza, cuore ardente d’amore per tutta la natura visibile, affinché essa possa amare, in lui e per lui, la bellezza invisibile del suo Creatore. È per questo che l’uomo è messo al centro del mondo, come industriosa concentrazione del mondo…, il grande mondo nel piccolo, perché — ancora — sebbene il corpo sia rinchiuso nel mondo, l’uomo ha uno spirito e un cuore più grandi del mondo, affinché contemplando l’universo intero e riunendolo in sé stesso, lo offra, lo santifichi, lo consacri al Dio vivente. Quantunque non sia il contemplatore e misterioso concentrato della natura visibile, finisce per esserne, per un santo amore, il sacerdote e l’adoratore della natura invisibile e intellettuale» (Sermon pour la fête de l’Annonciation, 1662).

Ma questa funzione sacerdotale non può compiersi se non attraverso Cristo, perché Lui solo può salvare, reggere, assumere e condurre al suo fine la creatura che ha lanciato nello spazio nei primi giorni della Genesi. In un sermone sul battesimo di nostro Signore, san Gregorio di Nazianzo descrive Gesù «mentre esce dall’acqua, attirando il mondo in qualche modo con sé ed elevandolo a sé».

Pietro il Venerabile, abate di Cluny, testimonia la sua ammirazione verso Cristo luce del mondo, con una sontuosa invocazione: «Christe, Dei splendor, qui splendida cuncta creati, Kyrie Eleison!» («Cristo, splendore di Dio, che hai creato tutte le cose nello splendore, abbi pietà di noi», Ex epistola Petri Venerabilis IX LS VI Epist. XXXII).

Avete in questi esempi tutto ciò che vi è necessario per compiere attraverso la preghiera questo compito di riassumere l’universo sotto lo scettro di Gesù Cristo. Che il monaco, sacerdote o no, consideri la sua vocazione come una grande avventura spirituale: ogni mattina, quando il giorno che si leva gli apre una pagina bianca sulla quale scriverà il poema della sua vita, possa dire in verità con il salmista: «Effonde il mio cuore liete parole, io canto al re il mio poema. La mia lingua è stilo di scriba veloce» (Sal 44,2). In effetti lo zelo per la lode e l’onore di Dio farà di tutta la sua vita un canto ininterrotto e questo canto lo farà progredire nella virtù, quanto il progresso spirituale lo porterà a cantare a vantaggio della gloria del suo Signore. Questa causalità reciproca fu il programma dei benedettini di Cluny; ne trovarono l’idea perfettamente formulata in una celebre orazione del messale: «Gloriam Dei sempiternam et proficiendo celebrare et celebrando proficere». Progredendo, il monaco celebra meglio la gloria eterna di Dio e celebrandola avanza in santità.

O santa liturgia, onore della Chiesa, tu che ispiri tanti monumenti d’arte e poesia, tu che ispirasti a san Francesco, il poverello, di cantare la gloria del suo Signore sulle strade del mondo; tu che metti sulle nostre labbra il cantico degli eletti e regoli i nostri passi nel cammino verso il cielo; tu che cacci dai nostri cuori l’impurità e li attiri dolcemente verso i beni invisibili: ti giuriamo fedeltà fino alla morte e anche nell’al di là, in quel paradiso di cui ci sveli qualcosa degli splendori indicibili.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La santa liturgia, trad. it., Nova Millennium Romae, Roma 2011, pp. 71-80]

Share/Save/Bookmark

sabato 26 marzo 2011

Per la Quaresima: la lectio divina

[Estratto dal commento al capitolo 49 della Regola di san Benedetto,

La lettura e l'ascolto della Parola di Dio è la prima e più importante opera buona della Quaresima, perché essa determina tutto il nostro comportamento. La Parola di Dio è un battesimo di luce, di calore, di forza, di dolcezza, di gioia. È, anzitutto, un fuoco che brucia le scorie del nostro peccato. Se l'accogliamo sul serio, la Parola ci passa davvero al crogiuolo, opera in noi miracoli strepitosi. Ma bisogna mettersi sotto la Parola come sotto una grande pioggia, lasciarsi investire da essa come da un fuoco divampante; esporsi alla Parola come a una spada che colpisce in pieno petto, invece di spostarci perché ci passi accanto senza ferirci il cuore.

[Anna Maria Cànopi O.S.B., Mansuetudine: volto del monaco. Lettura spirituale e comunitaria della Regola di san Benedetto in chiave di mansuetudine, 4a ed., Edizioni La Scala, Noci (Bari) 2007 p. 366]


Share/Save/Bookmark

giovedì 24 marzo 2011

Una regola di vita interiore / seconda parte

Tre massime negative

1 – Bisogna stare attenti a non imprigionare la vita spirituale negli esercizi che le sono propri. Le stesse Sentenze e Massime di san Giovanni della Croce non vanno bene a tutti in maniera indistinta. Bisogna fare i conti con l’ispirazione dello Spirito Santo, che è la luce delle luci. La regola d’oro della vita spirituale non è scritta; ogni cammino è unico: si tratta essenzialmente di corrispondere alla grazia.
2 – Evitare di sfarfallare in maniera eclettica, come quello che vuole leggere di tutto, buttarsi su ogni autore, desiderare di sapere tutto. C’è una grande saggezza nel considerare quale fu la prima grazia che ci ha attirato alla vita interiore, e nel conservarla: quale onda misteriosa ha toccato la nostra anima? Talvolta la bellezza della vita di un santo, un esempio di virtù, un avvenimento ricco di significato, una parola o un mistero della vita di Cristo, sono sufficienti per aprire un’anima alla luce. La nostra unità interiore si costruisce meno con un ammasso di conoscenze successive, piuttosto che con la fedeltà costante alla grazia iniziale. Ma questa richiede un’acutezza di sguardo che ha poco di ordinario. André Charlier diceva: «La regola principale della vita spirituale è che bisogna sempre rinnovare lo sguardo che posiamo sulle cose essenziali».
3 – Non bisogna esporre agli occhi di tutti il segreto della propria vita interiore. Quello che va bene per me forse non va bene a un altro. Per quanto riguarda un dogma, tutti devono crederci e accettarlo. Sul piano spirituale invece è ammissibile una grande libertà: tenete caro ciò in cui riuscite. Un istinto segreto avvertirà che si è sulla buona strada: «L’uomo spirituale giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (1 Cor 2,15).

Il gusto di Dio

Al di sopra di ogni disciplina e regolamento, bisogna innalzare qualcosa di primordiale, che dia il suo senso a tutto il resto: il gusto di Dio. Prima di leggere la Regola dei monaci al postulante, san Benedetto gli domanda se veramente cerca Dio. Se ha sete di quel solo che potrà dissetarlo. Il dono della saggezza fa gustare quanto il Signore è dolce, sveglia nell’anima un’attrattiva per le verità soprannaturali. Questa attrazione spiega la storia delle anime, è questo che le conduce al chiostro, che fa alzare il figliol prodigo e gli fa dire: Mi alzerò e andrò da mio Padre. Vi esorto a coltivare questo gusto di Dio, ad alimentarlo con la lettura, la meditazione e la preghiera. È per l’anima una fonte inesauribile di dolcezza. Al di sopra di ogni gioia terrena, di ogni consolazione umana, di ogni disastro, forse e al di là di ogni caduta, ci sarà questo patto segreto d’amore che ricompenserà ogni cosa.

La lettura

È una cosa assolutamente normale leggere per istruirsi; ben più raro è leggere per nutrire la propria anima. Si tratta allora di leggere e di rileggere lentamente un libro che piace: il Vangelo, le Lettere, l’Imitazione di Cristo o gli scritti dei santi, o qualsiasi altro libro capace di incidere nel proprio spirito qualcosa di eterno. Gustave Thibon racconta che, durante un viaggio in aereo che portava degli studiosi a un congresso di filosofia, uno di loro – era Gabriel Marcel – domandò al suo vicino: «Se l’aereo avesse un’avaria e lei fosse in pericolo, la sua filosofia la aiuterebbe a prepararsi alla morte?». La risposta fu negativa. È proprio a questo che dovrebbero servirci le nostre letture: chiarire e confortarci nelle nostre intime convinzioni. È da raccomandare la lettura con la matita in mano, raccogliere le idee a noi care su un «quaderno dei perché» e tappezzare la propria memoria con qualche testo importante che ci dia il senso della vita.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Une règle de vie intérieure, originariamente in Itinéraires, n. V (seconda serie), marzo 1991; poi, in versione aumentata, come pubblicazione a sé stante dal titolo Une règle de vie, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1994; da quest’ultima ripresa in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2010, pp. 376-402 (da cui la presente traduzione; qui pp. 380-382), trad. it. delle monache del Monastero San Benedetto di Bergamo / 2 - continua]

Share/Save/Bookmark

martedì 22 marzo 2011

Una regola di vita interiore / prima parte

«Non credete ai distruttori delle regole
che parlano in nome dell’amore.
Là dove la regola è frantumata, l’amore abortisce»
.
(Gustave Thibon)


Introduzione


Due parole riassumono magnificamente la spiritualità monastica del XII secolo: Magnitudo, grandezza dell’uomo immagine di Dio, e rectitudo, lo sforzo necessario di rettitudine dopo la caduta nel peccato originale. La parola regola, che ha la stessa radice di rectitudo, non ha una buona fama, salvo tra i monaci benedettini che vedono nella Regola del loro patriarca un monumento di saggezza e l’espressione santissima della volontà di Dio.
Vittime da due secoli di una falsa filosofia, abbiamo finito per vedere nella regola un intralcio alla libertà, quando invece ne è la condizione stessa. Quarant’anni fa Gustave Thibon aveva lanciato questo terribile avvertimento: «Disprezzi le regole, le tradizioni e i dogmi. Non vuoi imporre nessun inquadramento dottrinale al tuo bambino, al tuo discepolo; benissimo. Gli dai da bere un vino prezioso, dimentichi solo di dargli una coppa; cos’è il vino senza coppa? Un ruscello che cade a terra, ed eccolo versato, produce il peggior fango».
La tradizione militare e l’esperienza del comando testimoniano in favore dell’obbedienza alla regola. Ecco le parole di un ufficiale (capitano André Bridoux, Souvenirs du temps des morts):
«Più la regola è severa, più c’è libertà. Questo si capisce. Un capo sicuro dei suoi subordinati può essere generoso nel concedere favori.
«Si può soffrire qualche volta di essere comandati troppo o male; si soffre ancora di più di non esserlo affatto, perché il disordine si produce subito e la più grande disgrazia pesa allora sui piccoli.
«Questo rispetto della regola stretta porta lontano, e in particolare a una grande severità nei giudizi perché, secondo questo principio, il cavaliere d’Assas non ha fatto che il suo dovere; è meglio appoggiarsi alla perfezione della regola che sull’imperfezione della natura.
«Gli uomini saranno sempre obbligati ad assicurarsi contro sé stessi. La buona volontà non è sufficiente, perché presto si piegherebbe di fronte alla prova ripetuta del pericolo della morte, prima ancora davanti al ripetersi di lavori semplici ma noiosi che riempiono la vita del soldato e che sono tuttavia indispensabili»
.
Quante anime rimpiangono tardi di non avere saputo serrare la propria vita in un corsetto di ferro di una regola morale esigente! Il suo impiego ragionevole avrebbe loro risparmiato lo spettacolo desolante di un’esistenza senza regole, fatta di mollezza e di pigrizia. «Ah! Se si potesse rifare…», si dicono con un tono toccante. Ma la parola inesorabile del poeta cade come una spada: Never more!
Senza una disciplina personale, non c’è artista, non c’è scrittore, non c’è ingegnere; talento personale e santità sono votate allo scacco. Senza regola, non c’è capolavoro, non c’è vita contemplativa, non c’è elevazione mistica. È arrivato il momento di sbarazzarsi degli slogan faciloni che ricoprono il suolo putrescente di questo tempo, e di ritrovare il segreto degli antichi per diventare, non degli imbroglioni disonesti, ma dei saggi artigiani delle nostre vite. Non ricordo quale scrittore diceva: «Il genio consiste nel sedersi all’ora prefissata al proprio tavolo di lavoro».
Comunque bisogna ricordare – soprattutto per quanto riguarda l’ordine spirituale – il paragone stabilito da Charles Péguy tra le regole dure e le regole morbide, queste essendo più esigenti di quelle, perché impegnano l’uomo in una zona di profondo legame. È solo in questo senso, e non senza qualche apprensione, che proponiamo una regola di vita dell’anima.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Une règle de vie intérieure, originariamente in Itinéraires, n. V (seconda serie), marzo 1991; poi, in versione aumentata, come pubblicazione a sé stante dal titolo Une règle de vie, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1994; da quest’ultima ripresa in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2010, pp. 376-402 (da cui la presente traduzione; qui pp. 376-378), trad. it. delle monache del Monastero San Benedetto di Bergamo / 1 - continua]

Share/Save/Bookmark

lunedì 21 marzo 2011

Die 21 martii - S. P. N. Benedicti Abbatis

Omnipotens sempiterne Deus, qui hodierna die carnis eductum ergastulo sanctissimum Confessorem tuum Benedictum sublevasti ad cælum: concede, quæsumus, hæc festa tuis famulis celebrantibus cunctorum veniam delictorum; ut, qui exsultantibus animis eius claritati congaudent, ipso apud te interveniente, consocientur et meritis. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum, qui tecum vivit et regnat, in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Celebriamo oggi il transito del nostro santo Padre Benedetto, e conviene dire qualche parola su di lui anche perché vi vedo avidissimi di ascoltare. Come buoni figli, vi siete radunati insieme per sentir parlare del vostro Padre, «che vi ha generati in Cristo Gesù mediante il Vangelo» (1 Cor 4,15). Sappiamo del suo transito e vedremo da dove e verso dove passò. È passato dal luogo in cui ora ci troviamo ed è andato dove noi ancora non siamo arrivati. Ma, pur non avendo possibilità di essere col corpo nel luogo dove egli è passato, vi siamo con la speranza e con l'amore. Come dice il nostro Redentore: «Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Infatti anche lo stesso Benedetto, quando viveva qui con il corpo, dimorava in quella patria celeste con il pensiero e il desiderio. È passato dunque il Padre nostro Benedetto oggi dalla terra al cielo. Per Cristo è passato a Cristo: per la fede in Cristo Gesù, che operava in lui per amore, è passato alla visione e alla contemplazione in cui viene saziato ogni desiderio di tutti i beni. Dunque la sua via fu Cristo, che disse di sé stesso nel Vangelo: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Per mezzo di lui è giunto a lui, perché egli è la vita ed egli è la via. La sua rettissima via fu anche la perfetta vita del nostro Padre. La via della vita fu la santità di Benedetto.
Questa via all'inizio è stretta, ma poi, come c'insegna lo stesso san Benedetto nella sua Regola, con ineffabile dolcezza di amore si corre la via dei divini voleri. Per i principianti è stretta: tale era per Davide quando disse: «Per la parola delle tue labbra, ho seguito gli stretti sentieri» (cfr. Sal 16,4). Anche il beato Benedetto trovò questa via stretta all'inizio della sua conversione, ma alla fine lietissima. E quando la trovò stretta, cosa fece? Forse si scostò da essa? Anzi vi aderì e stette virilmente su di essa. Egli stesso visse per primo quel che insegnò, per poter insegnare a noi stessi suoi seguaci ciò che lui aveva vissuto. Con quale virilità stette sulla via di Dio, lo possiamo cogliere dalle sue parole. Nella sua Regola esorta a non fuggire dominati dallo sgomento la via della salute di cui gli inizi, come gli ha mostrato la sua stessa esperienza, non possono essere che stretti. Sapeva infatti che, quantunque fosse strettissima, conduceva alla vita, come disse il Signore: «Angusta è la via che conduce alla vita e quanto pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7,14).
Quale sia la vita a cui questa via conduce, ce l'insegna lo stesso Signore in un altro brano: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Per tutto il tempo in cui uno trepida sulla via di Dio, la trova difficile e sente la sua asprezza.
Ma quando raggiunge quell'amore che, essendo perfetto, scaccia ogni timore, allora con un'immensa gioia proclama insieme con l'Apostolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2 Tim 4,7).
Per questa via san Benedetto passò dalla morte alla vita. Certamente fu un transito felice, perché la sua vita fu degna di lode. Seguiamo le orme del santo Padre nostro Benedetto. Abbiamo una sicurissima via, per cui possiamo giungere fin lì: cioè la sua Regola e il suo esempio. Se seguiamo questa via, come dobbiamo, e se perseveriamo su di essa, senza dubbio arriveremo anche noi là, dove è giunto lui.

[Dai Discorsi del beato Elredo abate, in Unione Monastica Italiana per la Liturgia, L'Ora dell'Ascolto. Lezionario biblico-patristico a ciclo biennale per l'ufficio delle letture, Piemme - Edizioni del Deserto, Casale Monferrato (Alessandria) 2007, pp. 2354-2355]

Share/Save/Bookmark