lunedì 28 febbraio 2011

Terzo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008)

Mercoledì scorso dom Gérard e io eravamo in automobile. Tornavamo dalle esequie di sua cognata, la moglie di Jean Calvet. Stavamo recitando l’ufficio di Nona. Dom Gérard amava molto l’inno di questo ufficio, che paragona il calare del sole alla gloria eterna che accompagna una santa morte. Abbiamo trascorso cinque ore assieme, cinque ore deliziose, grazie alla sua benevolenza, alla sua cultura, alla sua grande presenza di spirito e alla sua ampiezza di vedute. Avrebbe amato morire in coro. Officiava Nona quando ha avuto un attacco. Le sue ultime parole sono state: «Pater noster». Si è leggermente prostrato per significare l’inclinazione profonda che facciamo in rispetto della maestà del Padre celeste, e non si è più rialzato. La sua morte, come l’intera sua vita, assomiglia a un semplice e maestoso tuffo nelle braccia del Padre, un tuffo in Dio. In maniera provvidenziale, le sue ultime parole sono come un ultimo testamento, il riassunto di tutta la sua vita, Pater noster.
Dom Gérard non ha cessato di ripetere e di vivere durante tutta la sua esistenza di monaco, di fondatore e di abate, il primato di Dio. Nella sua vita non vi è nulla di mediocre, nulla di piccolo, nulla di facile, perché vedeva le cose alla luce della trascendenza di Dio. È la trascendenza di Dio che l’ha catturato nella vita monastica. Ascoltate la sua confessione, quando definisce la vita contemplativa: «È Dio che ne è il principio e la fine. Dio, per la sua stessa eccellenza, suscita la vita contemplativa. Dio merita infinitamente che delle creature s’impegnino, si consacrino totalmente, per sempre ed esclusivamente, a cercarlo, a lodarlo, ad adorarlo; è questa la norma… Una religione che non è contemplativa, è indegna di Dio! Allora, poiché egli è interessato a Dio al di sopra di tutto, non soltanto lo prova, ma egli inoltre testimonia l’eccellenza di Dio».
Dom Gérard è un autentico cavaliere di Dio.
È sufficiente guardare questa chiesa abbaziale e questo monastero, la cui mole di lavori fu una vera sfida – se non una provocazione – al mondo moderno senza Dio. Nulla è troppo grande per le opere compiute al servizio della maestà divina. Quest’abbaziale esprime di per sé stessa tutta l’audacia della sua adorazione e della sua fiducia in Dio.
Dom Gérard è assai noto per avere difeso con vigore il principio di verità, come si evince dalla lunga serie di lettere agli amici. La più grande battaglia di tutti i tempi, secondo la parola del suo maestro André Charlier. Dom Gérard ci ha messo in guardia contro questa tendenza che hanno gli uomini di preferire – giacché meno pericolose a viversi – le verità sminuite, che non fanno più paura ad alcuno. Egli orientava bensì il nostro sguardo verso quei grandi santi, verso coloro che hanno fatto l’Europa, verso quegli uomini e quelle donne che indirizzano la storia al cielo, e che sono sempre stati controcorrente, che hanno sempre mantenuto alta la barra per rispondere completamente alle esigenze della verità integrale.
Un giorno Gustave Thibon gli scrisse, in una lettera divertente e profonda, che aveva scelto il posto giusto fra «il caravanserraglio progressista in cui tutto si confonde e l’isolotto integrista in cui tutto si separa». Dom Gérard gli rispose che fra questi due estremi, non vi è che un solo posto a essere quello giusto, ovvero quello che unisce a un’autentica passione per la verità integrale, un amore generoso per questo mondo in procinto di nascere.
Dom Gérard è ancora più conosciuto per la sua difesa della liturgia tradizionale. È ben noto e finanche temuto. Perché si tratta di un ambito sacro che ci prende tutti al cuore. In quanto la liturgia è indissolubilmente legata alla fede, alla verità della fede, alla verità integrale della fede. Egli amava questa grande liturgia ricevuta dalla profondità delle epoche, levigata dal tempo e dall’esperienza; amava questa liturgia come una meravigliosa educatrice, che insegna – meglio di qualsivoglia altro procedimento – a fare l’apprendistato della trascendenza di Dio.
Qui si comincia a toccare con mano la vita interiore di dom Gérard. Ieri ho iniziato l’omelia con questa citazione di san Pio X che dom Gérard prediligeva: «La liturgia è la prima e indispensabile fonte dell’autentico spirito cristiano». Più profondamente ancora, ci lasciava qualcosa della sua anima quando svelava che nelle cerimonie sacre, solenni, «qualcosa di celeste e di pacificante viene a toccare la terra; la liturgia suscita in noi uno spirito d’infanzia che si meraviglia, uno spirito d’adorazione che è lo zoccolo dell’umiltà e la condizione dell’autentico amore, uno spirito di pace fra gli uomini, che essa raduna e unisce con dolcezza attorno all’Uomo-Dio, presente in sacramento».
Per cercare di entrare nell’intimità di Dom Gérard bisogna entrare nella vita interiore. Quando gli si rivolgevano dei complimenti sulla sua comunità – giovane, fervente, numerosa – rispondeva che la bellezza e l’avvenire di una comunità sono soprattutto legati alla qualità della vita interiore di ciascuno dei suoi membri e non alle variazioni della sua apparente prosperità. Dom Gérard ci socchiudeva il suo cuore quando cantava questa beatitudine: «Beate le comunità i cui monaci, sia nel silenzio della cella sia nel loro stallo al coro, possono gustare qualcosa del bene sovrano e conoscere le primizie delle gioie eterne». Nella lettera n. 95 Les amis du monastère ci lanciava una sfida, a noi suoi figli, ricordandoci che la nostra comunità si è ingrandita grazie all’influenza esercitata su di essa dal ricordo e dall’esempio dei nostri fondatori: Padre Muard, un uomo di grande preghiera, Dom Romain Banquet e Madre Marie Cronier, per i quali l’idea guida fu la vita interiore. Precisava che era senza alcun dubbio in questa direzione che avremo dovuto lavorare, se vogliamo restare fedeli allo spirito del nostro santo Patriarca. La vita interiore non è affatto un abbandono codardo della sfera temporale e dei nostri fratelli del secolo, ma una vita interamente persa in Dio per la vita del mondo. Diceva che il monaco deve agire non nel mondo, ma sul mondo.
Dom Gérard è ben noto per le sue battaglie, ma per non farne una caricatura non si dovrà dimenticare la sua grande bontà e la sua profonda dolcezza. Dom Gérard credeva alla potenza della verità e credeva altresì a quella della bontà. «La bontà – ricordava, riprendendo un proverbio indiano – è come il legno di sandalo che profuma la scure che lo taglia». Sapeva che questa dolcezza era indispensabile da una parte e dall’altra per una riconciliazione fra mons. Lefebvre e Roma. Ecco cosa scriveva all’inizio del 1988: «Non si può nascondere la gioia che regna in queste case, la rettitudine dottrinale, l’abbondanza e la giovinezza del reclutamento. Ma supponiamo che sia realizzabile una soluzione di reintegrazione di queste opere nel quadro ufficiale della Chiesa; si ritiene che ciò si produca senza uno sforzo di mutua comprensione?». È un’intenzione di preghiera che ha portato nella sua corona del Rosario da vent’anni e che ora ha portato in Cielo.
Nell’automobile che ci conduceva a Bordeaux, qualche giorno fa, parlavamo di queste divisioni nel seno della Chiesa, di queste divisioni che sono ovunque e sono la causa di tutte le assenze di carità. Lo rivedo fare un gesto che gli era di costume, con le mani sulle tempie, ed esclamare: «È spaventoso».
Per quel che riguarda la nostra comunità, mi faccio un dovere di ricordare la sua ultima esortazione in qualità di abate. Era il 24 novembre 2003, la vigilia dell’elezione del suo successore. Ci ricordò i tre pilastri della fondazione: la verità, la Regola e la liturgia, e aggiunse che mancava qualcosa, quel qualcosa senza il quale ogni fondazione è traballante. Quel qualcosa, è la corrente di carità fraterna. E ci diede come modello la bella icona del mistero della Visitazione. La beata Vergine Maria, Madre del Salvatore, che abbraccia sua cugina Elisabetta nella quale sussulta san Giovanni Battista. Vi ricordo le sue ultimissime parole d’abate: «È l’ultima volta che mi pronuncio come abate davanti a voi… Potete indovinare tutta la mia emozione… Le mie ultime parole saranno: Amatevi gli uni gli altri». Indicandoci questo, ci rimandava al suo patto con i santi angeli. Aveva loro chiesto due cose: anzitutto che non ci fossero incidenti alle persone sul cantiere, e in secondo luogo che non venissero compiute delle ferite alla giustizia e alla carità. Dicendoci quelle ultime parole, ci immergeva nell’incandescente carità di Padre Muard, che ha tanto amato. Padre Muard aveva dato ordine che in tutte le case uscite dalla Pierre-qui-Vire dovevano essere scolpite sulla pietra queste parole di san Giovanni: «Amatevi gli uni gli altri». Il suo desiderio era che questa divisa si possa inscrivere nei nostri cuori.
Per penetrare un po’ di più nell’anima del nostro veneratissimo padre, bisogna adesso volgerci alla Nostra Signora. Egli aveva assunto quale insegna «Per Te Virgo» ed Ella campeggia sul suo stemma abbaziale sotto forma di stella, Stella maris. Dom Gérard aveva una pietà mariana quasi impetuosa. Da bambino le aveva costruito un oratorio e sembra che occorresse calmarlo dai suoi ardori nel coinvolgere la sua intera famiglia a pregare Nostra Signora per la Francia. È vero che non ha dedicato molte lettere alla Vergine Maria. Era diventato il suo giardino segreto, che non apriva se non in una grande intimità. La prima volta che l’ho incontrato per aprirmi a lui circa la mia vocazione gli dissi due cose; in primo luogo che avevo trovato a Le Barroux le due condizioni della mia vocazione: la fedeltà a Roma e lo spirito tradizionale. Dopo di che parlammo a lungo della santa Vergine e della potenza protettrice del Rosario contro i torrenti distruttori del secolo. Mi confidò che era stata Maria a fare uscire la fondazione dall’impasse. Non sentiremo più il clicchettio del suo Rosario. È partito un 28 febbraio, giorno dell’undicesima apparizione della santa Vergine a Lourdes.
Avevo la mia mano sul suo cuore, ho sentito l’ultimo battito del suo cuore, e conservo ancora sul palmo della mano quest’ultimo flebile battito del cuore. Lo conservo per me.
Dio ci ha dato Dom Gérard.
Dio ci ha tolto Dom Gérard.
Che Dio sia lodato per sempre.
Pater noster.

[Omelia pronunciata da Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate di Le Barroux, il 3 marzo 2008, in occasione delle esequie di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate dell’abbazia Sainte-Madeleine, in Reconquête. Revue du Centre Charlier et de Chrétienté-Solidarité, n. 247-248, aprile-maggio 2008, pp. 11-12, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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domenica 27 febbraio 2011

Un ministero di contemplativo, di liturgo e d'intercessore

[Nell'imminenza del terzo anniversario della scomparsa di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), riproduciamo di seguito l'in memoriam comparso su Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica, anno XXXVI, n. 346, marzo-aprile 2008, p. 17. Nella foto a fianco, Dom Gérard benedice uno stendardo di Alleanza Cattolica (immagine d'archivio della seconda metà degli anni 1970)]

Il 28 febbraio 2008 è nato al cielo l'abate dom Gérard Calvet O.S.B., una figura di spicco del mondo cattolico francese.
Nato a Bordeaux il 18 novembre 1927, prende l'abito benedettino nell'abbazia di Madiran il 2 febbraio 1950. Pronuncia i voti solenni nella comunità di Tournay il 18 febbraio 1954 ed è ordinato sacerdote il 13 maggio 1956. Nel 1963 è in Brasile dove il monastero di Tournay ha una fondazione. Al suo ritorno nel 1968 rimane scosso dalle prime avvisaglie della riforma liturgica in atto e a poco a poco matura la decisione di dar vita a una comunità di monaci che conservino la tradizione liturgica romana nella forma ricevuta prima delle riforme. Questo diventa il compito della sua vita, mai disgiunto da una visione d'insieme che pone la liturgia in un contesto teologico, spirituale e sociale ben più vasto, di cui è un segno anche la benevolenza e la simpatia dimostrata per l'apostolato di Alleanza Cattolica. Di carattere forte, ma anche prudente e realista, dom Calvet conduce la sua battaglia chiedendo aiuto — a partire dal 1974 — a mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) per l'ordinazione dei suoi monaci, ma se ne distacca nel 1988 in seguito alle ordinazioni episcopali irregolari avvenute a Ecône, mentre da Roma gli viene offerta la possibilità di continuare la sua battaglia per la conservazione del patrimonio liturgico nella piena regolarità canonica senza nessun compromesso inaccettabile. È così che dapprima a Bédoin e poi a Le Barroux si viene formando una rigogliosa comunità monastica, composta soprattutto da giovani, che costituisce il segno vivente e la testimonianza concreta della benedizione divina sul suo impegno per lo splendore della liturgia, che è a sua volta — secondo la famosa espressione di dom Prosper Guéranger (1805-1875) — «la stessa tradizione nel suo grado più alto di potenza e solennità» (Institutions liturgiques, vol. I, Fleuriot-Débécourt, Le Mans-Parigi 1840, p. 3). Benedetto abate dell'abbazia autonoma di Santa Maddalena a Le Barroux il 2 luglio 1989, dom Calvet conduce la sua comunità con mano sicura e saggezza pastorale, attraverso difficoltà, abbandoni e nuove fondazioni fino al novembre 2003.
Ora lascia in terra un'eredità preziosa e continua in cielo il suo ministero di contemplativo, di liturgo e d'intercessore.

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mercoledì 23 febbraio 2011

Ora et Labora a Le Barroux


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martedì 22 febbraio 2011

Un cantiere monastico

Il monastero Sainte-Marie de La Garde, fondazione dell'abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, prosegue i lavori del proprio cantiere, come si può vedere nel breve video che riproduciamo qui di seguito. Sempre nel sito del monastero, è possibile accedere a un "abbecedario monastico", alla cronaca del mese di gennaio 2011, e a varie modalità per sostenere la costruzione del monastero.


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venerdì 18 febbraio 2011

La liturgia, gioia di Dio e degli uomini

«Cos’è la liturgia?», chiese un giorno Carlo Magno al suo saggio ministro e cappellano Alcuino. «La liturgia – rispose il monaco – è la gioia di Dio!». La liturgia è la gioia di Dio perché è il culto che gli rende il suo Figlio unigenito, eterno sacerdote; perché è il culto pubblico, l’espressione dell’omaggio, dell’adorazione, della lode, dell’azione di grazia che la Santa Chiesa rende – essa pure – alla maestà divina, mettendo in opera il sacerdozio regale del suo sposo, il Cristo, nostro Signore.
La liturgia è la gioia di Dio perché lungo il corso del ciclo annuale in cui si svolge, è tutto il mistero del Verbo incarnato, redentore di tutti gli uomini – il solo mistero che, finalmente, interessa a Dio –, che si dispiega, che è commemorato e, in qualche modo, reso nuovamente presente, ri-attualizzato: la venuta di Cristo sulla terra, la sua nascita, la sua manifestazione al mondo, la sua predicazione del regno dei cieli, la sua dolorosa passione, la sua morte sulla croce, la sua gloriosa risurrezione, la sua ammirevole ascensione, il dono dello Spirito Santo consolatore fatto alla sua Chiesa.
La liturgia è la gioia di Dio perché, ogni giorno, mediante il ministero sacerdotale, si rinnova sull’altare il sacrificio unico dell’agnello che toglie i peccati del mondo e che rende al Padre, in nome dell’intera creazione, «ogni onore e ogni gloria». La Messa è il cuore della liturgia e le altre parti del servizio divino, dell’Ufficio divino, ne sono come l’irradiamento. Soprattutto in questo punto centrale Dio trova la sua gioia, poiché è là – nel Santo Sacrificio – che si ristabiliscono le relazioni dell’uomo con Dio, infrante dal peccato; che si equilibra il rapporto di tutto il creato con il suo Creatore.
La liturgia è la gioia di Dio perché è la sua opera. Egli ne è l’oggetto. Egli ne è il fine. La liturgia magnifica Dio. Egli è l’agente principale di quest’opera che realizza cose divine, ma che ha voluto vedersi compiere tramite mani e su labbra umane.
Gioia di Dio, la liturgia è inoltre – afferma dom Guéranger – la «gioia dei popoli», ovvero la gioia degli uomini diventati figli di Dio, nostra gioia! «Essendo la grazia santificante che fiorisce in canto e si esprime in fede, speranza e carità, la liturgia è l’atto proprio di colui che ha la grazia, che è abilitato dal carattere battesimale a trattare con Dio»; è il bene proprio dei figli di Dio.
La liturgia è la gioia degli uomini; gli uomini sono fatti per Dio, per andare a Dio; hanno bisogno di redenzione, di santità, per ritrovare o mantenere il contatto con il Dio santo. Ed è la liturgia a procurarglielo. «In essa, lo Spirito Santo ha avuto l’arte di concentrare, di eterizzare, di diffondere in tutto il Corpo di Cristo la pienezza inalterabile dell’opera redentrice, tutte le ricchezze soprannaturali del passato della Chiesa, del presente, dell’eternità».
La liturgia è la gioia degli uomini perché è per loro il mezzo privilegiato dell’approccio divino, «una strada maestra, quasi sacramentale»; la fonte del loro progresso spirituale: giorno dopo giorno, domenica dopo domenica, «il filo del pendolo liturgico imprime nell’anima battezzata una più grande similitudine con il Signore».
Per mezzo della liturgia la nostra fede s’illumina di anno in anno, si affina in noi il senso di Dio, la preghiera ci conduce a una migliore conoscenza delle cose di Dio, poiché «il ciclo liturgico è un Credo vissuto». I misteri rimangono misteri, ma il loro splendore diventa più vivo… La speranza, anch’essa, s’accelera davanti allo spettacolo dei mirabilia Dei, delle meraviglie che Dio ha compiuto in favore dell’uomo. Infine la nostra carità s’infiamma sotto l’azione dello Spirito Santo che opera in noi nella divina liturgia.
La liturgia è la gioia degli uomini perché è la più alta scuola di preghiera: in maniera persuasiva, quasi senza vincoli, essa c’insegna la contemplazione cristiana, che è preghiera e amore. Nell’ambito della liturgia riceviamo i sacramenti, canali della grazia; è in tale contesto che partecipiamo al sacrificio del Calvario, che ci comunichiamo al Corpo di Cristo. Quando, sacerdote, io dico Messa, «ho nelle mani quel che occorre per dire a Dio un grazie degno di Lui, giacché offro a Lui Gesù Cristo. Quando, membro di Cristo per il battesimo, mi comunico, io possiedo Gesù Cristo. Quando si ha Gesù Cristo, si ha tutto. La supplica, l’adorazione, l’azione di grazie, è Lui, e quando Lo offro al buon Dio, io rimango con il buon Dio, perché Gesù Cristo è tutto, è l’Offerta Infinita!». Mediante l’eucarestia tocchiamo Dio e Dio ci tocca, ed è già per noi un anticipo di Cielo. Dove troveremo un più grande soggetto di gioia?
La liturgia è, ancora, la gioia degli uomini perché è un’opera di bellezza, adatta a rapire lo spirito e il cuore dall’inizio alla fine; ci fa cantare Dio e gioire in Lui. La liturgia della Chiesa è il più vasto, il più grandioso, il più vivo dei poemi. La poesia è ovunque nella liturgia, dice ancora dom Guéranger, poiché lei sola è all’altezza di ciò che dev’essere espresso. Tutto quel lirismo, tutte quelle preghiere, tutte quelle cerimonie, tutti i canti e i cantici dalle melodie così diversificate, sono state scelte e messe in opera dalla Chiesa per innalzarci al livello divino, per suggerirci la grandezza di Dio, per donarci quasi un anticipo della gioia del Cielo. Chi misura questo dono della Chiesa agli uomini? La Chiesa, tuttavia – di secolo in secolo –, ha aperto e aprirà tutto questo tesoro, questa magnificenza, ai minori dei suoi piccoli. La liturgia è così la nostra vita teologale diventata canto d’ammirazione e canto di allegria. Infine, la liturgia è la gioia degli uomini perché riporta ogni anno le feste dei santi che amiamo e che sono nostri intercessori presso Dio, Nostra Signora soprattutto!

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La liturgie: joie de Dieu et joie des hommes (Sermon par un moine bénédictin), in Quatre bienfaits de la liturgie, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1995, pp. 35-40, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 15 febbraio 2011

Quel che dobbiamo a san Benedetto / ultima parte

[la prima parte qui; la seconda parte qui; la terza parte qui]

L’affettuosa carità comunitaria

Non si può costringere chicchessia ad avere fame; non si possono indottrinare con la forza le anime alle quali sfuggono la posta in gioco e il costo del combattimento spirituale, ma si può, come per osmosi, farle tentare di condividere la nostra felicità. La Regola di san Benedetto è interamente penetrata di carità fraterna e filiale, di bontà paterna e misericordiosa. Se qualcosa può essere salvato in questo grande naufragio della civiltà, se l’anima moderna – più affettiva che strutturata – può lasciarsi toccare da una grazia che l’attrae e la fissa nel bene, sarà in ragione dell’esempio della pace interiore e della preghiera dei monaci, della loro devozione e della loro comunione nelle gioie e nelle sofferenze che sigilla il patto comunitario e lega i fratelli fra di loro, avvolgendoli di carità divina.
La spiritualità tutta familiare della Regola traspare pressoché a ogni pagina. Nel capitolo 2 si ricorda all’abate che ha ricevuto il nome di Padre. Nel capitolo 64 gli è chiesto di far sempre prevalere la misericordia sulla giustizia, di bandire i vizi ma di amare i fratelli, di applicarsi a essere amato più che temuto. Nel capitolo 27 gli è chiesto che «si prenda cura dei fratelli colpevoli con la più amorevole premura» e finanche di «inviare monaci anziani e saggi i quali, quasi di nascosto, incoraggino il fratello vacillante», nonché d’imitare «il gesto tenerissimo del buon Pastore che, lasciate sui monti le sue novantanove pecore, andò alla ricerca di quella sola che si era smarrita, e tanto si mosse a compassione per la sua debolezza, da degnarsi di caricarsela sulle sacre spalle e così riportarla al gregge». Sant’Odilone, abate di Cluny, è soprannominato da un contemporaneo Archangelus monachorum. Quando gli veniva rimproverata la sua troppa grande bontà, egli rispondeva: «Se sono dannato, preferisco che sia per avere usato troppa misericordia, piuttosto che per troppa durezza».
Nel capitolo 36 De infirmis fratribus («I fratelli malati»), il nostro santo Padre fa pesare in tal senso il peso della sua autorità paterna: «Prima di tutto e soprattutto ci si deve prendere cura dei fratelli malati, servendoli veramente come Cristo in persona, poiché egli stesso dice: Ero malato e mi avete visitato». Al punto che san Bernardo consigliava di comportarsi in maniera tale che il fratello malato non avesse di che rimpiangere l’assenza della propria madre.
È ancora con la più pressante carità che dev’essere accolto lo straniero di passaggio: «Tutti gli ospiti che giungono (supervenientes!) al monastero siano accolti come il Cristo in persona, poiché un giorno egli dirà: Ero forestiero e mi avete ospitato» (cap. 53). Questa regola d’oro può essere applicata in prolungamenti infiniti perché ogni uomo, in ogni momento, nel mistero della sua solitudine, merita di essere accolto come un fratello prediletto.
Per costruirsi egli stesso e intraprendere il cammino verso Dio, o per meglio dire, come afferma san Benedetto nel prologo alla Regola, giacché «si corre con cuore dilatato e con ineffabile dolcezza di amore sulla via dei divini comandamenti», ciò di cui gli uomini hanno più bisogno è una Regola saggia, una guida che «si mostri insieme esigente maestro e tenerissimo padre» (cap. 2) e una famiglia forte e unita che, come una «fortissima stirpe» (cap. 1), li aiuti a rispondere alla loro vocazione. Abbiamo conosciuto un monaco innamorato di contemplazione il cui cuore era ancora insufficientemente incendiato di carità, il quale ignorava quanto i suoi fratelli avessero bisogno di lui. Il suo Padre Abate gli disse: «Essere contemplativo significa percepire in ciascuno dei propri fratelli un mendicante d’amore». È soprattutto per la conduzione delle anime che occorrerà fare esercizio di una pazienza a tutta prova. Ci vuole, diceva il buon san Francesco di Sales, «una tazza di scienza, un barile di prudenza e un oceano di pazienza»!
Parimenti, ciò che l’Ordine benedettino ha lasciato dietro di sé di più vero e di più profondo, non sono i monumenti del suo splendore passato, né la sapienza né la bellezza del canto gregoriano restaurato, ma una profonda impregnazione di carità. Ciò che gli dobbiamo è difficile a misurare, a tal punto la nostra civiltà è stata penetrata dal suo spirito. L’istituzione benedettina, senza averlo mai cercato, ha ispirato e modellato dall’interno un certo modo di governare, il carattere paterno della funzione regale, i consigli di giustizia, le tregue nelle guerre, la creazione degli ospizi, al punto che gli storici, una volta andati oltre le epoche oscure, fanno risalire alla Regola di san Benedetto la nascita di una civiltà della bontà.
Il cardinale Schuster, antico monaco di San Paolo fuori le Mura, riporta un episodio impressionante di cui fu testimone. Il vecchio Abate del monastero, dom Bonifacio Oslaender, morente, stava ricevendo l’estrema unzione; non potendo più parlare, si sforzava con insistenza di fare comprendere ai monaci che lo circondavano il suo vivo desiderio. Poiché non vi riusciva, gli fu suggerito di provare a scrivere quel che domandava. Dice dom Schuster: «Ci trovavamo nel pieno dell’estate romana, sfiniti da lunghe notti di veglia. Egli scrisse con mano tremante e ci vollero degli sforzi per decifrare quegli scarabocchi del morente. Infine ci riuscimmo: “Dite al Padre Priore che faccia portare del gelato a tutti i monaci della comunità”. Questa attenzione delicata – prosegue dom Schuster – fa cogliere sul vivo la carità di un’anima formata alla scuola del Patriarca di Monte Cassino».
Per comprendere il genio profondo della tradizione monastica occorre ricordarsi della sua antichità e della linfa evangelica che affonda le sue radici fino ai primi tempi della Chiesa. Ella ne conserva una semplicità e un candore che i grandi momenti della sua storia, non più che lo splendore della sua liturgia – «il monaco è un bambino che canta e gioca» –, sono quasi vicini a fargliela scordare. La fedeltà dei monaci alla loro comunità si accompagna a una fedeltà alla Chiesa e a un indefettibile attaccamento alla Sede romana attorno alla quale, secondo un’antica profezia, nei tempi ultimi essi costituiranno un bastione. Assorbiti dalla loro preghiera, dai loro studi e dai loro lavori, lasciando ad altri l’opera necessaria e ardente delle grandi polemiche, i monaci ricevono dal loro fondatore il nome e l’eredità della benedizione: benedire Dio, attirare la benedizione sulla città degli uomini, formare un coro in cui il lavoro si alterni alla preghiera. Con la freccia del desiderio tesa verso l’altra riva, da cui attendono la rivelazione del loro volto autentico, essi fanno salire giorno e notte verso il Cielo un canto annunciatore della Città futura.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Ce que nous devons à saint Benoît, in Benedictus. Écrits Spirituels. Tome II, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2010, pp. 527-541 (qui pp. 537-541), trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 4 - fine]

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venerdì 11 febbraio 2011

Pax tibi Marce

[L'11 febbraio 2004 si spegneva a Pisa – lasciando la moglie e tre figlie adottive ruandesi – il professor Marco Tangheroni (1946-2004), insigne medievista, animatore di molte iniziative editoriali – ricordiamo la pubblicazione in Italia a sua cura di scritti di Gustave Thibon (1903-2001), nonché di un classico della spiritualità mariana, Il segreto ammirabile del Santo Rosario, di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716) –, militante sin dal 1970 di Alleanza Cattolica, che ne ricorda con profonda gratitudine la testimonianza straordinaria d’impegno culturale, civile e cristiano, profusa con generosità e costanza nonostante una grave malattia, che ne ha accompagnato e segnato l’esistenza dal 1969 e che ha trovato significativo epilogo nella ricorrenza liturgica della Madonna di Lourdes. Avendo goduto noi stessi della sua fraterna amicizia, lo ricordiamo nella memoria della sua dipartita al Padre trascrivendo un suo toccante brano pubblicato in volume postumo, scritto ad Asciano Pisano nel 2002.]

La mia conversione è lontana nel tempo. Avevo ventitré anni e ora ne ho cinquantasei. Avevo praticamente tutto dalla vita. Sposato da pochi mesi con la mia ragazza di sempre, un posto di assistente universitario appena laureato, un grande futuro apparentemente davanti a me. Invece, in una settimana – la settimana di Natale – per un’influenza che fece riesplodere una malattia renale che mi aveva tenuto a letto da bambino, passai dalla salute al coma, da un brillante sorridente futuro alla prospettiva di vivere soltanto grazie alla continua purificazione del sangue da parte di una macchina, tre volte alla settimana (grazie alla dialisi, ma allora la parola era quasi sconosciuta e il trattamento praticamente agli inizi). Venivo da una famiglia moderatamente cattolica e praticante, avevo una modesta cultura cattolica verso la quale non provavo avversione, avevo avuto un tranquillo allontanamento dalla pratica religiosa. Ora, dovevo decidermi: alle domande sulla vita e sulla morte che un giovane tendeva a rinviare dovetti rispondere subito. Credetti, mi convertii. Ho fede, una fede razionale e razionalmente tranquilla. Le cose che dico nel Credo non mi pongono problemi, sono facili da credere. La fede mi ha aiutato a sopportare una lunghissima e drammatica storia sanitaria che il poco spazio mi impedisce di accennare. Mi ha salvato dalla disperazione. So di avere avuto molto dalla vita, e quindi dalla provvidenza: una moglie straordinaria, una bella famiglia, carissimi amici, tre splendide figlie adottive ruandesi, una brillante carriera accademica. Ma sarei bugiardo se non dicessi che questa fede ha vacillato e vacilla di fronte alla grande tentazione della domanda «perché a me, Signore?» «Tu vuoi certamente il bene, ma anche il “mio” bene?» «Tu sei certamente amore, ma a me perché “mi” ami così?» «Quando ti chiedo sollievo nei dolori a volte insopportabili, perché non “mi” ascolti?» «Quando, Madonnina mia, prima di un esame clinico per sapere se devo sottopormi all’ennesima operazione (la venticinquesima o la trentesima) e ti prego intensamente, e mi pare che mi sorridi, perché poi la risposta è sconfortante?». Insomma, la mia vera conversione deve ancora venire, finché non dirò, in modo pieno, continuo, sempre: «sia fatta la tua volontà».

[Marco Tangheroni, Parole mie che per lo mondo siete, Pacini Editore, Pisa 2004, pp. 31-32]

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