venerdì 29 dicembre 2017

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale / seconda parte

Una forma volta a Dio, ma a misura d’uomo

Proseguiamo l’indagine sugli elementi propri della forma extraordinaria che favoriscono la presa di coscienza della presenza del sacro.

Il rito

Raccoglimento, adorazione, silenzio

In primo luogo, vengono le disposizioni di raccoglimento, di adorazione e di silenzio religioso. In tal senso, così scrive il cardinale Robert Sarah in La forza del silenzio:
“Vorrei fare un appello a una vera conversione! Cerchiamo con tutto il nostro cuore di diventare in ciascuna delle nostre celebrazioni eucaristiche ‘un’Ostia pura, un’Ostia santa, un’Ostia immacolata’! Non dobbiamo avere paura del silenzio liturgico. Come mi piacerebbe che i pastori e i fedeli entrassero con gioia in questo silenzio pieno di sacro rispetto e di amore del Dio indicibile. Come mi piacerebbe che le chiese fossero luoghi in cui regna il grande silenzio che annuncia e rivela la presenza adorata di Dio. Come mi piacerebbe che i cristiani, nella liturgia, potessero fare l’esperienza della forza del silenzio!” (La forza del silenzio, trad. it., Cantagalli, Siena 2017, n. 265, p. 163).
Queste righe sono illustrate dalla recita silenziosa del canone. Analogicamente, essa è nella forma extraordinaria ciò che è l’iconostasi per i nostri fratelli orientali: questo luogo, questo momento, è sacro.
Se i monaci di Fontgombault, dopo avere praticato per circa dieci anni il messale del 1969, hanno desiderato un ritorno al messale del 1962, è perché tale messale sembrava loro in particolare armonia con la vita monastica, la ricerca di Dio nel silenzio del chiostro, la comunione profonda in un cuore a cuore, preludio del faccia a faccia dell’eternità. Il carattere più contemplativo di questa forma promuove la dimensione verticale della liturgia, che è “cammino dell’anima verso Dio” (Benedetto XVI). Così, che gioia la riscoperta della liturgia dell’ottava di Pentecoste!

Ripetizioni e sobrietà

Secondariamente, osserviamo che il messale del 1962, come gli altri riti anteriori alla riforma liturgica, non teme le ripetizioni, i doppioni, le insistenze. Esso si prende il suo tempo, perché l’uomo ha bisogno del tempo, sollecitando instancabilmente uno spirito errante per riportarlo all’essenziale.
Il Vangelo c’insegna che la Vergine Maria meditava conservando fedelmente nel suo cuore (cfr. Lc 2,19;51) gli avvenimenti che segnarono la nascita del suo Figlio. Ugualmente dev’essere per il contemplativo, per il monaco: non multa sed multum, non la quantità, ma la qualità.
Amica della tradizione monastica, Hélène Lubienska de Lenval (1895-1972) sosteneva una pedagogia fondata essenzialmente sul silenzio e i riti. Così scriveva:
“La liturgia è lenta: essa ama la minuzia, le ripetizioni e i preparativi interminabili. Essa trae il suo ritmo dalla pedagogia divina che ha modellato il popolo eletto per mezzo di un rituale lento e minuzioso. Quando si affretta sotto la pressione della vita moderna – frenetica perché infeodata alla materia – essa perde la sua efficacia psicologica e diventa formale… Essa resta operante là ove mantiene il suo proprio ritmo, presso i monaci. La liturgia combatte al contempo la pesantezza dei muscoli e l’impazienza dei nervi; essa impone al medesimo tempo il movimento e la lentezza. Ed è attraverso la lentezza che la liturgia domina il tempo. Perché tempo e materia sono correlati, e non si può vincere l’uno senza l’altro. L’uomo moderno va in senso inverso e cerca di sventare il tempo con la velocità. Ahimè, lungi dal dominare la materia, vi s’impantana” (L’entraînement à l’attention, Spes - Centre d’études pédagogiques, Parigi 1953, pp. 85- 86).
Aggiungiamo una riflessione a proposito del lezionario del messale del 1962, ritenuto povero. L’arricchimento della lettura della Sacra Scrittura uscita dalla riforma liturgica, la lunghezza di talune pericopi, non saranno di ostacolo alla contemplazione? Certamente, i laici che hanno sempre meno tempo da dedicare alla lectio divina, forse anche i sacerdoti secolari, schiacciati dal ministero, ne trarranno profitto. Per i monaci, l’abbondanza e la varietà delle letture, gustate da alcuni e sicuramente non senza valore, appaiono piuttosto generalmente come eccessive. Questo partito preso sacrifica la ripetizione delle pericopi rilette, ruminate, imparate a memoria, mai esaurite. La moltiplicazione dei Prefazi potrebbe suscitare un’analoga riflessione. Il cardinale Ratzinger ha suggerito saggiamente “alcuni nuovi prefazi della Messa, un lezionario esteso – più scelta di prima, ma non troppa” (Lettera al prof. Heinz-Lothar Barth del 23 giugno 2003), ciò che potrebbe essere adottato nella forma extraordinaria: non multa sed multum. La sobrietà invita alla contemplazione.

L’offertorio

Fra le ricchezze del messale del 1962, molti sottolineano la profondità delle preghiere dell’offertorio. Come scrive il cardinale Sarah, “[esso] è, però, il momento in cui, come indica il suo nome, tutto il popolo cristiano si offre, non solo insieme a Cristo, ma in Lui, mediante il suo sacrificio che sarà realizzato nella consacrazione” (La forza del silenzio, cit., n. 266, p. 164).
Suscipe sancte Pater... quam ego indignus famulus tuus... In spiritu humilitatis et animo contrito... Grandezza del mistero, del sacro, e umile condizione del servitore di cui il Signore vuole avere bisogno, si affiancano. Sarà così fino al Placeat finale: sacrificium quod oculis tuae majestatis indignus obtuli.


[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 2 - continua (la prima parte qui)]

lunedì 4 dicembre 2017

Ordo Divini Officii 2018

Domenica 3 dicembre 2017 è iniziato il Tempo dell’Avvento ed è perciò entrato in vigore il nuovo calendario liturgico. Per quanti desiderano recitare l’Ufficio monastico – che, lo ricordiamo, può essere ascoltato in diretta – e seguire il calendario liturgico nella forma extraordinaria del Rito romano in uso presso l’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, è ora disponibile online in formato pdf l’Ordo Divini Officii 2018 (il cui link permanente rimane durante l’anno anche nel menu “Liturgica” del blog Romualdica).












giovedì 23 novembre 2017

L’anima del monaco

Giovanni Nardini, L’anima del monaco. Vita nell’Eremo di Minucciano, Pezzini Editore, Viareggio (Lucca) 2017, 96 pp. in grande formato. Con testi di Fra Mario Rusconi, Don Mauro Lucchesi, Angela Rosi, Giovanni Nardini.

[Dalla presentazione redazionale:] Il libro, composto da 83 immagini, ci conduce in uno dei luoghi più suggestivi della Garfagnana: l’Eremo di Minucciano, l’ultimo eremo abitato da monaci eremiti che si ispirano alla regola benedettina dell’Ora et Labora. Nardini ha avuto il permesso/privilegio di entrare in questo luogo riservato e attraverso intensi scatti in bianco e nero ci rappresenta i momenti della vita di ogni giorno: la preghiera, la lettura, le varie attività lavorative, fino ai momenti di meditazione nelle celle dei monaci. Osservando i volti, i gesti di questi monaci, si avverte una luce particolare, che la foto mette in risalto, ma che è la luce della quiete e dell’interiorità, la luce dell’“anima del monaco”. Nardini è entrato con rispetto e delicatezza in questo mondo e con lo stesso rispetto e accortezza accompagna prendendo per mano chi questa realtà non la conosce e ha il piacere di scoprirla tramite l’incanto delle sue fotografie.







martedì 14 novembre 2017

«Chi è l’uomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?»

[...] Nel tramonto della civiltà antica, mentre le glorie di Roma divenivano quelle rovine che ancora oggi possiamo ammirare in città; mentre nuovi popoli premevano sui confini dell’antico Impero, un giovane fece riecheggiare la voce del Salmista: «Chi è luomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?» (Regola, Prologo, 15; cfr. Sal 33,13). Nel proporre questo interrogativo nel Prologo della Regola, san Benedetto pose all’attenzione dei suoi contemporanei, e anche nostra, una concezione dell’uomo radicalmente diversa da quella che aveva contraddistinto la classicità greco-romana, e ancor più di quella violenta che aveva caratterizzato le invasioni barbariche. L’uomo non è più semplicemente un civis, un cittadino dotato di privilegi da consumarsi nell’ozio; non è più un miles, combattivo servitore del potere di turno; soprattutto non è più un servus, merce di scambio priva di libertà destinata unicamente al lavoro e alla fatica.
San Benedetto non bada alla condizione sociale, né alla ricchezza, né al potere detenuto. Egli fa appello alla natura comune di ogni essere umano, che, qualunque sia la sua condizione, brama certamente la vita e desidera giorni felici. Per Benedetto non ci sono ruoli, ci sono persone: non ci sono aggettivi, ci sono sostantivi. È proprio questo uno dei valori fondamentali che il cristianesimo ha portato: il senso della persona, costituita a immagine di Dio. A partire da tale principio si costruiranno i monasteri, che diverranno nel tempo culla della rinascita umana, culturale, religiosa ed anche economica del continente.
[...] È proprio quanto fece san Benedetto, non a caso da Paolo VI proclamato patrono d’Europa: egli non si curò di occupare gli spazi di un mondo smarrito e confuso. Sorretto dalla fede, egli guardò oltre e da una piccola spelonca di Subiaco diede vita ad un movimento contagioso e inarrestabile che ridisegnò il volto dell’Europa. Egli, che fu «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà» (Paolo VI, Lett. ap. Pacis Nuntius, 24 ottobre 1964), mostri anche a noi cristiani di oggi come dalla fede sgorga sempre una speranza lieta, capace di cambiare il mondo.

[Estratto del discorso di Papa Francesco ai partecipanti alla Conferenza (Re)Thinking Europe. Un contributo cristiano al futuro del progetto europeo, promosso dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) in collaborazione con la Segreteria di Stato, del 28 ottobre 2017]

martedì 7 novembre 2017

La contentezza

S.Em. il card. Robert Sarah in visita all’abbazia
Notre-Dame de l’Annonciation (Le Barroux), il 16 agosto 2017
Cari amici,
È stato scritto che la più grande confraternita del mondo è quella degli scontenti. Chi non ne fa parte? È così naturale osservare cosa non funziona nel mondo! “Scontento di tutti e scontento di me”, notava Baudelaire. Non stiamo parlando di una giusta indignazione di fronte al male – come sarebbe per esempio la tristezza ispirata dalla perdita delle anime –, ma di uno stato dello spirito insoddisfatto, del sentimento penoso di essere frustrati nelle proprie aspirazioni, nei propri diritti.
Da dove viene questo nostro essere scontenti? Abbiamo ricevuto grandi doni, ne riceviamo continuamente. Ma anziché accontentarci della realtà, restiamo insoddisfatti di ciò che abbiamo, spesso perché ci paragoniamo agli altri. Siamo come incapaci di trovare la gioia in quanto possediamo. Percepisco nella stia un’immagine di questa avidità: dei polli beccano con gioia; vedendo che i loro congeneri ricevono qualcosa, costoro accorrono a gambe levate per assaggiarlo, dimenticando il bene di cui gioivano!
Quanto a noi, disponiamo di ragione e di volontà, dunque della capacità di rinunciare a certi desideri. Per prevenire la depressione, male del secolo, chi svilupperà una spiritualità dell’accontentarsi? Chi saprà essere soddisfatto dei doni di Dio e ringraziarlo? Costui conoscerà la festa di cui parla il Libro dei Proverbi: “per un cuore felice è sempre festa” (15,15). Un maestro dei novizi benedettino ha spiegato come assaporare questo pasto festivo: “Dico ai miei novizi: in monastero si è contenti di quello che si riceve. Ogni tanto, fate un’orazione di contentezza, passando in rassegna tutto ciò che avete ricevuto in monastero, pur avendo fatto voto di povertà”.
In effetti, nel capitolo sull’umiltà della Regola, san Benedetto dichiara che il monaco umile “si contenta”, perché considerandosi un servo inutile, si ritiene sempre ben trattato. Così commenta Dom Romain Banquet: “Essere contenti di tutte le cose: di Dio, di noi stessi per i doni che Dio ci ha lasciato, dei nostri superiori, dei nostri fratelli, della salute, della malattia, della vita e della morte. Sempre contenti, sempre: giacché è questo il carattere proprio e il fondo della vita religiosa”.
D’accordo, diranno taluni, ma Dom Romain parlava per i religiosi! Certo, ma questa spiritualità non affonda le sue radici nel Vangelo, in particolare nelle Beatitudini? Coloro che non pongono la loro felicità né nel denaro né nel piacere, ma nella volontà divina, costoro sono ricchi di gioia. L’amore di Gesù informa le loro sofferenze, le loro gioie, le loro delusioni, i loro successi. Dà senso a tutto. Sì, solo lo sguardo della fede ci permette di aderire al piano di Dio, spesso sconcertante per i nostri occhi umani. “Lo capirai dopo”, dice Gesù a san Pietro. Anche noi spesso è “dopo” che percepiamo la Sapienza che ci guida. Legata alle virtù teologali di fede, speranza e carità, la contentezza si impara, si chiede come una grazia. Con essa, la vita è così più dolce!
Era questa l’idea maestra di Chesterton, come lo scrittore testimonia nella sua autobiografia: “Non dirò che è la dottrina che ho sempre insegnato, ma è la dottrina che avrei sempre amato insegnare. Questa idea, è di accettare tutte le cose con gratitudine, e non di reputarle come dovute” (Gilbert Keith Chesterton, L’homme à la clef d’or, Les Belles Lettres, Paris, 2015, p. 416).
Cari amici, smettiamola di appartenere alla confraternita degli scontenti. Basta! Natale, la meravigliosa festa dei doni, si avvicina. Non è il momento di sacrificare tutto ciò che in noi si oppone alla gioia di Dio? Nella santa Notte, il nostro Padre del Cielo ci offrirà il suo unico Figlio. Possiamo noi donargli questa buona volontà che porta la pace sulla terra, dicendogli, al seguito del padre Bourdaloue: “Signore, non so se siete contento di me. Ma ciò che io posso dire, e sono felice di darne pubblica testimonianza, è che io sono molto contento di voi”.

[Madre Placide Devillers O.S.B., Abbadessa di Notre-Dame de l’Annonciation, Le Barroux, La Font de Pertus. Lettre des moniales, n. 107, 26 ottobre 2017, pp. 1-3, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

lunedì 30 ottobre 2017

Il monaco ha diritti?

Non cercate nella Regola l’espressione “i diritti dell’uomo”; non la troverete. Dunque i monaci non hanno alcun diritto? Così formulata, nessuno. Se non, forse, che nel capitolo sulle obbedienze impossibili, è detto che il monaco ha il diritto di segnalare al superiore che l’ordine dato è superiore alle sue forze.
Ma per comprendere il pensiero di san Benedetto, la bella armonia che egli vuole fare regnare nel chiostro, facciamo qualche esempio. Il monaco ha diritto di possedere una penna, della carta e tutte le altre cose indispensabili alla sua vita contemplativa? Sembra di si, perché san Benedetto giudica questi oggetti indispensabili, ma egli non dice esplicitamente che il monaco “ha il diritto” di averli a suo uso; dice che l’abate “ha il dovere” di darglieli. Un altro esempio: l’abate ha il diritto di essere obbedito dai monaci? In nessuna parte della Regola troverete questo diritto espresso in modo così diretto. No, san Benedetto intende semplicemente che i monaci hanno il dovere di obbedire al loro superiore. I monaci hanno il diritto di mantenere il loro ruolo nella comunità e di ricevere un medesimo affetto da parte dell’abate? San Benedetto non dice così, ma che il superiore ha il dovere di non perturbare l’ordine senza ragione e soprattutto di non fare preferenze tra le persone. San Benedetto insiste quindi sui doveri reciproci e non sui diritti. 
Tutto ciò sembra del tutto uguale, poiché infine i monaci hanno le loro penne, il padre abate è obbedito e l’ordine è rispettato. Ma non è affatto uguale, perché nell’una e nell’altra formula lo spirito è del tutto diverso e finanche agli antipodi. L’una, insistendo sui doveri, favorisce la carità; l’altra, insistendo sui diritti, favorisce l’egoismo. Finalmente, è la differenza tra la città di Dio, in cui l’amore per Dio e il prossimo arriva all’odio di sé, e la città del diavolo, dove l’amore per sé arriva all’odio per Dio e il prossimo.
È questa una della ragioni per cui san Benedetto vieta ogni mormorazione in comunità. In effetti, le mormorazioni sono spesso dovute alla rivendicazione dei diritti. Già all’inizio della Regola, san Benedetto prende in giro quei sedicenti monaci che chiamano santo tutto quello che torna loro comodo. Il monaco non deve mai reclamare nulla per sé, ciò che esprime bene che l’anima del monaco si eleva a Dio pensando non ai propri diritti, bensì ai propri doveri. Lo stesso vale per le famiglie. San Paolo non richiama i mutui diritti degli sposi, ma i loro doveri, e specialmente quelli del marito, che si deve sacrificare per la moglie. Così è per le relazioni tra genitori e figli.
Ciò vale inoltre per le aziende. Nei colloqui di lavoro si presentano dei giovani candidati che portano sottobraccio un dossier contenente i loro innumerevoli diritti: la riduzione del tempo di lavoro, le ferie e altri grandi valori repubblicani. E se gli imprenditori non pensano che ai loro profitti, come meravigliarsi del circolo vizioso che porta ai conflitti?
Possiamo applicare il medesimo ragionamento alla stampa. Se la regola suprema è il “diritto di sapere”, come stupirsi di tante mancanze verso il dovere della carità e il rispetto dell’onore di ciascuno? Il peggio è che, da quando la legge consente l’aborto – ormai diventato un diritto fondamentale della donna –, lo spirito della società è passato dai diritti del bambino – che infine sono i doveri dei genitori – a un diritto al bambino. È diabolico.
Ma noi abbiamo l’esempio e la grazia di Gesù Cristo, il quale non ha reclamato il diritto di essere trattato come uguale a Dio, ma ha compiuto il suo dovere fino alla fine. Imitiamolo.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 163, 22 settembre 2017, pp. 1-2]

giovedì 19 ottobre 2017

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale / prima parte

Nell’ambito delicato della liturgia, in cui le suscettibilità sono in agguato, il soggetto di questo intervento comporta un vantaggio. Sganciato da ogni ideologia, esso si vuole risolutamente pragmatico. Il contadino, quando pianta un seme, può avere un’ideologia. Quando raccoglie, non è più lo stesso. Al contatto con il reale, con la natura, l’ideologia ha contribuito alla nascita di un frutto. Un frutto che può raccogliere; un frutto che può essere bello, piccolo, talora assente.
Dieci anni fa, Papa Benedetto XVI ha realizzato un progetto maturato sin dai primi tempi del suo incarico di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: ridare uno statuto ufficiale al messale del 1962, attraverso la promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum.
Mettiamoci umilmente al servizio non dei nostri pensieri, ma della Chiesa, e più particolarmente della sua liturgia, considerando i frutti di questo documento per la Chiesa universale.
In un primo momento, vorrei evocare la storia liturgica dell’abbazia di Fontgombault, come una panoramica. Seguiranno delle riflessioni sui frutti del documento pontificio secondo i punti di vista del rito e della Chiesa.

Storia

Dom Jean Roy O.S.B. (1921-1977), Abate di Notre-Dame di Fontgombault dal 1962 al 1977, accolse di buon grado il piccolo convoglio di riforme dell’Ordo Missæ, nel 1965. Non fu tuttavia senza qualche apprensione che seguì la fermentazione, che sfocerà nel 1969 nella promulgazione di un nuovo Ordo Missæ, del quale percepì al contempo le qualità e i limiti.
Fedele al principio di non dire nulla che non sia teologicamente certo, né di fare alcunché che non sia canonicamente in  regola, e contro numerose e forte pressioni, il Padre Abate mantenne l’uso del messale tridentino fino alla fine del 1974.
Secondo il documento di promulgazione del nuovo messale, esso sarebbe diventato obbligatorio quando le conferenze episcopali avessero ottenuto l’approvazione della traduzione. Fu questo il caso alla fine di quell’anno. Il Padre Abate ottemperò, non senza reticenze, ma considerando che i monaci non dovevano nemmeno dare l’impressione di disobbedire. Più tardi, dirà che la sua decisione rilevava più dalla prudenza che dall’obbedienza, poiché non era certo che il nuovo messale fosse obbligatorio e che il messale tridentino fosse legittimamente interdetto. L’avvenire mostrerà che il suo dubbio era giustificato.
Il Padre Abate raccomandò ai sacerdoti dell’abbazia di conservare nella celebrazione dei santi misteri le disposizioni di pietà, di rispetto, di senso del sacro che avevano acquisito alla scuola del messale tridentino.
È in questo clima liturgico pesante che il Padre Abate ha concluso la sua vita, in occasione di un Congresso benedettino a Roma, nel 1977; una vita senza dubbio abbreviata, almeno parzialmente, dalla lotta che non ha cessato di condurre per la difesa della santa Chiesa e della sua Tradizione.
Mediante la lettera circolare Quattuor abhinc annos, del 3 ottobre 1984, inviata alle conferenze episcopali, la Congregazione per il Culto divino faceva eco al desiderio del Sommo Pontefice san Giovanni Paolo II (1920-2005), di dare soddisfazione ai sacerdoti e ai fedeli desiderosi di celebrare secondo il messale romano pubblicato nel 1962. A partire dalla festa dell’Annunciazione del 1985, i sacerdoti del monastero – a condizione di farne personalmente richiesta all’ordinario del luogo – ricevettero il permesso di dire la metà delle messe della settimana secondo tale messale.
Una nuova tappa fu compiuta in seguito alle infelici “consacrazioni di Ecône”, con la creazione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Al prezzo di trattative rese difficili in virtù di persone influenti, Dom Antoine Forgeot O.S.B., successore del Padre Abate Jean, ottenne dalla Commissione il rescritto del 22 febbraio 1989, autorizzando a riprendere in maniera abituale il messale del 1962. Incoraggiata dalla Commissione per tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare un avvicinamento con il messale del 1969, l’abbazia ha conservato il nuovo calendario per il santorale, e ha adottato qualche nuova prefazio, una preghiera universale la domenica… Queste usanze si riveleranno andare nella direzione del pensiero del cardinale Joseph Ratzinger.
Il 7 luglio 2007, il motu proprio Summorum Pontificum ha reso il suo pieno diritto di cittadinanza al messale del 1962. Se all’abbazia non fu occasione di riunioni, già anticipate da più di vent’anni, esso ha aumentato la devozione filiale e la gratitudine dei monaci nei confronti della Madre Chiesa e verso Benedetto XVI.
Da questa data, un centinaio di sacerdoti desiderosi d’imparare a celebrare nella forma extraordinaria – la cui età media è attorno ai 30-40 anni –, sono venuti all’abbazia. Inviati dal loro vescovo in vista di un ministero specifico, venuti da sé stessi al fine di rispondere alla richiesta dei fedeli, o semplicemente desiderosi di celebrare in privato questa forma venerabile per profittare della sua spiritualità, essi compiono il loro soggiorno con la convinzione di avere scoperto un tesoro. Le difficoltà incontrate riguardano l’uso della lingua latina e una presa di coscienza di una “conversione” da compiere nella maniera di celebrare, sulla quale torneremo oltre.
La gran parte di essi continueranno a praticare abitualmente la forma ordinaria. Altri celebreranno regolarmente una o più messe nella forma extraordinaria nella loro parrocchia – ciò che prevede il motu proprio –, e non solo per dei fedeli relegati in una “piccola cappella”.
Come non vedere qui le primizie di un rinnovamento della Chiesa orante, la nascita di sacerdoti e fedeli senza complessi, che attingono generosamente alla fonte inesauribile della tradizione liturgica della Chiesa, segnata almeno dalle preghiere del sacerdote – dette private –, di spirito monastico. Il messale di san Pio V è un messale medievale. Beneficia del clima di una società in cui il monachesimo ha svolto un ruolo capitale, sia tramite Cluny sia attraverso Cîteaux. Arricchito dal contatto con la tradizione monastica, esso è a immagine di ciò che san Benedetto chiede ai suoi monaci: “non si anteponga nulla all’Opera di Dio” (RB 43,3).
Che dei sacerdoti riscoprano così il sacro, che i fedeli se ne abbeverino, non può essere senza riverbero sulla società. Ecco già uno dei primi frutti del motu proprio.

[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 - continua]

giovedì 12 ottobre 2017

Gli oblati benedettini

«Gli oblati sono dunque delle persone che vivono nel mondo, che desiderando condurre unesistenza più cristiana e darsi a Dio in una maniera più completa, si fanno ammettere come membri di un monastero benedettino di monaci o di monache, promettendo di conformare ormai la loro vita alle massime fondamentali della Regola di san Benedetto, e dimitare  nella misura del possibile  la vita dei monaci».

[Dom Germain Barbier O.S.B. (1891-1971), quarto abate del monastero Saint-Benoît dEn Calcat, in Lettre aux oblats, n. 99, 3 ottobre 2017, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.]











martedì 11 luglio 2017

Un dono per la festa di san Benedetto: le Lodi domenicali dell'Ufficio monastico

A partire dal Natale 2014, con il prezioso aiuto di valenti amici cui rinnoviamo tutta la nostra gratitudine, abbiamo messo progressivamente a disposizione dei lettori di Romualdica i testi del Breviarium monasticum del 1963 (secondo il codice delle rubriche del 1960), in latino con traduzione italiana a fronte. 
Abbiamo iniziato pubblicando il testo della Compieta monastica, cui ha fatto seguito, in concomitanza con la solennità di san Benedetto dellestate 2015, il fascicolo con i Vespri domenicali dellUfficio benedettino. A Natale del 2015 è stata la volta dellOra Terza settimanale in latino-italiano del Breviarium monasticum tradizionale; poi, in occasione della Quaresima 2016, è stata la volta dellOra Sesta settimanale; e infine, durante il tempo pasquale del 2016, abbiamo pubblicato lOra Nona settimanale.
Ancora una volta con lintento di favorire la scoperta della straordinaria ricchezza dellUfficio Divino, desideriamo ora mettere a disposizione il fascicolo delle Lodi domenicali (fuori del tempo pasquale), sempre secondo le rubriche del Breviarium monasticum del 1963, in latino con traduzione italiana a fronte. Il fascicolo è disponibile in formato pdf al seguente link, oppure tramite la finestra qui in basso.
Ricordiamo che è possibile seguire in diretta gli uffici liturgici diurni dellabbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux (Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta) attraverso un apposito link interno al sito Internet del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963).

lunedì 26 giugno 2017

Una foto rarissima della prima Messa di Thomas Merton

Dom M. Louis (Thomas) Merton O.C.S.O. (1915-1968) eleva il calice durante la sua prima celebrazione della Messa solenne, il 28 maggio 1949, dopo l’ordinazione sacerdotale di qualche giorno prima presso l’Abbazia Trappista di Nostra Signora di Gethsemani, nei pressi di Bardstown, nel Kentucky (USA). 

“O la vita è totalmente spirituale, oppure non lo è affatto. Nessuno può servire due padroni. La nostra vita è plasmata dagli obiettivi per cui viviamo. Siamo fatti a immagine di ciò che desideriamo” (Dom M. Louis Merton O.C.S.O.).

[Fonte dellimmagine: Aleteia | Fotografia di H.B. Littell | AP Archives]








venerdì 16 giugno 2017

Nulla resiste alla chiamata di Dio

[Grazie alla cortese autorizzazione di Christophe Geffroy, direttore del mensile La Nef, riproduciamo in trad. it. a nostra cura l'intervista al Padre Abate dell'abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., condotta dal medesimo Geffroy, comparsa in La Nef, n. 293, giugno 2017]

Anzitutto, potete dirci una parola sulla situazione della vostra abbazia e della vostra fondazione a La Garde?
La nostra abbazia, fondata nel 1970 da Dom Gérard, conta attualmente 52 monaci professi e due postulanti. Sainte-Marie de la Garde, fondata nel 2002, conta 14 monaci professi e due postulanti che vestiranno il santo abito il prossimo 24 giugno prima dell’ufficio di Compieta. L’età media è di circa 50 anni. Consacriamo le nostre giornate al Signore con la preghiera liturgica sin dalla notte, con il lavoro – agricoltura, giardinaggio, frantoio, panificio e pasticceria, vita della casa e vendita per corrispondenza – e mediante un apostolato monastico che include confessioni, predicazioni, cappellania di scout e dei capitoli Sainte-Madeleine, Saint-Lazare e altri. Abbiamo inoltre la cura della direzione e della cappellania dell’Istituto Saint-Louis, un collegio di circa 80 ragazzi. Infine assicuriamo l’abituale ministero monastico nei confronti delle persone che fanno un soggiorno presso di noi. Sono davvero felice di vedere che Sainte-Marie de la Garde offre a un certo numero di sacerdoti la possibilità di riposarsi, profittando della santa liturgia.

Avete sempre e con regolarità nuove vocazioni? Il loro profilo è cambiato nel corso del tempo? E come analizzate quella che viene definita “crisi delle vocazioni”?
Sì, abbiamo regolarmente delle vocazioni. Il Signore chiama sempre delle anime alla vita consacrata, a una vita nascosta in Dio, alla ricerca solo del buon piacere nel chiostro, alla vita di preghiera nella liturgia solenne. Il profilo dei candidati cambia, sicuramente, ma non la natura umana che è fatta per Dio. I giovani hanno sete d’identità e di una certa sicurezza che non è data dal mondo attuale, in perpetuo cambiamento. Mi sembra molto importante offrire un accompagnamento personalizzato ai nostri giovani in formazione, affinché si possano radicare umanamente. La crisi delle vocazioni ha molteplici cause che si collegano a un tronco comune: lo sradicamento. Da qui una concezione diffusa di libertà, che si definisce come possibilità di cambiare, una certa immaturità dei temperamenti dovuta alle numerose e continue gratificazioni della tecnologia, una struttura mentale danneggiata dai cattivi metodi d’apprendimento, un’immagine alquanto secolarizzata e addirittura sporcata del sacerdozio. Ma tutto questo non resiste alla chiamata di Dio. Prova ne è il fatto che le comunità che mantengono il senso del sacro continuano a reclutare.

Adesso l’abbazia produce anche un vino di qualità e aiuta i produttori locali in tal senso: potete parlarcene in poche parole?
Da qualche anno, i fratelli cercavano di trarre il meglio dalla vigna e dal territorio. Le Côtes du Ventoux possono produrre un vino eccellente se i produttori s’impegnano. La zona ha una storia ricca in connessione con il papato e delle eccellenti condizioni climatiche. Il nostro fratello responsabile ha sviluppato i terrazzamenti dei vigneti, che danno un vino più elegante. L’anno scorso abbiamo dunque piantato quasi 10.000 piedi di terrazze al di sopra dell’abbazia delle monache, con le quali lavoriamo fraternamente. Lo sforzo perseverante dei nostri fratelli vignaioli, da una decina d’anni, per una produzione di qualità, è stata ricompensata, visto che qualche cuvée ha meritato delle medaglie al Salone dell’Agricoltura. Per iniziativa del fratello Odon e dei vignaioli della regione, abbiamo creato una cuvée speciale di alta qualità che abbiamo chiamato Caritas. Il suo nome è rivelatore dello spirito d’impresa che esiste fra i viticoltori e i monaci.

I vostri monaci assicurano la Messa e le confessioni alle monache dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, vicina a voi: quali sono precisamente i vostri legami e come distinguereste la vocazione delle monache rispetto a quella dei monaci?
È un aspetto tradizionale che i benedettini abbiano spesso avuto delle sorelle benedettine vicino ai propri monasteri. Con l’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation abbiamo il medesimo patrimonio dottrinale, spirituale e liturgico, con un attaccamento risoluto ai nostri fondatori, Padre Muard, Dom Romain Banquet, Madre Marie Cronier, e Dom Gérard. Siamo come fratelli e sorelle, ciascuno al proprio posto. Noi portiamo loro anzitutto il servizio sacerdotale con la Messa quotidiana, le confessioni settimanali, alcune conferenze e qualche direzione spirituale. Collaboriamo particolarmente al lavoro manuale nel vigneto, ma anche nella preparazione del torrone. Le monache hanno una vocazione esclusivamente contemplativa, con la clausura papale, mentre i monaci di Sainte-Madeleine hanno una parte di ministero monastico ereditato da Padre Muard e legato al sacerdozio.

Quale sguardo portate sulla situazione della Chiesa di oggi? Come analizzate il pontificato di Papa Francesco, e in particolare la controversia sollevata dalla questione dei divorziati risposati?
Confesso di fare fatica ad analizzare l’attuale pontificato. Molti cattolici praticanti sono molto a disagio in ragione della forma e del fondo della sua pastorale e, soprattutto, delle espressioni spontanee e brusche del Santo Padre, per esempio sull’islam. Credo tuttavia che possiamo meglio comprendere la sua linea attraverso un principio che ritorna spesso nelle sue parole: il tempo è superiore allo spazio, un principio estraneo alla filosofia metafisica. Penso che il Santo Padre insista molto sul fatto che non dobbiamo bloccare le persone in categorie – lo spazio, con tutto ciò che suppone –, ma andare a cercare le persone là dove sono per condurle pazientemente verso il Vangelo senza spegnere il lucignolo fumigante. San Gregorio Magno diceva che l’arte delle arti è di tenere in una mano i princìpi e nell’altra ogni persona. Credo che Papa Francesco insista soprattutto sulle persone.
Il nostro padre Basile ha svolto uno studio approfondito di Amoris Lætitia, pubblicato sulla Revue Thomiste, nel quale mostra che la dottrina non è mutata. Ma occorre riconoscere una grande confusione, perché sono molto rari gli spiriti capaci di fare una giusta interpretazione in un ambito estremamente complesso. Mi è stato detto recentemente che una Madre Abbadessa invita ormai a comunicarsi tutti i divorziati risposati che assistono alla Messa nel suo monastero, senza discernimento e senza avere alcuna autorità in materia. Senza dubbio occorre sottolineare che la misura permessa dal Papa in alcuni casi non può che essere temporanea nel percorso dei divorziati risposati che s’impegnano a rimediare alla loro situazione, ciò potrà aiutare a mettere in opera questa esortazione con maggiore rispetto per i sacramenti del matrimonio, della penitenza e dell’eucaristia.

A luglio festeggeremo i dieci anni del motu proprio Summorum Pontificum. Cosa v’ispira questo anniversario, quale bilancio ne traete?
Mi sembra che il motu proprio sia riuscito a fare cadere una specie di “muro di Berlino” liturgico e storico. Lo statuto d’eccezione del rito antico comportava l’idea di rottura fra il prima e il dopo Concilio Vaticano II. Il fine di Benedetto XVI, mi sembra, era di diffondere la forma extraordinaria al fine di aiutare a meglio celebrare la forma ordinaria, dando nuovamente una dimensione sacra alla liturgia. Senza il motu proprio numerosi preti non avrebbero mai avuto l’idea o il coraggio di celebrare la forma extraordinaria. Ormai abbiamo regolarmente domande di sacerdoti diocesani per apprendere a celebrarla. Ma è un’azione che chiederà del tempo e un’umile perseveranza, perché il senso del sacro è ciò che vi è di più importante per ogni uomo e per la società. Come lottare contro la cultura dello scarto se non cominciando con l’adorare Colui che è adorabile?
E d’altro canto, il motu proprio ha come sgonfiato il palloncino liturgico. Focalizzandosi sulla battaglia per la Messa tradizionale, abbiamo forse dimenticato altre battaglie più interiori, a cominciare con l’umiltà, l’obbedienza, la vita spirituale personale.

In una maniera più generale, come analizzate la situazione della galassia “Ecclesia Dei” circa trent’anni dopo il motu proprio dallo stesso nome di Giovanni Paolo II? Cosa v’ispirano le informazioni di un accordo prossimamente possibile fra Roma e la Fraternità San Pio X?
La creazione della Commissione Ecclesia Dei era necessaria e buona nel 1988 per aiutare i fedeli e le comunità tradizionali a rimanere attaccate a Roma. E mi sembra che essa sia ancora utile per aiutare altre comunità ad adottare la forma extraordinaria, come hanno fatto recentemente dei benedettini irlandesi.
La commissione è molto fedele all’orientamento datole da san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e noi ci sentiamo dunque in sicurezza, più che se avessimo a trattare con alcuni altri organismi romani. Ma la ragione principale della commissione è la relazione della Fraternità San Pio X con Roma, e per questo soprattutto essa è attualmente insostituibile.
Ritengo tuttavia che il suo ruolo non possa che essere temporaneo, perché sarebbe più che naturale che noi potessimo trattare direttamente con le diverse congregazioni romane per ciò che rileva del loro ambito. Attualmente, noi trattiamo solo con la Ecclesia Dei. Il che alimenta lo spirito da riserva d’indiani.
Per quanto riguarda le relazioni fra Roma e la Fraternità San Pio X, noi preghiamo affinché si possa raggiungere un accordo. Sarebbe una grazia ecclesiale per la Fraternità, che potrebbe così avere una visione più giusta della realtà della Chiesa, e anche per la Chiesa, che ha certo bisogno di operai per la messe. Da un punto di vista umano, questo sembra impossibile e comporterà certo delle difficoltà, soprattutto per i vescovi, ma occorre fare tutto il possibile e tutto sperare, affinché si realizzi la preghiera di Gesù per l’unità della sua Chiesa. E quale sollievo per le famiglie divise dal tempo delle consacrazioni!

Sebbene siate in clausura, le cose del mondo non vi sono indifferenti. Ci sono degli argomenti che vi preoccupano particolarmente in questo momento? […]
La grande angoscia del presente è l’ascesa del totalitarismo: quello del denaro così evidente, dell’ateismo, del relativismo. Le istituzioni sono via via più gigantesche e tecniche, senz’anima. Percepisco un piano studiato che mira ad abolire tutti i corpi intermedi, in particolare quello della famiglia, volontariamente schiacciata da ogni genere di misura. Durante il Concilio Vaticano II, il cardinale Karol Wojtyla disse che bisognava capire il nostro tempo sotto la visuale della solitudine. Noi stiamo passando da una società cristiana basata sulla dignità della persona e la sua dimensione essenzialmente sociale, a una società individualista ed edonista. Basta guardare la situazione della famiglia nelle grandi città; penso a Parigi, che secondo un ecclesiastico di grandi responsabilità, è diventata Sodoma e Gomorra. […]

Nel nostro mondo europeo secolarizzato e via via più materialista, l’ascesa dell’islam è un’occasione o un pericolo? E cosa pensate dei dibattiti suscitati dall’islam, percepite in particolare un rischio nell’ascesa di un “cattolicesimo identitario”?
L’ascesa dell’islam non può essere un’occasione in sé per la Francia. Dom Gérard diceva che la Provvidenza poteva servirsene, ma un po’ come una sfida, o addirittura una prova. L’islam è onnipresente e, nell’insieme, per nulla integrato, e a mio avviso non integrabile, per due ragioni di fondo. Il Corano non invita alla riflessione, piuttosto alla sottomissione: è un tessuto d’affermazioni categoriche e non una storia come nella Bibbia, che esige un’interpretazione. L’islam non conosce né la distinzione fra lo spirituale e il temporale, né la giusta libertà religiosa.
L’islam progredisce sul fondo di una dialettica di fatto fra – da una parte – i sostenitori del terrorismo e, dall’altra, i sostenitori di un islam irenico che investono lo sport, la moda, l’alimentazione e la finanza. Confesso di essere rimasto spaventato in occasione di un passaggio a Parigi, nel vedere molti giovani indossare la maglietta di una squadra di calcio con le insegne degli emirati. Mi sono detto che questi giovani erano pronti per la moschea. Certo, gli occidentali hanno una grave responsabilità nel disordine che regna in Oriente. I nostri interventi in Iraq, in Libia e altrove sono degli errori politici gravi.
Certamente, c’è il rischio di un cattolicesimo identitario, che si serve della religione come di un mezzo politico, ma il vero pericolo attuale è l’ignoranza, il relativismo e la pigrizia intellettuale di un gran numero di responsabili politici e religiosi. La vera sfortuna della cristianità è di avere perso la propria identità. Ma provvidenzialmente, secondo la grande legge di tutta la storia della salvezza, questa grave sfida può essere l’occasione di un ritorno al Signore, della conversione del cuore, della gloria del martirio, e – occorre non dimenticarlo – vi sono i buoni semi sparsi da Benedetto XVI nel suo discorso a Ratisbona, e recentemente al Cairo da Papa Francesco. Cristo è morto e risorto, non dimentichiamolo: è la nostra forza e la nostra speranza.

venerdì 21 aprile 2017

Nazarena - Una reclusa nel cuore di Roma

[Nel corso di questi anni ci siamo dedicati in varie occasioni della monaca reclusa di origini statunitensi suor Maria Nazarena O.S.B. Cam. (Julia Crotta, 1907-1990), auspicando che si diffonda la conoscenza e lamicizia spirituale con questa straordinaria figura di santità, tipo esemplare di “Madre del deserto” del secolo XX, alla quale sempre ci si accosta con un senso di vertigine umana e spirituale, e della quale invochiamo lintercessione. Ci sia permesso di ricordare i nostri precedenti interventi: nel 2010 qui, nel 2013 qui, nel 2015 qui e qui. La nostra prima lettura riguardante Nazarena fu il libro di padre Louis-Albert Lassus O.P. (1916-2002), Nazarena, Une recluse au coeur de Rome. 1907-1990, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1996. Siamo dunque oltremodo lieti di presentare ledizione italiana di questo testo (qui di seguito lintroduzione, pp. 7-11), reso amorevolmente disponibile nella collana Laboratorio della Fede per conto dell’Eremo della Beata Vergine del Soccorso di Minucciano (Lucca): Louis-Albert Lassus O.P., Suor Nazarena reclusaEdizioni Kolbe, Seriate (Bergamo) 2017. Ne caldeggiamo vivamente la lettura e la diffusione. Copie del libro possono essere ordinate scrivendo all’Eremo della Beata Vergine del Soccorso, 55034 Minucciano (Lucca), o per quantitativi maggiori scrivendo alle Edizioni Kolbe (info@centrograficostampa.it)]

Che una giovane donna americana, amante della danza e della musica, campionessa di pallavolo, diplomata nel Collegio Albertus Magnus di New Haven, traboccante di vita e di amore della vita, un bel giorno abbandona la famiglia, le conoscenze, il lavoro, le sue abitudini e la patria per andarsene come Abramo alla ricerca di quel “qualche cosa” che segretamente la attira fortemente e del quale ignora ancora il nome, fa gridare ai ragionatori allo scandalo e alla follia.
“Perché questo spreco? Si poteva...” (Mc 14, 4-5).

Giulia Crotta a trentasette anni ha finalmente intravisto la sua strada, che concretamente troverà essere una stretta cella solitaria, un reclusorio nel centro di Roma, nel quale vivrà per quarantaquattro anni, completamente nascosta, ritirata, ignorata.

Prende il nome di Maria Nazarena di Gesù, senza dubbio riferendosi al Cristo di Nazaret, che per trent’anni si è nascosto agli occhi di tutti in questa borgata della quale sorridendo si diceva: “Niente di buono può uscire di là”.

Appartiene a quegli esseri che non sono fatti per la terra, perché hanno occhi troppo grandi, un cuore ipertrofico. Nessuno spettacolo del mondo, nessuna visione, per quanto sia bella, li può attirare; nessun amore, per quanto tenero, li può catturare.

Essi sono fatti per l’Immenso, per l’Infinito, per Colui che solo “È”. Voi li chiamate nomadi di Dio, pellegrini, avventurieri del Cielo. Tuttavia sono lontani dallo stimarsi e a maggior ragione, dal disprezzare la realtà della terra, i tesori della vita, ma come lo confessa uno di loro, San Pier Damiani questi sono dei “paradisi troppo piccoli” per la capacità del loro essere: abbisognano del “Tutto” e per sempre. Se non ci lasciano, ci appaiono, sicuramente, stranieri, perché vivono altrove e se ci abbandonano, se partono sulle strade del mondo o si nascondono nel silenzio del deserto è perché vivono il loro Esodo, in cerca del Santo Graal, della perla preziosa, di Colui che è il Tutt’altro e al di là di tutto.
Nazarena un bel giorno si è sentita chiamare ad andarsene, a sparire, non soltanto entrando in un monastero “isolato”, come si dice, non soltanto vivendo da eremita nei boschi o sulla montagna, ma di ritirarsi in un reclusorio, una sorta di tomba, dalla quale non uscirà mai, dove nessuno potrà entrare, dove non saranno possibili le relazioni con il mondo se non attraverso una finestrella ricoperta di un velo spesso. Questo non vuol significare che Nazarena ricusi i suoi fratelli, aborrisca l’umanità, si ritiri dalla sua storia spesso così tragica ma, al contrario, ella si pone nel cuore del mondo.
Un giorno scriverà: “Possa io realizzare il mio sogno, vivere e morire solitaria, sconosciuta da tutti e proclamare la Buona Novella che Dio mi domanda di gridare da questa cella, “Dio solo basta!” Da questo reclusorio, mi sarà senza dubbio possibile di passare immediatamente al Paradiso. D’accordo. Vorrei andarvi conducendo con me, un giorno o l’altro, tutti quelli che potrò aver aiutato con le mie povere preghiere e la mia penitenza”.
Evidentemente non tutti comprenderanno il gesto folle di questa donna affascinata da Dio, che perdurerà quarantaquattro anni senza interruzione, se non un breve soggiorno in clinica.

La maggior parte fra noi è sorpresa per la stranezza di questa vita, per la sua grande austerità, ma anche per la gioia che invade sempre più la nostra reclusa, una figlia dell’uomo all’apparire della festa di San Romualdo di Ravenna [1].
Non è un caso patologico? Non è in flagrante contraddizione con il Vangelo di Gesù Cristo e la comunione d’amore che sarà il distintivo dei suoi discepoli? La parabola del grano che muore e porta molto frutto...
Tuttavia Nazarena non è un caso unico, assolutamente eccezionale nella storia. All’inizio dell’era monastica, incontriamo uomini e donne che si sono murati per un motivo o per un altro, “per amore, dicono, della libertà di un altro” [2] e nessuno ignora che nel Medio Evo, non è raro scoprire, vicino ad un monastero o ad una chiesa parrocchiale, un reclusorio d’amore dove vive un monaco, una monaca, un prete o un laico. Presenza silenziosa di preghiera continua, di “Vita Angelica”, parte integrante della comunità o della parrocchia, come un gioiello nel suo scrigno.
Ricordiamo, per esempio, la piccola sorella d’Aelredo di Rievaux, alla quale suo fratello dedicherà tutto un libro che è un tesoro. Ella glielo ha domandato insistentemente per condurre in porto nella verità e nella fedeltà la sua esistenza apparentemente contro natura, che va a schiudersi in una profonda e radiosa felicità [3].
Nazarena è sua sorella, dopo otto secoli, condotta da Dio attraverso i meandri, come vedremo, alla scuola d’amore di Romualdo, il folle di Dio che, a più riprese durante la sua vita solitaria, si è rinchiuso nel suo reclusorio per rispondere ad una insopportabile ferita d’amore e portare a Dio il terribile secolo di ferro quale è il suo.
Egli ha iniziato un movimento forte e magnifico di uomini e di donne che come lui si sono rinchiusi nella loro cella solitaria a Camaldoli, sul Monte Corona e altrove.

Circa cinquant’anni dopo la morte dell’eremita - profeta, il suo successore alla guida della piccola colonia di eremiti che vivono nascosti nella montagna, ci dirà, come tra i fratelli “alcuni si elevano sulle ali della contemplazione di Dio, all’amore della patria celeste, fissandovi gli occhi del loro spirito e, già quaggiù, gustarono un’ineffabile dolcezza d’amore. Essi si rinchiusero allora nella loro cella e vi rimasero fino alla morte, sostenuti dalla grazia di Dio, in un combattimento continuo contro l’Avversario... Altri soltanto per il tempo di due Quaresime, con lo scopo di passarlo in un silenzio totale e in una più grande austerità di vita.
Altri per un centinaio di giorni o ancora per un anno intero... dando una luminosa testimonianza e rivaleggiando tra loro nell’amore di Dio, nell’obbedienza e con tutte le virtù. Essi avevano sotto gli occhi gli esempi del venerabile Romualdo, osservante con fervoroso degli usi e costumi del Santo Eremitaggio” [4].
La tradizione si è mantenuta durante i secoli presso i figli e le figlie di Romualdo e ancora oggi, la Congregazione di Monte Corona, si onora in segreto di molti reclusi che si ignorano, ma che permettono al nostro mondo di non sprofondare nel nulla [5].
Nazarena si riannoda perfettamente con questi uomini e queste donne che sono stati chiamati a vivere letteralmente le parole di San Paolo indirizzate a chiunque si è rivestito di Cristo nel giorno del battesimo: “La vostra vita è nascosta con il Cristo in Dio” (Col 3, 3).
Dopo una prova infruttuosa al Carmelo, le cui radici eremitiche avrebbero potuto permetterle di realizzare la sua vocazione, Nazarena bussa alla porta del monastero di Sant’Antonio il Grande, in pieno centro di Roma, sulla collina dell’Aventino.
Grazie alla grandezza d’animo della badessa e della sua comunità, può vivervi in reclusione, subito a titolo privato, poi completamente incorporata nell’Ordine camaldolese. Non si pensi che si tratti di un’esistenza larvale. La preghiera continua, lo studio, il lavoro manuale (in certi momenti dieci ore al giorno), la celebrazione dell’ufficio divino in nome di tutta la Chiesa del mondo e di tutta la creazione, fa della cella di Nazarena un luogo di convegno pieno di gioia e di angoscia e di combattimento con l’Angelo di Jahvè e con l’Angelo delle tenebre...
Tutto questo vissuto, giorno dopo giorno, per quarantaquattro anni. Ciò sembra incredibile.
Ma il risultato è là: una gioia indicibile che invade tutto l’essere di Nazarena e che fa di lei una presenza di cielo. “Dio, scrive, mi ha dato una felicità così bella e così pura che non la cambierei per tutti i piaceri del mondo... Sento più che mai la gioia misteriosa della Presenza e di questa forza invincibile che mi attira lontano da tutto e da tutti per scalare la montagna solitaria di Dio”.
Si potrebbe pensare allora che a poco a poco vi sia la dimenticanza totale della terra, degli uomini, della loro storia così difficile con tutto quello che comporta di bello, di spaventoso. Non è così. Nazarena come Macario il Grande, come San Simeone il Nuovo Teologo, come Pier Damiani o il beato Paolo Giustiniani, suo fratello, è cosciente di essere nel cuore del Mistero di Fede che è la Pasqua del Cristo e, in Lui e per Lui, di dare la sua vita per i fratelli, dei quali nessuno è straniero.
Ha per essi, sul cuore di Dio, i diritti dell’Unico; e capisco che il papa Paolo VI e Giovanni Paolo II abbiano voluto visitarla, sedersi vicino a lei ed affidarle il popolo di Dio. Essi conoscevano bene la sua importanza eccezionale nella vita del mondo, come quella di tutti quegli “uomini nobili” dei quali parla Taulero, che si sono identificati per un motivo o per un altro (penso a Teresa di Lisieux, a Marta Robin), all’Agnello di Dio che porta e cancella i peccati del mondo. Tuttavia potremmo ancora chiederci il motivo di questo totale nascondimento, di questo totale ritiro dalle relazioni umane che sembrano fare parte integrante della nostra vita di uomini e di cristiani. Pensiamo, per esempio, che alcune suore del monastero nel quale vive la nostra reclusa non videro il suo volto se non nel giorno della sua morte... Uno dei miei grandi amici, eremita camaldolese, ci dirà, al termine del nostro piccolo libro, con l’autorità dell’esperienza, la sua visione dal di dentro.
Ma ad ogni modo, poiché ogni uomo è fondamentalmente solo e spesso anche recluso, senza volerlo, in mezzo agli altri, Nazarena ci può aiutare a sollevare il velo di un mistero che alcuni considerano come un’abominazione, mentre si tratta possibilmente d’una stupefacente avventura d’amore.

[1] Cf. L.-A. Lassus, San Romualdo eremita profeta.
[2]  Espressione cara a San Pier Damiani, che troviamo, per esempio, all’inizio dell’Opuscolo
 XI indirizzato a Don Leon, recluso per amore della libertà celeste.
[3]  Aelredo di Rievaulx, Regola della reclusa, Edizioni Cantagalli, Siena.
[4]  Beato Rodolfo, 4° priore di Camaldoli, Regola della vita eremitica, in Consuetudo camaldulensis, Firenze 2004.
 Le “due Quaresime”: molte consuetudini monastiche del X e XI secolo parlano di queste due Quaresime di monaci e di eremiti, l’una andando dalla festa di San Martino (11 novembre) fino al Natale, l’altra corrispondente alla Quaresima della Chiesa.
[5]  La congregazione degli eremiti camaldolesi di Monte Corona è nata nel 1524 dal desiderio del beato Paolo Giustiniani, allora superiore dell’eremitaggio di Camaldoli, di ritrovare la purezza e la semplicità della vita solitaria romualdiana e di donarle un nuovo slancio. La reclusione vi sarà e vi è tuttora tenuta in onore: cf. Jean Leclercq, Un umanista eremita. Il beato Paolo Giustiniani 1476-1528, Edizioni Scritti monastici, Praglia. Il beato Paolo Giustiniani, Regola della vita eremitica, Edizioni dell’eremo Monte Rua, e L’opera legislativa del beato Paolo Giustiniani concernente la santa istituzione dei reclusi camaldolesi, in Collectanea Cisterciensia, 1 (1992), in francese.