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martedì 14 aprile 2020

Omelia per la Veglia pasquale

Cari Padri,
Cari Fratelli,
Cari Fedeli,
Quest’anno la notte di Pasqua è celebrata un po’ come nelle catacombe, ciascuno nella sua catacomba. Celebriamo questa grande festa della Resurrezione come in una tomba la cui porta non è aperta. “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”, potremmo dire con le sante donne che avevano già preparato gli unguenti. Sì, chi ci sposterà questa enorme pietra tonda che sembra non volere rotolare?
Dunque, se essa non vuole rotolare, restiamo con Gesù. Restiamo ancora un po’ di tempo ai piedi della croce e ascoltiamolo mentre ci parla. Gesù ha detto sette parole in croce, sette parole che gli evangelisti ci hanno trasmesso fedelmente. Non vi potremmo trovare, in queste parole, di che aprire la tomba dei nostri cuori? Fare rotolare la pietra, iniziare a resuscitare con Gesù. Gesù sulla croce che sta per morire è la Vita e la Resurrezione. È qualcuno che deve risorgere a morire sulla croce, ed è qualcuno che deve risorgere a parlarci.
Tali parole sono come un sole, un sole che sorge e che fa già brillare i suoi raggi. In questa notte in cui il cero pasquale – figura di Cristo – brilla, noi ci ricorderemo delle prime tre parole di Gesù.
La prima: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Gesù non intende dire che non sappiamo assolutamente quello che facciamo. Ma, ammettiamolo, non ci capita spesso di non riflettere in coscienza prima di agire? Le illusioni, i miraggi, sono frequenti nella nostra sete di vivere. San Benedetto mette in guardia i monaci citando la Scrittura: “Ci sono vie che agli uomini sembrano diritte, ma che si sprofondano negli abissi dell'inferno” (RB 7, primo grado dell’umiltà, citando Pr 16,25). Sì, noi facciamo fatica a prendere coscienza di ciò che facciamo e delle sue conseguenze. In questa notte di Pasqua, miei cari figli e miei cari fratelli, cari fedeli, prendiamo coscienza di ciò che facciamo, sappiamo ciò che facciamo, sappiamolo alla luce di Gesù risorto.
Quanto è stato fatto dai sacerdoti di Gerusalemme e dai Romani, è stato compiuto nell’ignoranza, in un’ignoranza ben precisa. Costoro hanno ignorato, più o meno volontariamente, chi è Gesù, e hanno ignorato tutto ciò che Gesù ha fatto per loro. In questi santi giorni – ciò mi ha molto colpito – abbiamo ascoltato, anzi più che ascoltato, visto che lo abbiamo cantato con la nostra bocca: “Popolo mio, che ti ho fatto? Rispondimi, rispondimi! Popolo mio, che ti ho fatto?”. Sapere quello che facciamo, sapere che tutto ciò che facciamo raggiunge Cristo. “Popolo mio, che ti ho fatto? Rispondimi!”. E ci sia noto soprattutto cos’ha fatto Dio per noi. Facciamo memoria di ciò che Dio ha fatto per noi. È ciò che facciamo insieme questa sera: tutte le letture della veglia pasquale sono delle memorie di ciò che Dio ha fatto per noi. E se sapete rispondere a questa domanda di Gesù, è perché cominciate a risorgere. Con Gesù. La pietra comincia a rotolare. E se la risposta sgorga dal vostro cuore – “Sì, il Signore mi ha salvato dal peccato e mi ha liberato dal demonio” –, allora avete già messo un piede fuori.
Passiamo alla seconda parola: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). Dom Gérard disse in un’omelia che il paradiso – ebbene – è del tutto semplicemente essere con Gesù, oggi stesso, con Lui, con Lui, con Lui. Gesù non è venuto a salvarci come potrebbe fare un mercenario, che arriva con le sue armate e poi, una volta terminato, riparte. Gesù non è venuto a compiere una missione come potrebbe fare uno stagionale. Mentre, sì, Gesù è un soldato, Egli si è battuto, suo Padre Lo ha inviato, un po’ come i nostri antenati hanno inviato i loro figli a salvare la patria in guerra. Sì, è un soldato. Sì, Gesù è venuto a lavorare nella vigna. Ma Egli è venuto soprattutto come uno sposo, per ciascuno di noi, con Lui. Ecco cosa vuol dire. Lo sposo della nostra anima, fare un solo cuore con Lui, una sola anima, non farlo che con Lui, perché Lui si è donato totalmente, e solo Lui può donarsi totalmente a noi. E Lui ha sete che ci doniamo con tutta la nostra forza, con tutto il nostro spirito e tutta la nostra anima. Chi riceve Gesù, chi riceve la sua parola, la sua volontà, chi riceve il suo corpo e il suo sangue, chi – quando prega – vuole essere con Gesù, ha già fatto un secondo passo fuori della tomba, esce, vive, comincia a vivere eternamente in paradiso.
Ed ecco la terza parola di Gesù, che ci fa uscire completamente dalla tomba. La sapete. I novizi conoscono a memoria le sette parole di Gesù in croce. Non gliele faccio recitare in pubblico perché la notte è lunga e non possiamo perdere tempo. “Donna, ecco tuo figlio”, “Figlio, ecco tua madre” (Gv 19,26-27).
Ebbene, questa parola è una parola ecclesiale. È la Chiesa che si forma ai piedi della croce. E cosa fa Giovanni in seguito a questa parola di Gesù? Prese Maria nella sua casa. È l’anima della Chiesa, è il corpo della Chiesa, è il senso della Chiesa, che sta prendendo forma ai piedi della croce. Chi ha il senso della Chiesa vive ed esce veramente dalla tomba.
Per concludere questa omelia, mi rivolgo a voi, cari fedeli, che ci guardate, e mi rivolgo a voi a nome di tutti i monaci. Desidero dirvi quanto vi amiamo e quanto ci mancate. Questa celebrazione della notte pasquale non ha la medesima forza senza di voi. E vi portiamo nella preghiera, la preghiera liturgica di cui siamo i primi beneficiari. Sono certo che non sia venuta a nessuno l’idea che dei monaci si privassero di qualsiasi cerimonia per spirito di solidarietà egualitaria. Al contrario, è nella celebrazione dei santi misteri che vi portiamo tutti nei nostri cuori, vi prendiamo nei nostri cuori, come san Giovanni ha preso la santissima Vergine, Madre di Dio, nella sua casa.
Fate lo stesso in famiglia, prendete nella vostra preghiera domestica tutti i vostri cari, particolarmente i membri della vostra famiglia.
La vita della Chiesa, che sgorga dal cuore di Gesù, è un fiume che sgorga così nei vostri cuori. Questa notte – mentre ciascuno è a casa sua – abbiamo il senso della Chiesa, crediamo nella comunione dei santi e viviamo in essa. Allora, sì, la pietra, la pesante pietra, ebbene, essa rotolerà anche per noi, in questa santa notte di Pasqua.
Amen.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia per la Messa della Veglia pasquale, 12 aprile 2020, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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lunedì 6 aprile 2020

Omelia per la Domenica delle Palme

Cari Padri,
Cari Fratelli,
Cari Fedeli, che assistete a distanza alla Messa delle Palme, nell’impossibilità di essere presenti fisicamente,
Celebriamo oggi l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. A margine del brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato (Mt 21,1-9), che i monaci conoscono bene, vi è il brano in cui è detto che alcuni Greci chiesero a Filippo d’incontrare Gesù, e Gesù diede questa risposta sorprendente: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Una risposta molto profonda, che duemila anni dopo ci stupisce ancora. Benedetto XVI ne ha fornito una spiegazione, un’interpretazione che i monaci conoscono bene. Gesù non vuole un incontro superficiale, passeggero, curioso. No, egli vuole un incontro assoluto, un dono di sé fino alla morte, perché porti un frutto eterno.
Venerdì prossimo contempleremo Gesù che porta la sua croce, e partecipando a questo grande mistero, facendo noi stessi – in questa chiesa per i monaci, e per la maggior parte dei cristiani a casa loro – la Via Crucis, ci potremo soffermare più seriamente su tre incontri di Gesù. Anzitutto quello con le donne di Gerusalemme. Queste donne, queste madri, si lamentano davanti all’uomo flagellato, incoronato di spine, sfinito, che porta la sua croce per esservi inchiodato e morire. Piangono per questa enorme sofferenza, per questo grande dolore, piangono per questa ingiustizia. E Gesù dice loro: “Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. […] Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi!’, e alle colline: ‘Copriteci!’. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?” (Lc 23,28-31). In occasione di questo incontro con le donne, Gesù non si vuole fermare alle sofferenze fisiche e morali. Esiste un dolore più grande: quello del legno secco, quello del cuore indurito, del cuore egoista, del cuore che non vede più lontano dell’orizzonte terrestre e dei beni sensibili, o di chi vi si sofferma troppo. Le sofferenze fisiche non hanno che un tempo. Dio le può trasformare in gloria. Ma sfortuna ai cuori ricchi, ai cuori soddisfatti, ai cuori duri, ai cuori turbati. Perché se le sofferenze e le prove di questo mondo non hanno che un tempo, il cuore – lui – è eterno. Esiste una giustizia, la giustizia, quella di Dio. Ed è solo questa, fra tutte le giustizie, a valere per l’eternità.
Vi è poi l’incontro con Simone di Cirene. Sappiamo dalla Scrittura che è stato requisito (un po’ come gli infermieri, i medici, le infermiere). Non sappiamo esattamente quali fossero in quel momento i suoi sentimenti interiori. Ma è evidente che dovette essere per lui una prova. Se i soldati non lo avessero obbligato, non lo avrebbe fatto di sua spontanea volontà. È stato obbligato a farlo. E fu umiliante essere associato a questo condannato a morte orribilmente ferito, e condannato a morte per blasfemia. Ed ecco che questo giogo che gli si impone, a lui – un giudeo –, ecco che questa croce gli apre il cuore. Siamo certi che Simone di Cirene, questo giudeo greco, divenne cristiano, giacché due suoi figli erano conosciuti e facevano parte della comunità cristiana primitiva. Ciò che agli occhi di tutti, e ai suoi propri, era un fardello, è diventata una grazia, che gli ha aperto gli occhi del cuore. Stendendo le braccia con Gesù sulla croce, lui malgrado, la grazia ha sciolto il suo cuore. E ciò che ai suoi occhi sembrava un’alienazione, ha liberato il suo cuore per l’eternità, perché è stato con Cristo sotto la croce.
Infine, c’è l’incontro con Veronica. Non ce lo dice la Scrittura, ma la Tradizione. Veronica – nome che gli fu certamente dato a causa del suo gesto di mettere un velo sul volto di Cristo –, asciugandogli il viso per compassione, vide imprimersi su questo panno l’icona di Cristo, la “vera icona” – Veronica –, l’autentico ritratto di Cristo. Lei che credeva di rendere un servizio si è trovata gratificata di un dono straordinario. Inversione della situazione.
Quando serviamo il Signore con fatica – talora con pena –, quando curiamo qualcuno – talora mettendo a rischio la nostra salute –, noi diamo realmente qualcosa, ma riceviamo molto di più. Cambiamo il nostro cuore, o piuttosto è Dio a cambiare il nostro cuore e a imprimere il suo volto nella nostra anima. Ed è molto di più del nobile sentimento di avere fatto il bene; è una trasformazione interiore del cuore.
Cari Fratelli, cari Fedeli, possa questa Settimana Santa essere per noi tutti una grazia, la grazia d’incontrare Gesù che ci apra sempre più il cuore, che lo dilati – come dice san Benedetto alla fine del prologo della Regola –, al di là dell’orizzonte terrestre, al di là dei pesi delle prove, e anche al di là di tutto il bene che possiamo fare.
Amen!

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia per la Domenica delle Palme, 5 aprile 2020, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 1 aprile 2020

Omelia per la festa di san Benedetto

26 ottobre 2019, il Padre Abate di Le Barroux celebra il 25mo di professione monastica.
Cari Padri,
Cari Fratelli,
Cari Fedeli, che assistete a questa Messa di san Benedetto rispettando le consegne di sanità pubblica, ma che ci potete ascoltare grazie alla messa in onda (sembra che attraverso le onde il coronavirus non si trasmetta…).
Il coronavirus ci ha allontanato gli uni dagli altri. Le misure di confinamento impediscono ai cristiani di assistere fisicamente alla Messa. Tali misure hanno fatto, e fanno ancora, digrignare i denti di molti. Ma il buon zelo al quale san Benedetto invita i monaci e i cristiani, non potrebbe aprirci gli occhi su un’altra misura che Dio ha preso per curare e salvare l’unità del genere umano?
Sì, Dio – e san Benedetto – con una saggezza che vede più lontano, più in alto, hanno preso delle misure di spaziamento, che sant’Agostino chiama la distanza della carità.
Vi propongo due esempi delle misure prese da Dio, misure di spaziamento per salvaguardare l’unità.
La prima misura è l’abito dato da Dio dopo il peccato originale. Adamo ed Eva erano all’origine nudi e non ne provavano vergogna. Erano nudi, ovvero erano vicinissimi, di una prossimità perfetta, di un’unità impeccabile. Non provavano vergogna perché si rispettavano mutualmente senza mai abbassare l’altro allo stato di strumento. Il peccato originale ha fatto entrare la lussuria nel cuore dell’uomo, e Adamo ed Eva hanno sperimentato questa lussuria, dunque questo disprezzo, nei loro cuori e nello sguardo dell’altro. E Dio ha dato loro un abito, una maschera per la loro nudità, per guarire lo sguardo e il cuore. La distanza che Yahweh ha posto fra Adamo ed Eva mediante gli abiti è uno dei primi sacramentali della storia della salvezza, e di salvaguardia dell’unità del genere umano. Poiché in tal modo Adamo ed Eva hanno potuto rimanere uniti. Meno di prima, ma comunque uniti, di un’unità reale.
Secondo esempio: la torre di Babele. Conoscete bene l’episodio. Malgrado le messe in guardia di Dio, le minacce, malgrado la grazia che non manca mai, gli uomini si sono spinti sempre più nel male. Sono stati pertinaci nel loro orgoglio di volere raggiungere il cielo con le proprie industrie. Hanno iniziato a costruire qualcosa di enorme, una torre altissima. Un mostro di mattoni e di bitume che non sarebbe stato in grado – lo sospetto – di non precipitare un giorno o l’altro sotto il proprio peso, e di schiacciare i poveri operai. Dio ha quindi separato gli uomini mescolando le lingue. Dio ha posto della distanza fra gli uomini mediante la distinzione delle lingue, al fine di lottare contro l’orgoglio umano, che trasforma i deboli in schiavi. Così sono nate le nazioni. È creando le nazioni che Dio ha potuto mantenere gli uomini nell’umiltà, ma anche in una certa unità, un’unità fatta di più unità più piccole.
Per la sua conoscenza delle Sacre Scritture, della parola di Dio, per la sua esperienza monastica – l’eredità monastica e la sua propria esperienza –, san Benedetto ha seguito lo stesso percorso di Dio. San Benedetto pone della distanza fra i monaci, con il fine preciso di unirli.
Dunque, come fa?
Per il grado in comunità. Mai due fratelli sono al medesimo rango. Basta che uno sia entrato tre secondi prima di un altro, ed egli ha un grado superiore. Questo grado di comunità riguarda tutto il rispetto che si deve avere gli uni per gli altri: il rispetto per gli anziani e l’affetto per i più giovani. L’esperienza mostra che quando la familiarità conquista una comunità, l’unità ne esce indebolita. Il rispetto gli uni degli altri pone una certa distanza fra noi, ma unisce profondamente i cuori nella dignità di figli di Dio.
Ancor più, san Benedetto pone della distanza per mezzo dell’obbedienza. Ciascuno al suo posto. Come sarebbe piacevole che ogni decisione fosse presa in un consenso dialogico! Ma lo tsunami di opinioni e reazioni folli sul coronavirus, che vediamo sui social network, mostra che è il contrario ad accadere. L’obbedienza pone della distanza fra coloro che obbediscono e quanti comandano. Ma molto profondamente, l’obbedienza è un grande, uno dei maggiori fattori d’unità, con la ragione, dopo la ragione.
E per finire, il silenzio. Sì, il silenzio – non il mutismo – è un grande fattore d’unità. Anzitutto perché, nel silenzio, la coscienza si può elevare verso le verità più elevate e universali, e così verso Dio il Padre, il Creatore, il Figlio Salvatore, e verso lo Spirito Santo, unione del Padre e del Figlio. E perché dal silenzio può anche sgorgare una parola profonda, una parola di carità e quindi d’unità.
Miei cari Fratelli, cari Fedeli, consentiamo a questo distanziamento provvisorio come a un tempo di purificazione. Questo tempo di distanziamento ha certamente come fine diretto di lottare contro la propagazione del virus. Ma con il buon zelo, noi possiamo vedere questo distanziamento come un segno, come un sacramentale di purificazione.
E pensiamo agli altri, pensiamo, preghiamo soprattutto per tutti quello che sono sul fronte e che sono in prima linea per curare le povere persone ammalate. Preghiamo per quelli che soffrono, per quanti sono in ospedale – penso ai famigliari dei monaci all’ospedale, perché vicino a noi ci sono persone gravemente colpite dal coronavirus –, e preghiamo soprattutto per coloro che muoiono.
Senza rumore, nell’obbedienza e nel rispetto. Amen.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia nella festa di san Benedetto, 21 marzo 2020, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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sabato 28 marzo 2020

Il significato della Quaresima

Secondo un’antica tradizione monastica, il Mercoledì delle Ceneri, dopo l’ufficio di Nona, i monaci si recano nella sala capitolare per ascoltare ancora una volta il capitolo 49 della Regola di san Benedetto, intitolato “La Quaresima dei monaci”. Tale capitolo inizia in maniera alquanto sorprendente: “Anche se è vero che la vita del monaco deve avere sempre un carattere quaresimale, visto che questa virtù è soltanto di pochi, insistiamo particolarmente perché almeno durante la Quaresima ognuno vigili con gran fervore sulla purezza della propria vita, profittando di quei santi giorni per cancellare tutte le negligenze degli altri periodi dell’anno”.
Mentre per la grande maggioranza dei cristiani la Quaresima è sinonimo di penitenza, per san Benedetto è un tempo da vivere in piena purezza, conformemente alla vocazione di ciascuno. È dunque un periodo durante il quale ci sforziamo di vivere quali degni figli e figlie di Dio, e che ci conduce, in occasione della veglia pasquale, a rinnovare le nostre promesse battesimali.
La breve esortazione del Nostro Santo Padre Benedetto descrive la Quaresima come un allenamento alla santità, non come una parentesi nella nostra vita abituale. Perché la santa Quaresima rimane un tempo di conversione in profondità, un tempo per cambiare i nostri cuori, per perdere le cattive abitudini e acquisirne delle buone. È una battaglia della virtù, qualità dell’anima acquisita mediante atti concreti e volontari. Nelle sue Confessioni, sant’Agostino confessa che la sua battaglia più rude, nella scelta decisiva di Dio, fu quella relativa alle cattive abitudini. In effetti, una catena, una corda, un luogo fosse pure il più debole, lo tratteneva nelle braccia paludose delle cose terrestri. Ma la grazia era là, e al momento opportuno egli fece la scelta che decise della sua eternità nonché, in una certa misura, dell’avvenire della cristianità. Non lo rimpianse mai.
Nel suo libro Désir et unité – un’opera che vi raccomando vivamente – il Padre Abate di Lagrasse cita sant’Agostino:
“Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure, amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, dov'è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio”.
Non abbiamo nulla di enorme da perdere convertendoci a Dio; al contrario, in Lui riceviamo tutto al centuplo. La Quaresima è veramente un tempo di grazia, un tempo da vivere quali figli e figlie di Dio, un cammino di luce che ci dirige verso la gioia senza fine.
La Quaresima, dice san Benedetto, è anche un tempo di riparazione delle negligenze. Egli pensa anzitutto alle nostre negligenze personali, alle nostre colpe, che dobbiamo espiare e riparare in ragione della maestà di Dio. Ma in san Benedetto la vita cristiana è maggiormente una partecipazione alle sofferenze di Cristo, del Cristo che ha sofferto e che è morto a causa dei nostri peccati. Nostro Signore è l’autentico Agnello di Dio, che toglie i peccati e che continua a espiare per le sue membra, che noi siamo. E Dio sa che il peccato abbonda! “Penitenza!”, ha detto la Vergine Maria a Lourdes e a Fatima. “Penitenza!”, ripete san Benedetto. Perché Dio è gravemente offeso.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 173, 19 marzo 2020, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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mercoledì 18 marzo 2020

Rendimento di grazie per i quarant’anni di un monastero benedettino

Estate 2017: S.Em. card. Robert Sarah in visita alle monache del Barroux.
Cari amici,
Lo scorso 30 ottobre, in occasione della Messa solenne d’azione di grazie che celebrava per i quarant’anni della nostra comunità, il nostro Padre Abate Dom Louis-Marie ha pronunciato una memorabile omelia, evocando meravigliosamente i doni ricevuti nella nostra culla, nel 1979. Mi pare che il richiamo di tali misericordie divine possa costituire per ciascuno una rassicurazione, quasi una risposta all’angoscia attuale della Chiesa.
“Quarant’anni fa, proprio in questo giorno, la vostra comunità era in una piccola culla. Una piccolissima comunità appena nata: una monaca e quattro postulanti. Una comunità fragile, fragile come un bambino che non saprebbe vivere senza le cure paterne e materne. Fragile, certo, ma già forte, perché la forza di una comunità cristiana non viene anzitutto da ciò che può fare, ma da ciò che il Signore fa e dona”.
A fianco della nostra fondatrice, Madre Élisabeth, Dio ci ha dato un fondatore, Dom Gérard. “È cosa buona ricordare oggi i tre pilastri che Dom Gérard ci ha voluto trasmettere in un contesto ecclesiale rivoluzionario. Questi tre pilastri sono: una filosofia realista, tomista; le osservanze monastiche fedeli ai ‘nostri fondatori’, il Padre Muard, Dom Romain Banquet e Madre Marie Cronier; e la santa liturgia tradizionale. Mediante questa eredità, Dom Gérard cantava la gloria di Dio, che si manifesta nel mistero della realtà dell’essere, nella santità della virtù e nel carattere eminentemente sacro del rito antico”.
Questi pilastri non sono dei reperti di museo. Verità, osservanze monastiche e santa liturgia abbeverano le nostre anime come una fonte d’acqua viva. Esservi fedeli non esclude gli adattamenti, necessari per salvaguardare lo spirito di san Benedetto in un mondo che cambia. “Ma Dom Gérard usava con parsimonia questi adattamenti, per una ragione che l’ideologia libertaria ha dimenticato o rigetta con orgoglio: vero è che la natura umana non cambia, non cambierà mai. Si sente dire spesso, come un ritornello: ‘Ah, la gioventù è così, oppure è così, e non può obbedire come prima; occorre adattarsi alla gioventù’. È vero che se la barbarie ha fatto – e fa ancora – delle devastazioni nelle anime, se il peccato le ferisce, ciò non costituisce una novità. I salmi lo gridano. Ma nella loro natura, le anime non cambiano. E gli strumenti sacri per andare a Dio, per seguire Cristo nella gloria di Dio, non cambiano”.
Dom Gérard ci ha trasmesso la sua forte devozione per gli angeli custodi. Così ha proseguito Dom Louis-Marie: “Gli angeli erano là. È una Messa dei santi angeli custodi che fu celebrata quarant’anni fa, esattamente la medesima di oggi. Oggi forse con un po’ più di dispiegamento del sacro… Gli angeli erano là, inclinati sulla culla della vostra comunità e – come a Natale – cantavano la gloria di Dio e la salvezza delle anime”. Gli angeli non soltanto cantano, essi custodiscono e proteggono! “Proteggono, sì. Questa piccola comunità aveva bisogno di essere protetta, e adesso che è diventata più grande – a 40 anni si può dire di essere grandi! –, ebbene, questa comunità ne ha sempre bisogno. Nel 1986 Dom Gérard aveva pronunciato solennemente un atto di consacrazione alla Vergine, vostra santa patrona, supplicandola di proteggere i nostri monasteri: che l’eresia e lo spirito scismatico si frantumassero contro le mura della clausura. È una preghiera sempre attuale, oh quanto attuale, e noi supplichiamo gli angeli di custodirci, di proteggerci”.
Dom Louis-Marie ha evocato soprattutto la presenza di Nostro Signore Gesù Cristo nella culla della fondazione. “Lui che è così lontano, il più lontano mai raggiunto da qualsiasi essere creato. Lui che con il Padre e lo Spirito Santo è un solo Dio infinitamente felice, lui che non ha bisogno di nulla. Eppure, lui che è così vicino: Interior intimo meo (‘più dentro in me della mia parte più interna’: sant’Agostino, Confessioni, III, VI, 11). Lui che si è fatto uomo e che dona la sua carne e il suo sangue in cibo perché viviamo di lui. […] Egli è la testa del corpo della vostra comunità, l’autentico Sposo, più vero di qualunque altro sposo sulla terra. È l’autentico Sposo di ciascuna fra di voi e della vostra comunità nella sua bella unità. E dona la vita. Dona la vita come nessun altro la può donare”.
Così concludeva il nostro Padre Abate: “Che la Vergine Maria, che è la santa patrona di questa comunità, che è regina di questa comunità, che è madre – ancor più madre che regina –, possa accompagnarvi affinché siate veramente fedeli alla vocazione che avete ricevuto… nella vostra culla”.
Dopo le celebrazioni festive, cari amici, ecco giunto il tempo favorevole della Quaresima. Stringiamo forti le armi della preghiera e della penitenza, operiamo con gioia per la nostra Madre la santa Chiesa, cui dobbiamo tanto. Santa Quaresima!

[Madre Placide Devillers O.S.B., Abbadessa di Notre-Dame de l’Annonciation, Le Barroux, La Font de Pertus. Lettre des moniales, n. 114, 26 febbraio 2020, pp. 1-3, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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lunedì 30 ottobre 2017

Il monaco ha diritti?

Non cercate nella Regola l’espressione “i diritti dell’uomo”; non la troverete. Dunque i monaci non hanno alcun diritto? Così formulata, nessuno. Se non, forse, che nel capitolo sulle obbedienze impossibili, è detto che il monaco ha il diritto di segnalare al superiore che l’ordine dato è superiore alle sue forze.
Ma per comprendere il pensiero di san Benedetto, la bella armonia che egli vuole fare regnare nel chiostro, facciamo qualche esempio. Il monaco ha diritto di possedere una penna, della carta e tutte le altre cose indispensabili alla sua vita contemplativa? Sembra di si, perché san Benedetto giudica questi oggetti indispensabili, ma egli non dice esplicitamente che il monaco “ha il diritto” di averli a suo uso; dice che l’abate “ha il dovere” di darglieli. Un altro esempio: l’abate ha il diritto di essere obbedito dai monaci? In nessuna parte della Regola troverete questo diritto espresso in modo così diretto. No, san Benedetto intende semplicemente che i monaci hanno il dovere di obbedire al loro superiore. I monaci hanno il diritto di mantenere il loro ruolo nella comunità e di ricevere un medesimo affetto da parte dell’abate? San Benedetto non dice così, ma che il superiore ha il dovere di non perturbare l’ordine senza ragione e soprattutto di non fare preferenze tra le persone. San Benedetto insiste quindi sui doveri reciproci e non sui diritti. 
Tutto ciò sembra del tutto uguale, poiché infine i monaci hanno le loro penne, il padre abate è obbedito e l’ordine è rispettato. Ma non è affatto uguale, perché nell’una e nell’altra formula lo spirito è del tutto diverso e finanche agli antipodi. L’una, insistendo sui doveri, favorisce la carità; l’altra, insistendo sui diritti, favorisce l’egoismo. Finalmente, è la differenza tra la città di Dio, in cui l’amore per Dio e il prossimo arriva all’odio di sé, e la città del diavolo, dove l’amore per sé arriva all’odio per Dio e il prossimo.
È questa una della ragioni per cui san Benedetto vieta ogni mormorazione in comunità. In effetti, le mormorazioni sono spesso dovute alla rivendicazione dei diritti. Già all’inizio della Regola, san Benedetto prende in giro quei sedicenti monaci che chiamano santo tutto quello che torna loro comodo. Il monaco non deve mai reclamare nulla per sé, ciò che esprime bene che l’anima del monaco si eleva a Dio pensando non ai propri diritti, bensì ai propri doveri. Lo stesso vale per le famiglie. San Paolo non richiama i mutui diritti degli sposi, ma i loro doveri, e specialmente quelli del marito, che si deve sacrificare per la moglie. Così è per le relazioni tra genitori e figli.
Ciò vale inoltre per le aziende. Nei colloqui di lavoro si presentano dei giovani candidati che portano sottobraccio un dossier contenente i loro innumerevoli diritti: la riduzione del tempo di lavoro, le ferie e altri grandi valori repubblicani. E se gli imprenditori non pensano che ai loro profitti, come meravigliarsi del circolo vizioso che porta ai conflitti?
Possiamo applicare il medesimo ragionamento alla stampa. Se la regola suprema è il “diritto di sapere”, come stupirsi di tante mancanze verso il dovere della carità e il rispetto dell’onore di ciascuno? Il peggio è che, da quando la legge consente l’aborto – ormai diventato un diritto fondamentale della donna –, lo spirito della società è passato dai diritti del bambino – che infine sono i doveri dei genitori – a un diritto al bambino. È diabolico.
Ma noi abbiamo l’esempio e la grazia di Gesù Cristo, il quale non ha reclamato il diritto di essere trattato come uguale a Dio, ma ha compiuto il suo dovere fino alla fine. Imitiamolo.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 163, 22 settembre 2017, pp. 1-2]

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venerdì 16 giugno 2017

Nulla resiste alla chiamata di Dio

[Grazie alla cortese autorizzazione di Christophe Geffroy, direttore del mensile La Nef, riproduciamo in trad. it. a nostra cura l'intervista al Padre Abate dell'abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., condotta dal medesimo Geffroy, comparsa in La Nef, n. 293, giugno 2017]

Anzitutto, potete dirci una parola sulla situazione della vostra abbazia e della vostra fondazione a La Garde?
La nostra abbazia, fondata nel 1970 da Dom Gérard, conta attualmente 52 monaci professi e due postulanti. Sainte-Marie de la Garde, fondata nel 2002, conta 14 monaci professi e due postulanti che vestiranno il santo abito il prossimo 24 giugno prima dell’ufficio di Compieta. L’età media è di circa 50 anni. Consacriamo le nostre giornate al Signore con la preghiera liturgica sin dalla notte, con il lavoro – agricoltura, giardinaggio, frantoio, panificio e pasticceria, vita della casa e vendita per corrispondenza – e mediante un apostolato monastico che include confessioni, predicazioni, cappellania di scout e dei capitoli Sainte-Madeleine, Saint-Lazare e altri. Abbiamo inoltre la cura della direzione e della cappellania dell’Istituto Saint-Louis, un collegio di circa 80 ragazzi. Infine assicuriamo l’abituale ministero monastico nei confronti delle persone che fanno un soggiorno presso di noi. Sono davvero felice di vedere che Sainte-Marie de la Garde offre a un certo numero di sacerdoti la possibilità di riposarsi, profittando della santa liturgia.

Avete sempre e con regolarità nuove vocazioni? Il loro profilo è cambiato nel corso del tempo? E come analizzate quella che viene definita “crisi delle vocazioni”?
Sì, abbiamo regolarmente delle vocazioni. Il Signore chiama sempre delle anime alla vita consacrata, a una vita nascosta in Dio, alla ricerca solo del buon piacere nel chiostro, alla vita di preghiera nella liturgia solenne. Il profilo dei candidati cambia, sicuramente, ma non la natura umana che è fatta per Dio. I giovani hanno sete d’identità e di una certa sicurezza che non è data dal mondo attuale, in perpetuo cambiamento. Mi sembra molto importante offrire un accompagnamento personalizzato ai nostri giovani in formazione, affinché si possano radicare umanamente. La crisi delle vocazioni ha molteplici cause che si collegano a un tronco comune: lo sradicamento. Da qui una concezione diffusa di libertà, che si definisce come possibilità di cambiare, una certa immaturità dei temperamenti dovuta alle numerose e continue gratificazioni della tecnologia, una struttura mentale danneggiata dai cattivi metodi d’apprendimento, un’immagine alquanto secolarizzata e addirittura sporcata del sacerdozio. Ma tutto questo non resiste alla chiamata di Dio. Prova ne è il fatto che le comunità che mantengono il senso del sacro continuano a reclutare.

Adesso l’abbazia produce anche un vino di qualità e aiuta i produttori locali in tal senso: potete parlarcene in poche parole?
Da qualche anno, i fratelli cercavano di trarre il meglio dalla vigna e dal territorio. Le Côtes du Ventoux possono produrre un vino eccellente se i produttori s’impegnano. La zona ha una storia ricca in connessione con il papato e delle eccellenti condizioni climatiche. Il nostro fratello responsabile ha sviluppato i terrazzamenti dei vigneti, che danno un vino più elegante. L’anno scorso abbiamo dunque piantato quasi 10.000 piedi di terrazze al di sopra dell’abbazia delle monache, con le quali lavoriamo fraternamente. Lo sforzo perseverante dei nostri fratelli vignaioli, da una decina d’anni, per una produzione di qualità, è stata ricompensata, visto che qualche cuvée ha meritato delle medaglie al Salone dell’Agricoltura. Per iniziativa del fratello Odon e dei vignaioli della regione, abbiamo creato una cuvée speciale di alta qualità che abbiamo chiamato Caritas. Il suo nome è rivelatore dello spirito d’impresa che esiste fra i viticoltori e i monaci.

I vostri monaci assicurano la Messa e le confessioni alle monache dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, vicina a voi: quali sono precisamente i vostri legami e come distinguereste la vocazione delle monache rispetto a quella dei monaci?
È un aspetto tradizionale che i benedettini abbiano spesso avuto delle sorelle benedettine vicino ai propri monasteri. Con l’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation abbiamo il medesimo patrimonio dottrinale, spirituale e liturgico, con un attaccamento risoluto ai nostri fondatori, Padre Muard, Dom Romain Banquet, Madre Marie Cronier, e Dom Gérard. Siamo come fratelli e sorelle, ciascuno al proprio posto. Noi portiamo loro anzitutto il servizio sacerdotale con la Messa quotidiana, le confessioni settimanali, alcune conferenze e qualche direzione spirituale. Collaboriamo particolarmente al lavoro manuale nel vigneto, ma anche nella preparazione del torrone. Le monache hanno una vocazione esclusivamente contemplativa, con la clausura papale, mentre i monaci di Sainte-Madeleine hanno una parte di ministero monastico ereditato da Padre Muard e legato al sacerdozio.

Quale sguardo portate sulla situazione della Chiesa di oggi? Come analizzate il pontificato di Papa Francesco, e in particolare la controversia sollevata dalla questione dei divorziati risposati?
Confesso di fare fatica ad analizzare l’attuale pontificato. Molti cattolici praticanti sono molto a disagio in ragione della forma e del fondo della sua pastorale e, soprattutto, delle espressioni spontanee e brusche del Santo Padre, per esempio sull’islam. Credo tuttavia che possiamo meglio comprendere la sua linea attraverso un principio che ritorna spesso nelle sue parole: il tempo è superiore allo spazio, un principio estraneo alla filosofia metafisica. Penso che il Santo Padre insista molto sul fatto che non dobbiamo bloccare le persone in categorie – lo spazio, con tutto ciò che suppone –, ma andare a cercare le persone là dove sono per condurle pazientemente verso il Vangelo senza spegnere il lucignolo fumigante. San Gregorio Magno diceva che l’arte delle arti è di tenere in una mano i princìpi e nell’altra ogni persona. Credo che Papa Francesco insista soprattutto sulle persone.
Il nostro padre Basile ha svolto uno studio approfondito di Amoris Lætitia, pubblicato sulla Revue Thomiste, nel quale mostra che la dottrina non è mutata. Ma occorre riconoscere una grande confusione, perché sono molto rari gli spiriti capaci di fare una giusta interpretazione in un ambito estremamente complesso. Mi è stato detto recentemente che una Madre Abbadessa invita ormai a comunicarsi tutti i divorziati risposati che assistono alla Messa nel suo monastero, senza discernimento e senza avere alcuna autorità in materia. Senza dubbio occorre sottolineare che la misura permessa dal Papa in alcuni casi non può che essere temporanea nel percorso dei divorziati risposati che s’impegnano a rimediare alla loro situazione, ciò potrà aiutare a mettere in opera questa esortazione con maggiore rispetto per i sacramenti del matrimonio, della penitenza e dell’eucaristia.

A luglio festeggeremo i dieci anni del motu proprio Summorum Pontificum. Cosa v’ispira questo anniversario, quale bilancio ne traete?
Mi sembra che il motu proprio sia riuscito a fare cadere una specie di “muro di Berlino” liturgico e storico. Lo statuto d’eccezione del rito antico comportava l’idea di rottura fra il prima e il dopo Concilio Vaticano II. Il fine di Benedetto XVI, mi sembra, era di diffondere la forma extraordinaria al fine di aiutare a meglio celebrare la forma ordinaria, dando nuovamente una dimensione sacra alla liturgia. Senza il motu proprio numerosi preti non avrebbero mai avuto l’idea o il coraggio di celebrare la forma extraordinaria. Ormai abbiamo regolarmente domande di sacerdoti diocesani per apprendere a celebrarla. Ma è un’azione che chiederà del tempo e un’umile perseveranza, perché il senso del sacro è ciò che vi è di più importante per ogni uomo e per la società. Come lottare contro la cultura dello scarto se non cominciando con l’adorare Colui che è adorabile?
E d’altro canto, il motu proprio ha come sgonfiato il palloncino liturgico. Focalizzandosi sulla battaglia per la Messa tradizionale, abbiamo forse dimenticato altre battaglie più interiori, a cominciare con l’umiltà, l’obbedienza, la vita spirituale personale.

In una maniera più generale, come analizzate la situazione della galassia “Ecclesia Dei” circa trent’anni dopo il motu proprio dallo stesso nome di Giovanni Paolo II? Cosa v’ispirano le informazioni di un accordo prossimamente possibile fra Roma e la Fraternità San Pio X?
La creazione della Commissione Ecclesia Dei era necessaria e buona nel 1988 per aiutare i fedeli e le comunità tradizionali a rimanere attaccate a Roma. E mi sembra che essa sia ancora utile per aiutare altre comunità ad adottare la forma extraordinaria, come hanno fatto recentemente dei benedettini irlandesi.
La commissione è molto fedele all’orientamento datole da san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e noi ci sentiamo dunque in sicurezza, più che se avessimo a trattare con alcuni altri organismi romani. Ma la ragione principale della commissione è la relazione della Fraternità San Pio X con Roma, e per questo soprattutto essa è attualmente insostituibile.
Ritengo tuttavia che il suo ruolo non possa che essere temporaneo, perché sarebbe più che naturale che noi potessimo trattare direttamente con le diverse congregazioni romane per ciò che rileva del loro ambito. Attualmente, noi trattiamo solo con la Ecclesia Dei. Il che alimenta lo spirito da riserva d’indiani.
Per quanto riguarda le relazioni fra Roma e la Fraternità San Pio X, noi preghiamo affinché si possa raggiungere un accordo. Sarebbe una grazia ecclesiale per la Fraternità, che potrebbe così avere una visione più giusta della realtà della Chiesa, e anche per la Chiesa, che ha certo bisogno di operai per la messe. Da un punto di vista umano, questo sembra impossibile e comporterà certo delle difficoltà, soprattutto per i vescovi, ma occorre fare tutto il possibile e tutto sperare, affinché si realizzi la preghiera di Gesù per l’unità della sua Chiesa. E quale sollievo per le famiglie divise dal tempo delle consacrazioni!

Sebbene siate in clausura, le cose del mondo non vi sono indifferenti. Ci sono degli argomenti che vi preoccupano particolarmente in questo momento? […]
La grande angoscia del presente è l’ascesa del totalitarismo: quello del denaro così evidente, dell’ateismo, del relativismo. Le istituzioni sono via via più gigantesche e tecniche, senz’anima. Percepisco un piano studiato che mira ad abolire tutti i corpi intermedi, in particolare quello della famiglia, volontariamente schiacciata da ogni genere di misura. Durante il Concilio Vaticano II, il cardinale Karol Wojtyla disse che bisognava capire il nostro tempo sotto la visuale della solitudine. Noi stiamo passando da una società cristiana basata sulla dignità della persona e la sua dimensione essenzialmente sociale, a una società individualista ed edonista. Basta guardare la situazione della famiglia nelle grandi città; penso a Parigi, che secondo un ecclesiastico di grandi responsabilità, è diventata Sodoma e Gomorra. […]

Nel nostro mondo europeo secolarizzato e via via più materialista, l’ascesa dell’islam è un’occasione o un pericolo? E cosa pensate dei dibattiti suscitati dall’islam, percepite in particolare un rischio nell’ascesa di un “cattolicesimo identitario”?
L’ascesa dell’islam non può essere un’occasione in sé per la Francia. Dom Gérard diceva che la Provvidenza poteva servirsene, ma un po’ come una sfida, o addirittura una prova. L’islam è onnipresente e, nell’insieme, per nulla integrato, e a mio avviso non integrabile, per due ragioni di fondo. Il Corano non invita alla riflessione, piuttosto alla sottomissione: è un tessuto d’affermazioni categoriche e non una storia come nella Bibbia, che esige un’interpretazione. L’islam non conosce né la distinzione fra lo spirituale e il temporale, né la giusta libertà religiosa.
L’islam progredisce sul fondo di una dialettica di fatto fra – da una parte – i sostenitori del terrorismo e, dall’altra, i sostenitori di un islam irenico che investono lo sport, la moda, l’alimentazione e la finanza. Confesso di essere rimasto spaventato in occasione di un passaggio a Parigi, nel vedere molti giovani indossare la maglietta di una squadra di calcio con le insegne degli emirati. Mi sono detto che questi giovani erano pronti per la moschea. Certo, gli occidentali hanno una grave responsabilità nel disordine che regna in Oriente. I nostri interventi in Iraq, in Libia e altrove sono degli errori politici gravi.
Certamente, c’è il rischio di un cattolicesimo identitario, che si serve della religione come di un mezzo politico, ma il vero pericolo attuale è l’ignoranza, il relativismo e la pigrizia intellettuale di un gran numero di responsabili politici e religiosi. La vera sfortuna della cristianità è di avere perso la propria identità. Ma provvidenzialmente, secondo la grande legge di tutta la storia della salvezza, questa grave sfida può essere l’occasione di un ritorno al Signore, della conversione del cuore, della gloria del martirio, e – occorre non dimenticarlo – vi sono i buoni semi sparsi da Benedetto XVI nel suo discorso a Ratisbona, e recentemente al Cairo da Papa Francesco. Cristo è morto e risorto, non dimentichiamolo: è la nostra forza e la nostra speranza.

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venerdì 8 luglio 2016

Detestare i vizi

San Benedetto chiede al Padre Abate che “detesti i vizi” (RB LXIV, 11) e di lottare nei tempi opportuni e non opportuni contro il peccato. Come comprendere questo insegnamento alla luce della misericordia, che pure san Benedetto esige dall’abate sia fatta trionfare?
Per iniziare, occorre ammettere che i padri del deserto, e san Benedetto – loro fedele successore –, hanno fatto di questa lotta continua un elemento essenziale del loro percorso di conversione. La pazienza di Dio è presentata come un invito divino a convertirsi, e quindi a lottare contro le proprie colpe. Il codice penitenziale della Regola è molto stretto: ogni mormorazione, ritardo, negligenza, stonatura, dev’essere combattuta, corretta e riparata da una degna soddisfazione. Il modello del monaco è l’eremita, colui che è capace, con l’aiuto di Dio, di affrontare con sicurezza la lotta contro i vizi della carne e dello spirito. Nel quarto capitolo della Regola, intitolato “Gli strumenti delle buone opere”, su 72 comandi, 50 sono negativi – “non dare sfogo all’ira” (RB IV, 22), “non giurare per evitare spergiuri” (RB IV, 27), ecc. –, come se la lotta contro i vizi sia più importante dei precetti positivi.
Ma come fare per detestare i vizi cristianamente, senza cadere punto nell’odio?
È chiaro che per san Benedetto l’anima di ogni conversione è la luce divina: “aprendo gli occhi a quella luce divina” (RB Prologo, 9). Nella nostra personale conversione, se è cosa buona avere paura dell’inferno, è più essenziale desiderare la vita eterna con tutto l’ardore della propria anima. Se è cosa buona vivere sotto lo sguardo di Dio al quale nulla, alcuna azione, nessun pensiero, nessun desiderio sfugge, è più fondamentale essere ben persuasi che prima che noi lo invochiamo, il Signore dice: “Io sono là”. Sì, è là per guidarci, illuminarci, aiutarci. Se è cosa buona piangere i propri peccati e confessarli a un anziano, ciò è alla condizione di non disperare mai della misericordia di Dio.
E ai superiori in cura d’anime – i vescovi, i preti, gli abati, i padri e le madri di famiglia – san Benedetto dà certamente la missione di lottare contro i vizi, le colpe dei temperamenti e le mancanze.
È una missione sacra per la quale il superiore dovrà rendere conto nel giorno del Giudizio. Egli subirà un esame non soltanto a riguardo dello stato della sua anima, ma anche delle anime a lui affidate dal Signore. Che egli corregga pensando sempre alla parabola della pagliuzza e della trave. Che la preoccupazione degli affari altrui lo renda più attento ai propri. Che egli si adatti a tutti i temperamenti. Che egli pensi a correggere progressivamente. Prima di reprimere, che non dimentichi d’istruire. La scelta di un superiore dovrà sempre farsi sull’esame della sua dottrina e del merito della sua vita. Quanti poveri fedeli sono nell’ignoranza a causa dell’assenza d’insegnamento, o peggio ancora, del peccato d’eresia da parte del clero! È un grave peso, un vero lavoro, quello di trovare le giuste parole. Parafrasando l’espressione di san Paolo, è un “partorire di nuovo” (cfr. Gal 4, 19).
Infine, se è cosa buona che il superiore cerchi di farsi temere, egli deve prima di tutto cercare di farsi amare, in ragione del nome stesso che egli porta: “Padre”. Lo avete sicuramente compreso, se è cosa buona detestare i vizi, ciò è unicamente per il fine superiore di amare i propri fratelli.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 158, 21 giugno 2016, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 12 aprile 2016

La vita interiore alla scuola di André Charlier

Il Venerdì Santo, alle ore 15 in punto, il celebrante, rivestito di una semplice alba, con la stola nera a sottolineare la sua dignità sacerdotale, entra nella chiesa abbaziale riempita di una folla silenziosa. Giunto ai piedi dell’altare, egli si prostra interamente a terra con un magnifico gesto di umile adorazione. La liturgia ci fa entrare nella vita interiore dell’unico sommo sacerdote, Gesù Cristo, il Signore.
Nel Getsemani Gesù ha pregato il Padre nel più misterioso combattimento spirituale. Più di Giacobbe contro l’angelo di Yahweh, più che Mosè sul Sinai, più di Giobbe. Gesù ha affrontato la volontà del Padre per noi. Egli ci ha mostrato percorrendola la strada stretta della vita interiore, che André Charlier definiva «il rapporto intimo della nostra anima con Dio». Nella «lettera ai capitani» dell’11 marzo 1943, durante l’occupazione, André Charlier tratteggiava un percorso chiaro e molto pratico di vita interiore.
La prima tappa consiste nel riconoscere umilmente e virilmente la grande debolezza delle anime a entrare nell’interiorità da sé stesse nella vita quotidiana. «Ora, io che vi vedo vivere, e che vi osservo, spesso senza che ve ne rendiate conto, trovo in voi una scarsa capacità di rientrare in voi stessi, il vostro spirito è sempre orientato all’esterno». E da pastore avvertito che conosce bene le sue pecore perché le ama, egli vede bene che il poco d’interiorità di cui i suoi allievi davano prova era contaminato dall’esterno: «Quando pensate a voi stessi, siete soprattutto preoccupati dell’impressione che potete dare agli altri». Ma certo, André Charlier, in maniera molto umana, molto incarnata, riconosce bene le circostanze attenuanti: la giovane età, il lavoro scolastico che richiede attenzione, la vita domestica con tutti i suoi obblighi e gli avvenimenti dell’epoca che attraversavano la Francia, così ossessivi. Come si dice, non ce la si fa più!
André Charlier spinge allora i suoi capitani a immergersi un po’ di più nella vita interiore, mettendo in luce un’inquietudine spesso muta, ma presente in tutte le anime. Lo fa dando l’esempio notevolmente adattato da Lyautey: «Soffro di avere l’anima così elevata da potere comprendere ciò che dovrei essere e di non avere il carattere così fermo e indurito per realizzare la concezione della vita che devo condurre». Questa constatazione, Lyautey la faceva su un segno molto chiaro, visibile, oggettivo: il pettegolezzo, che riconduce tutto a sé.
Ed ecco la tappa decisiva, quella che permette d’entrare veramente nella vita interiore, in questo rapporto intimo dell’anima con Dio, la tappa della grande verità: «Voi siete delle creature di Dio, il quale creando ciascuno di voi ha avuto un pensiero particolare: è tempo che impariate a conoscere questo pensiero divino su di voi, senza il quale la vita andrà presto a rapirvi e a impedirvi di gustare questo rapporto unico con l’Eterno. Tutto potrebbe diventare per voi così chiaro da subito, se lo volete, e la vostra vita si troverebbe per sempre trasformata».
André Charlier sa bene che questa tappa ha essa stessa il suo rischio, cioè di essere senza domani. Per evitare ciò, occorre oltrepassare un’altra tappa, quella d’entrare abitualmente, ogni giorno, nel silenzio; silenzio materiale indispensabile, certo, ma più ancora nel silenzio interiore. «Occorre fare tacere anche il tumulto dei pensieri, e che tutta l’agitazione della giornata venga a morire al fondo di questo raccoglimento».
In maniera ammirevole André Charlier dà allora il cuore della vita interiore, la sua natura profonda: «Là, mantenete la vostra anima un momento sotto lo sguardo di Dio, e con uno slancio molto semplice, fate offerta di voi stessi a quel Dio che attende da voi qualcosa di preciso». Chi non vedrà qui, dipinta, la preghiera di Gesù nel Getsemani?: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». E sulla croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». E alla risurrezione: «Io sono risorto, e sono nuovamente con te. Tu hai posto la tua mano su di me».
Non mi rimane che invitarvi a profittare della biografia di André Charlier recentemente pubblicata, e soprattutto a celebrare le sante feste pasquali con un’anima interiore.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, editoriale di Les amis du monastère, n. 157, 19 marzo 2016, pp. 1-2, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 1 dicembre 2015

L'abbazia del Barroux e l'Anno della Vita Consacrata

Nel corso degli anni ci siamo occupati a più riprese della bella iniziativa del Pellegrinaggio di Pentecoste, durante il quale migliaia di persone, soprattutto giovani, si recano a piedi dalla cattedrale Notre-Dame di Parigi alla cattedrale Notre-Dame di Chartres, per un totale di circa cento chilometri: segnatamente, nel 2009 ce ne siamo occupati qui, nel 2010 qui, nel 2011 qui, nel 2012 qui, nel 2015 quiqui e quiCom'è noto, a organizzare questo imponente pellegrinaggio è l’associazione Notre-Dame de Chrétienté, secondo una carta fondativa che vuole questa iniziativa – d'impronta mariana e liturgicamente vincolata alla forma extraordinaria del Rito romano – posta sotto l'egida del motto Tradizione Cristianità - Missione.
In occasione dell'Anno della Vita Consacrata, indetto dal Santo Padre Francesco con Lettera Apostolica del 21 novembre 2014, e che ha avuto inizio il 30 novembre 2014 e terminerà il 2 febbraio 2016, l’associazione Notre-Dame de Chrétienté ha prodotto una serie di video di approfondimento, intervistando in video alcuni superiori di istituti di vita consacrata legati alla forma extraordinaria del Rito romano: fra questi, Padre Alain Hocquemiller, dell'Institut de la Sainte Croix de Riaumont, Padre Emmanuel-Marie, dell'Abbazia Notre-Dame de Lagrasse, e Padre Dominique-Marie de Saint Laumer, della Fraternité Saint Vincent Ferrier.
Da ultimo, è stata appena pubblicata l'intervista in video a Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., Padre Abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, che riproduciamo qui di seguito e invitiamo a guardare e ascoltare. 


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lunedì 19 ottobre 2015

Et semper superexaltet misericordiam iudicio

Bernardo Luca Sanz (c. 1650-c. 1710),
San Benedetto, olio su tela del 1700, presso
il Monastero San Benedetto di Bergamo
Il codice penitenziale della Regola di san Benedetto

Consentitemi di parlarvi del codice penitenziale della Regola, che rappresenta una parte alquanto lunga e apparentemente spaventosa dell’opera di san Benedetto. Ma il santo fondatore ci rassicura immediatamente. Il codice penitenziale è al cuore di una visione più grande e più luminosa. Il monastero è fondamentalmente una scuola al servizio del Signore e una strada che segue un orientamento positivo. Nello spirito di san Benedetto, Dio ha messo del bene in noi, ci invita a seguirlo nella gloria e ad aprire i nostri occhi alla luce che divinizza. San Benedetto parla inoltre della dolcezza della virtù e della carità che scaccia ogni timore. Infine, egli conclude la sua Regola sul buon zelo e su un’umile constatazione: non tutto è contenuto nei 73 capitoli della Regola. Egli lascia così dei grandi confini in prospettiva.
Ma san Benedetto sa anche che il monaco è un peccatore, che egli sia abate, priore, ufficiale, fratello anziano, adulto o novizio. Se il peccato non è al centro della sua spiritualità, esso rimane comunque là, assai presente. Ecco perché, come padre colmo di saggezza realista, egli dedica una parte non trascurabile della sua Regola a un codice penitenziale, che respira con i suoi due polmoni: la giustizia e la misericordia.

La giustizia

San Benedetto fonda anzitutto il suo codice penitenziale sulla giustizia, in tre modi.

a) Un contratto

Il monaco che fa la sua professione conosce la Regola, riferimento oggettivo per tutti. Essa dev’essere letta spesso, per escludere ogni pretesa d’ignoranza. La Regola non è un regolamento di caserma, ma una regola di vita con un regolamento conosciuto e accettato. Si sa quel che si può fare e ciò che non si deve fare. A Vicovaro, il monastero dove egli ha esercitato il suo primo ministero d’abate, san Benedetto non permise più ciò che era interdetto dalla Regola in vigore in quel luogo. Questo gli valse un tentativo di assassinarlo da parte dei suoi monaci.
Il riferimento alla Regola si oppone alla decadenza della comunità, come pure all’arbitrarietà e alle passioni dei superiori: collera, gelosia e abuso o, in altro senso, accecamento, indolenza e affetto particolare troppo indulgente. Si tratta di una medesima Regola e quindi della stessa luce per tutti: perché la giustizia è fondamentalmente oggettiva.
Infine, compete all’autorità, e non a qualunque fratello, il diritto e il dovere di correggere. Del resto, quelli che correggono gli altri senza mandato, saranno essi stessi corretti, e così la Regola vale per tutti.

b) Una giusta proporzione

Non si tratta del precetto “occhio per occhio, dente per dente” dell’antica legge – che d’altro canto frenava l’esagerazione della vendetta –, ma della giusta proporzione fra la dose del rimedio da applicare e l’ampiezza del male da sradicare.
I fatti pubblici dovranno essere riparati pubblicamente. Dom Gérard ci disse un giorno in capitolo che la legge morale era un po’ come una barriera. Rompendola, anche solo una volta, la comunità poteva immaginare di non esistere più. È quindi necessario riparare pubblicamente, rimettere in sesto questa barriera, per l’edificazione di tutti, ma anche per una più grande onta del colpevole, al fine di guarirlo. In questo modo il bene comune è rispettato.
Più la colpa è grave o più volte essa è ripetuta – il fratello mostrando in ciò una mancanza di buona volontà –, maggiormente la penitenza dovrà essere importante. Per esempio, i ritardi meritano la pena leggera di rimanere all’ultimo posto in coro. Ma la disobbedienza scandalosa merita fino all’esclusione. In sintesi, la pena sarà tanto più rigorosa quanto più la colpa è grave.
Quanto più il fratello ha delle responsabilità, maggiormente si deve applicare il codice penitenziale, perché la corruzione dei migliori è sempre la peggiore. Occorre in effetti tenere conto del cattivo esempio e le inevitabili prese di parte della comunità che possono conseguirne.
Due ragioni spiegano l’imposizione rapida della pena: da una parte perché il vizio o la cattiva abitudine contratta non ingrandiscano. D’altro canto, affinché il nesso fra la colpa e la sanzione sia sensibile. Giacché non serve a nulla rimproverare a qualcuno una colpa commessa da sei mesi!
Concretamente, devo precisare che le colpe menzionate da san Benedetto sono: il mormorare, disobbedire, la mancanza di puntualità, le colpe di canto al coro, o di cura per i più piccoli, i malati o gli anziani, l’infedeltà nella lettura, le mancanze nel silenzio e nella clausura, e infine la negligenza per le cose materiali, che devono essere trattati come i vasi sacri.

c) Fino in fondo

La pena dovrà seguire una progressione conforme al giudizio dell’abate: egli comincerà con un primo avvertimento, poi un secondo e infine – se necessario – un terzo. In seguito egli passerà alla correzione regolare, a una punizione da compiere, come una visita al santissimo sacramento o la recita del Salmo 22. Se, Dio non voglia, è necessario andare oltre, l’abate può deporre il monaco dalla sua carica. E se tutto questo risulta inefficace, l’abate dovrà spingersi fino all’espulsione del monaco dal monastero; misura estrema la cui procedura canonica assicura la difesa dell’accusato.
La giustizia dev’essere compiuta fino in fondo e non deve semplicemente coprire la colpa con un velo. San Benedetto chiede che il fratello riconosca la propria colpa e faccia penitenza fino a che il Padre Abate avrà giudicato sufficiente la soddisfazione. La giustizia di Dio è una giustificazione; essa rende giusto, trasforma il cuore in profondità, in vista di condurre una nuova vita, sotto la guida del Vangelo e al seguito di Cristo.

La misericordia

La misericordia è ben presente nella Regola e nell’applicazione della giustizia. Essa la precede, l’accompagna e la sorpassa. Si potrebbe dire che essa la compie.
a) La misericordia precede la giustizia, nel senso che la giustizia è una lotta preservante la carità, la virtù e il bene di ciascun fratello. La Regola chiede al superiore di fare un esame di coscienza prima di agire. Per esempio, nel capitolo sul priore, gli chiede di determinare se è la gelosia, la collera o il bene a ispirarlo. Il potere di rendere giustizia esige d’agire in coscienza e necessita una certa attitudine a entrare in sé stesso, al fine di fare prevalere la luce della ragione e della vera carità.
b) Essa l’accompagna, nel senso che la giustizia dev’essere applicata in maniera misericordiosa. Anzitutto, in maniera progressiva, come prima si è detto. Si previene una volta, due volte, se necessario tre volte, e se questo non basta la disciplina regolare ne consegue. Procedendo in tal modo, la giustizia piena di misericordia si richiama alla ragione e non alla brutalità.
La misericordia presta attenzione a non raschiare la ruggine, a non spegnere il lucignolo fumigante. Il Padre Abate deve ricordarsi che è egli stesso oggetto della misericordia di Dio, e che deve togliere la trave dal proprio occhio prima di togliere la pagliuzza dall’occhio dei fratelli. Qualora si giungesse al parossismo, Dio non voglia, e i legami si rompono, il Padre Abate invierà una “senpecta” – un amico fidato – che consolerà il monaco affinché non sia sommerso da eccessiva tristezza. E se tutto questo non sarà sufficiente, rimane infine la misericordia della preghiera, supplicando lo Spirito santo di riscaldare i cuori.
c) Infine, la misericordia sorpassa la giustizia. San Benedetto chiede che il Padre Abate cerchi di essere più amato che temuto. Egli deve sempre fare trionfare la misericordia sulla giustizia. Non fare scomparire la giustizia, ma credere che per convertire i cuori, la misericordia è più efficace della stretta giustizia, affinché i monaci non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna.
Voi mi direte: ah!, ciò che chiede san Benedetto è impossibile: andare fino in fondo con la giustizia e fare sempre prevalere la misericordia. Non è impossibile, è il modo di agire della Provvidenza, che guida sempre fortiter e suaviter – con forza e dolcezza –, secondo lo stesso Spirito santo, e che san Gregorio Magno chiama “l’arte delle arti”.

[Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, Lettre aux oblats, n. 91, 5 ottobre 2015, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.]

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