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mercoledì 1 gennaio 2020

Un commento alla Regola di san Benedetto per gli oblati benedettini




In un libro salutato dal New York Times come “il saggio più importante e più discusso del decennio” – L’Opzione Benedetto. Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano (trad. it. San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2018) –, il giornalista Rod Dreher si è posto una domanda diventata cruciale: come essere cristiani in un mondo che non lo è più? Dreher propone in risposta una “Opzione Benedetto”, come gli ha suggerito un ritiro effettuato al monastero di Norcia. “L’esempio benedettino – egli scrive – è certamente un segno di speranza, ma è anche una messa in guardia: quale che sia la nostra storia personale, ci è impossibile di vivere pienamente nella fede, se Dio non è che una parte della nostra esistenza, separata dal resto. Occorre scegliere ciò che si mette al centro: se Cristo o il sé e i propri idoli. […] L’‘Opzione Benedetto’ non consiste nel fuggire dal mondo reale, ma a guardare questo mondo in verità” e a “vivere in esso per trasformarlo come ci trasforma lo Spirito Santo […], ispirandosi alle virtù contenute nella Regola di san Benedetto”.
Tale “Opzione Benedetto”, di una vita ispirata alle virtù della Regola, è quella che hanno fatto una moltitudine di sacerdoti e laici, desiderosi di nutrirsi dello spirito della Regola di san Benedetto, unendosi spiritualmente a una comunità benedettina tramite il legame dell’oblatura. Il canonico Georges-Abel Simon (1884-1958) ha avuto l’eccellente idea di comporre un commento alla Regola di san Benedetto rivolto a questi oblati. Egli stesso oblato dell’abbazia di Saint-Wandrille, il canonico Simon era un sacerdote erudito, riconosciuto per la sua competenza in storia ecclesiastica e in liturgia. Il suo libro, scritto verso il 1930 e frutto di un lungo lavoro, ha già conosciuto quattro edizioni: nel 1931, 1935, 1947 e 1982. Conserva oggi tutto il suo valore. Non è proprio dei classici di non invecchiare?
La Regola di san Benedetto, sempre attuale, ne è essa stessa una dimostrazione. Il mondo nel quale san Benedetto è nato verso il 480 somigliava peraltro un poco al nostro: turbato, diviso, in preda all’incertezza. Molti cercavano un senso ai vari drammi che scaturivano dall’inondazione delle invasioni barbare e dalle guerre messe in atto dal potere bizantino per impossessarsi dell’Italia. Anche la Chiesa conosceva delle divisioni teologiche. Fu allora che apparve il santo che costruì un’arca in cui le virtù umane e soprannaturali potevano entrare in coppia per essere conservate nel mezzo del diluvio universale: “[…] benedetto di nome (benedictus) e di grazia”, ci dice il suo primo biografo, Papa san Gregorio Magno. Il suo “libro della vita e dei miracoli del Beato Padre Benedetto” ebbe un grande irradiamento. Ma per conoscere l’anima di san Benedetto, come nota finemente san Gregorio, nulla può sostituire lo studio della sua Regola, così mirabile per la sua forma letteraria e il suo discernimento (discretio): “L’uomo di Dio, oltre ai tanti miracoli che lo resero così conosciuto nel mondo, rifulse anche per una eccezionale esposizione di dottrina. Scrisse infatti anche una Regola per i monaci, Regola caratterizzata da una singolare discrezione ed esposta in chiarissima forma. Veramente se qualcuno vuol conoscere a fondo i costumi e la vita del santo, può scoprire nellinsegnamento della Regola tutti i documenti del suo magistero, perché quest’uomo di Dio certamente non diede nessun insegnamento, senza averlo prima realizzato lui stesso nella sua vita” (Dialoghi II,36).
Guardandosi attorno e leggendo tutta la letteratura monastica disponibile in Occidente, Benedetto ha scoperto vari tipi di vita monastica, con le loro tradizioni e i propri successi (o le loro sconfitte). Ha riunito queste diverse tendenze e ha mostrato una straordinaria abilità nello scegliere e armonizzare i vari elementi, onde pervenire a un capolavoro di equilibrio e di rispetto delle persone.
Tuttavia, la Regola non è solo l’opera di un codificatore di genio. Ciò che scriveva, Benedetto l’aveva vissuto a Subiaco come eremita e superiore, e a Montecassino come abate. La sapienza consumata della Regola non è potuta nascere che dall’assimilazione lunga e in profondità di una vita intera.
L’equilibrio ottenuto è perfetto. San Benedetto assume, certo, l’ideale monastico egiziano. Il monastero è una “scuola [pratica] del servizio del Signore”. Il discepolo impara ad amare il Signore nell’umiltà, l’obbedienza e il silenzio, per correre sulla via dei comandamenti di Dio con un cuore dilatato.
Ciò nonostante, san Benedetto arricchisce questa ricca concezione verticale di una dimensione orizzontale ispirata da sant’Agostino. Se i monaci sono i discepoli venuti in monastero per essere formati, essi sono altresì dei fratelli che l’amore unisce, comunità amante che forma “un cuore solo e un’anima sola”, come la comunità primitiva. Lo stesso abate deve piuttosto cercare di farsi amare che di essere temuto. Il punto culminante di questo ideale è il capitolo 72 sullo zelo buono che conduce a Dio e al quale i monaci devono esercitarsi con la più ardente carità.
Un tale ideale è fatto proprio per tutti i cristiani. Ma la Regola non è solo maestra di vita nelle sue grandi linee. Tutti i dettagli dei diversi capitoli – anche quando si tratta dei pasti, del lavoro o degli utensili del monastero – sono ricchi di lezioni per la vita quotidiana. La vita spirituale non può essere sconnessa dalla vita quotidiana.
La meditazione dei vari capitoli della Regola, sotto la guida del canonico Simon, è fonte di un grande arricchimento spirituale e umano. Con san Benedetto, i due vanno sempre di pari passo.

[Dom Jean-Charles Nault O.S.B., Abate di Saint-Wandrille, Prefazione, in can. Georges-Abel Simon, La Règle de saint Benoît commentée pour les oblats et les amis des monastères, 5a ed., Éditions de Fontenelle & Éditions Sainte-Madeleine, Saint-Wandrille-Rançon & Le Barroux 2019, pp. V-VIII, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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sabato 7 aprile 2018

Dom Gérard Calvet, amante dell’assoluto di Dio


Dettaglio della pietra tombale di Dom Gérard, scolpita da
Pascal Beauvais, nella chiesa abbaziale di Le Barroux.
Dom Gérard Calvet (1927-2008) è stato nel secolo XX, in Provenza, il fondatore di un monastero la cui bella architettura attraverserà i secoli: l’abbazia Sainte-Madeleine, al Barroux, nel Vaucluse.
Considerato da un altro punto di vista, egli è stato – secondo un’espressione da lui stesso impiegata – un “resistente” di fronte alla crisi, dottrinale e liturgica, che ha iniziato ad attraversare la Chiesa prima del Concilio Vaticano II.
Ma egli è stato soprattutto, a partire dal 1950, un monaco attratto da una vita di preghiera, una vita secondo la Regola di san Benedetto e una vita comunitaria, in cui egli s’inscriveva in una tradizione e uno spirito monastico trasmessi dal Padre Jean-Baptiste Muard (1809-1854), Dom Romain Banquet (1840-1929) e Madre Marie Cronier (1857-1937).
Nel 1994, circa dieci anni prima della sua rinuncia all’abbaziato, Dom Gérard concludeva il suo Testamento per il mio successore fissando “i tre pilastri” sui quali poggiano i monasteri da lui fondati:
1. La Santa Regola.
2. La Santa Liturgia.
3. La permanenza dottrinale.
Al contempo, Dom Gérard – in quanto Priore e poi Padre Abate – ha voluto mettere i suoi monaci “al largo”. L’espressione proviene da Padre Muard. Indica una certa flessibilità, “una grande calma, una grande facilità, una grande semplicità”, diceva Padre Muard. Oppure, come Dom Romain Banquet ha scritto: “È lo spirito medesimo della Regola: i princìpi intatti e gli addolcimenti dati con un’attenzione e una cura materni” [1]. Questo spirito dà la sua peculiare fisionomia all’abbazia Sainte-Madeleine, come all’abbazia femminile dell’Annunciazione e al priorato Sainte-Marie de la Garde.
Dom Gérard è stato “un contemplativo e un lottatore”, ha riassunto Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore – da parte sua – di una comunità di tradizione domenicana, la Fraternité Saint-Vincent-Ferrier.
Per lo storico, che non è monaco, tracciare l’itinerario e le battaglie di “lottatore” è più facile che mostrare il “contemplativo”. A un giornalista che, trent’anni fa, aveva cercato di raccontare la sua “avventura monastica”, Dom Gérard aveva scritto con una certa severità e disappunto:
“Il segreto dei monaci? Nessuno, capitelo bene, da venti secoli nessuno ha svelato il segreto dei monaci. La loro gioia e il loro tormento, la loro angoscia, la loro inquietudine bruciante e il lento possesso di una pace conquistata; tutto questo, mescolato finalmente alla loro azione di grazie, essi portano con sé sorridendo nella tomba” [2].
Per non limitarsi agli avvenimenti esteriori, che ridurrebbero Dom Gérard a un fondatore di monastero e a un resistente tradizionalista, è stato dunque necessario, per questa biografia, cercare di tracciare la totalità del suo itinerario: l’infanzia a Bordeaux, in una famiglia di grandi commercianti di vini; gli otto anni trascorsi alla scuola di Maslacq, dove l’influenza e la formazione ricevuti da André Charlier (1895-1971) saranno decisivi; la formazione monastica ricevuta a Madiran e a Tournay; gli anni trascorsi in Brasile, colorati e poi sempre più inquietanti; in seguito gli interrogativi, la fondazione di Bédoin nel 1970, la compagnia con mons. Lefebvre per una quindicina d’anni, poi la rottura nel 1988, per vivere pienamente il sensus Ecclesiae; la continua battaglia per la messa tradizionale, fino alla vittoria finale – se così si può dire – del 7 luglio 2007 [3].
L’itinerario sarebbe incompleto se non si aggiungesse la cultura, la scrittura, le grandi amicizie e l’instancabile carità per le anime. Il ritratto deve tenere conto dello spirito cavalleresco che animava Dom Gérard e che lo faceva coinvolgere in cause e battaglie in cui spirituale e temporale si congiungevano. E anche di un carattere impulsivo, che poteva sorprendere chi lo incontrava o l’ascoltava la prima volta.
Il biografo non potrà altresì nascondere gli errori, le insufficienze, le contraddizioni, che non erano il lato oscuro del personaggio, bensì – spesso – il rovescio delle sue qualità e i limiti inerenti a ogni destino umano. Accanto, lo storico deve inoltre tenere conto del giudizio fornito da uomini di Chiesa che lo hanno bene, e a lungo, conosciuto. Mons. Pierre Amourier, vicario generale della diocesi di Avignone quando Dom Gérard giunse a Bédoin, nel 1970, che è stato in disaccordo con alcune delle sue scelte negli anni seguenti, ne parlava come di un “appassionato di Dio” [4]. L’espressione è da prendere letteralmente. Dom Antoine Forgeot, che il 24 ottobre 1977 diventerà il Padre Abate di Fontgombault, e che lo aveva ben conosciuto sin dal 1969, ha parlato dell’“anima di fuoco di Dom Gérard, amante dell’assoluto di Dio che lo aveva afferrato e sedotto” [5].
Questa biografia cercherà dunque di mostrare le sorgenti profonde e i contrasti di una personalità.
Nondimeno, essa non è una storia completa dell’abbazia Sainte-Madeleine e dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, al Barroux. È ancora troppo presto per scrivere queste due storie, e non lo potranno mai essere completamente perché, come per tutte le comunità umane senza eccezioni, ci sono dei dolori, delle delusioni, delle inversioni, che sono troppo difficili da comprendere da un punto di vista strettamente storico.
La vita di Dom Gérard è inscritta in una famiglia secondo la carne – i Calvet –, poi in famiglie monastiche. Questo lavoro storico non sarebbe stato possibile senza la grande liberalità e la fiducia che mi hanno concesso il Reverendo Padre Dom Louis-Marie, Abate di Sainte-Madeleine, e la Reverenda Madre Placide, Abbadessa di Notre-Dame de l’Annonciation. Mi hanno aperto gli archivi conservati nei loro monasteri, mi hanno lasciato prendere conoscenza delle Cronache delle loro abbazie – che sono come un libro di famiglia, giorno per giorno – e mi hanno lasciato interrogare liberamente i monaci e le monache che hanno conosciuto Dom Gérard.
Tale lavoro d’investigazione e interrogazione al Barroux e a La Font de Pertus è stato completato da una ricerca analoga condotta presso altri archivi e con altri testimoni, in primo luogo la famiglia di Dom Gérard Calvet. Come guida, la raccomandazione di Leone XIII agli storici:
“La prima regola della storia è non osare affermare nulla di falso, né tacere qualcosa di vero; perché nello scrivere non ci siano sospetti di partigianeria o di avversione” [6].
Alle fonti d’archivio e alle testimonianze si sono aggiunte delle visite ai luoghi: Bordeaux, Tauzia, Maslacq, Madiran, Tournay, Montmorin, Bédoin, Montfavet, Le Barroux e Saint-Pierre de Clairac.

[1] Dom Denis Martin, La Doctrine monastique de Dom Romain Banquet, Editions de l’abbaye Saint-Benoît d’En-Calcat, 1943, p. 34.
[2] Postfazione a Marc Dem, Dom Gérard et l’aventure monastique, 1988, pp. 193-194.
[3] Benedetto XVI, motu proprio Summorum pontificum, del 7 luglio 2007.
[4] Testimonianza all’autore di don Louis Picard d’Estelan (Padre Gabriel), del 21 novembre 2012.
[5] Dom Antoine Forgeot, Prefazione a Benedictus. Lettres aux oblats, Editions Sainte-Madeleine, 2011, p. 7.
[6] Leone XIII, Lettera Saepenumero considerantes sugli studi storici, del 18 agosto 1883.

[Yves Chiron, Introduzione, Dom Gérard Calvet. 1927-2008. Tourné vers le Seigneur, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2018, pp. 13-16, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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lunedì 12 marzo 2018

Pubblicata la biografia di Dom Gérard

Entrato nell’ordine benedettino nel 1950 e ordinato al sacerdozio nel 1956, Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008) è stato un monaco costruttore e un monaco “resistente”. Nel 1970, durante la tormenta post-conciliare, per conservare la liturgia tradizionale e la tradizione monastica, fonda – con l’accordo dei suoi superiori – il monastero Sainte-Madeleine, installato prima a Bédoin e poi a Le Barroux. Dom Gérard fonderà inoltre con Madre Élisabeth de La Londe O.S.B. (1922-2015) il monastero femminile Notre-Dame de l’Annonciation e, più tardi, il monastero Sainte-Marie de La Garde.
Le relazioni con le autorità del suo ordine e con la Santa Sede diventeranno complicate a partire dal 1974, e giungeranno fino alla sua espulsione dall’ordine benedettino. Tuttavia, senza mai perdere la speranza nella Chiesa, Dom Gérard ha perseguito – dalla fine degli anni 1970 – una riconciliazione con Roma, che interverrà nel 1988.
Fondandosi su numerosi archivi inediti, sulla vasta corrispondenza intercorsa di Dom Gérard e sulle testimonianze dei monaci e delle monache di Le Barroux, Yves Chiron – storico, direttore del Dictionnaire de biographie française e specialista rinomato di storia religiosa contemporanea, autore di numerose opere tradotte in varie lingue – restituisce il suo percorso in un periodo segnato dalla crisi nella Chiesa. L’autore ha inoltre cercato di abbozzare il ritratto spirituale di un monaco, fedele alle tradizioni della sua famiglia monastica – Padre Jean-Baptiste Muard (1809-1854), Dom Romain Banquet O.S.B. (1840-1929), Madre Marie Cronier O.S.B. (1857-1937) , amico di grandi figure come Gustave Thibon (1903-2001) o Jean Madiran (1920-2013), attento ai bisogni e ai richiami dei fedeli che venivano a cercare in monastero luce e conforto.
L’opera di Yves Chiron – Dom Gérard Calvet. 1927-2008. Tourné vers le Seigneur, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2018, 688 pagine, con prefazione del Padre Abate Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B. – contiene un cd audio che riproduce quattro conferenze e omelie di Dom Gérard nel corso del suo abbaziato.

Sommario

Prefazione
1. Infanzia a Bordeaux
2. Maslacq, il crogiolo
3. Notre-Dame de Madiran
4. Notre-Dame de Tournay
5. Gli anni in Brasile: 1963-1968
6. Tournay-Montrieux-Fontgombault-Montmorin
7. Bédoin, l’avventura
8. Roma o Écône?
9. Costruire un monastero
10. Un lungo cammino verso Roma: 1979-1988
11. 1988: rifiuto dello scisma
12. Al servizio della Chiesa e della Francia
13. In soccorso delle anime
Postfazione
Ringraziamenti
Fonti e bibliografia
Altre opere di Yves Chiron
Bibliografia di Dom Gérard
Indice dei nomi propri

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