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venerdì 28 febbraio 2020

Dodicesimo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008)

[Oggi, 28 febbraio 2020, ricorre il dodicesimo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux. Lo ricordiamo nelle preghiere e lo raccomandiamo a quelle dei lettori. In sua memoria, offriamo di seguito la trascrizione della voce del “Dizionario del pensiero forte” a firma di Daniela Bovolenta, originariamente comparsa nel sito di Alleanza Cattolica.]

1. La vita

Gérard Calvet nasce il 18 novembre 1927 a Bordeaux, in Francia, in una famiglia di agiati vignaioli. La sua giovinezza è segnata dalla frequentazione dell’École des Roches, a Maslacq, dove entra nel 1940 e rimane per sette anni. La scuola è diretta da André Charlier (1895-1971), fratello del pittore Henri Charlier (1881-1975), e tra gli insegnanti c’è anche il giovane Jean Arfel (1920-2013), che diverrà noto come scrittore cattolico con lo pseudonimo di Jean Madiran. L’istituto è fondato su princìpi pedagogici innovativi, in parte mutuati dal sistema scolastico inglese, in parte dallo scoutismo, e vi sono proposti e coltivati ideali di eccellenza e un forte patriottismo. Le lettere indirizzate da André Charlier ai prefetti della scuola mostrano chiaramente gl’ideali elevati di spiritualità, bellezza e servizio, che egli vuole trasmettere ai suoi allievi e che saranno ricordati da dom Gérard nel corso di tutta la sua vita.  Proprio durante questo periodo il giovane Gérard si reca in visita per la prima volta con alcuni compagni all’abbazia benedettina di Madiran, dove inizia a concepire la propria vocazione monastica.
Nel 1949 Gérard presta servizio militare come spahis — le truppe coloniali di cavalleria dell’esercito francese — in Marocco e l’anno successivo prende l’abito presso l’abbazia di Madiran, che solo una ventina d’anni prima era stata riportata in vita da uno stato di abbandono dai monaci dell’abbazia Saint-Benoît d’En-Calcat e poi nuovamente abbandonata in parte per mancanza di spazio, in parte per la vetustà della casa e la mancanza di acqua: nel 1952 i monaci si trasferiscono dunque nel nuovo monastero, Notre-Dame di Tournay. Nel 1954 dom Gérard pronuncia i voti solenni presso l’abbazia di Tournay e due anni più tardi è ordinato sacerdote.
Nel 1963 è inviato in una fondazione di Tournay sorta in Brasile un paio d’anni prima, dalla quale tornerà in Francia nel 1968: siamo nell’immediato post-Concilio e dom Gérard non si adatta ai cambiamenti intervenuti nel monastero durante la sua assenza. In una lettera scrive: «In pochi anni il progressismo ha distrutto la vita contemplativa con le sue forme sicure: una certa lentezza, il senso del sacro, la cortesia, la reverenza che esclude la disinvoltura e la volgarità. Ma anche le virtù fondamentali: l’umiltà, l’obbedienza, il rispetto degli anziani, mentre sono rifiutati perentoriamente il patrimonio liturgico, il latino ammirevole, così adatto a fissare il pensiero, il rito immemorabile della Messa; assistiamo insomma a un indebolimento considerevole di quella vita interiore che fu il messaggio essenziale dei nostri fondatori». Dom Gérard chiede ai superiori il permesso di passare un periodo di riflessione in solitudine: trascorrerà sei mesi presso l’abbazia benedettina di Fontgombault e tre alla certosa di Montrieux. Nel 1969 vivrà per alcuni mesi in eremitaggio a Montmorin, con dom Emmanuel de Floris O.S.B. (1909-1992), monaco di En-Calcat.
L’anno seguente dom Gérard, convinto di rimanere da solo o di essere raggiunto al massimo da qualche anziano monaco che fatica ad adattarsi agli aggiornamenti in corso, si installa nel priorato di Bédoin, la cui cappella romanica dedicata a santa Maddalena è forse la più antica della Provenza. Lo raggiungeranno invece dei giovani desiderosi di fare l’esperienza della tradizione. Bédoin non è propriamente una fondazione di Tournay, ma dom Gérard vi si è installato con il permesso del suo abate, il quale riceve i voti dei primi novizi di Bédoin. Nel 1974 l’arcivescovo francese Marcel Lefebvre (1905-1991) conferisce gli ordini minori ad alcuni monaci di Bédoin e l’abate di Tournay, messo di fronte al fatto compiuto, abbandona la comunità a sé stessa. L’anno successivo Bédoin è esclusa dalla Congregazione Sublacense.
I monaci tuttavia continuano ad arrivare, il piccolo priorato non li può più contenere, dom Gérard decide allora di costruire un monastero più capiente per la propria comunità in continua crescita. Nel 1980 viene posta la prima pietra del monastero di Sainte-Madeleine a Le Barroux e il Natale dell’anno seguente tutta la comunità vi si trasferisce.
Vi è anche una comunità femminile nata nel 1979 a Montfavet, a quaranta chilometri da Bédoin, sotto la guida di madre Élisabeth de La Londe O.S.B. (1922-2015), poi trasferitasi a Uzés e, nel 1987, finalmente stanziatasi a Le Barroux, a un paio di chilometri dal monastero maschile, dove sorgerà il monastero femminile di Notre-Dame de l’Annonciation. La divisa della comunità maschile è Pax in lumine, quella della comunità femminile Lux in Domino. Nel 1986 un gruppo di monaci è inoltre inviato in Brasile per realizzare una fondazione.
In questo periodo le ordinazioni sacerdotali della comunità vengono conferite da mons. Lefebvre e i rapporti con Roma sono sempre più tesi. Nel novembre 1987, nel corso di un’ispezione di case religiose tradizionaliste legate a mons. Lefebvre, il cardinale Edouard Gagnon P.S.S. (1918-2007) compie una visita apostolica al monastero.
Il 21 e 22 giugno 1988 si reca al monastero il cardinale Paul Augustin Mayer O.S.B. (1911-2010), latore di proposte concrete di accordo con Roma.  Il 30 giugno 1988, con le consacrazioni episcopali illecite effettuate da mons. Lefebvre a Écone, in Svizzera, la situazione precipita. Dom Gérard è personalmente presente alla cerimonia, ma pochi giorni dopo, l’8 luglio, scrive una lettera all’allora pontefice, san Giovanni Paolo II (1978-2005), chiedendo di tornare in comunione con Roma e sancendo la rottura di fatto con la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Il 25 luglio arriva la risposta che accorda lo statuto canonico al monastero, firmata dai cardinali Mayer e Joseph Ratzinger, futuro Papa Benedetto XVI (2005-2013).
Il decreto di erezione in abbazia del monastero di Sainte-Madeleine è datato 2 giugno 1989, solennità del Sacro Cuore, e il 18 giugno verrà promulgato al monastero il decreto di erezione e di nomina del primo abate: dom Gérard assume la carica, con il motto Per te Virgo. La benedizione abbaziale gli è conferita il 2 luglio dal cardinale Mayer. Il 2 ottobre ha luogo la dedicazione della chiesa abbaziale, da parte del cardinale Gagnon.
Il 28 settembre 1990, dom Gérard è ricevuto in udienza privata a Roma da Giovanni Paolo II, che gli raccomanda: “Io affido alla vostra preghiera la grande intenzione della riconciliazione di tutti i figli e le figlie della Chiesa nella stessa comunione”. In seguito, nel 1995, il cardinale Ratzinger — all’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede — si reca in visita ai due monasteri, quello maschile e quello femminile, e celebra la Messa domenicale all’abbazia Sainte-Madeleine.
Nel 2002 la comunità in continua crescita inizia la fondazione di Sainte-Marie de la Garde a Saint-Pierre-de-Clairac, nella diocesi di Agen. L’anno seguente dom Gérard, ormai anziano e malato, si dimette dalla carica di abate e la comunità procede all’elezione del suo primo successore, dom Louis-Marie de Geyer d’Orth O.S.B., nato nel 1967.
Durante la quaresima del 2008, il 28 febbraio, dom Gérard muore in seguito a un ictus. Attualmente è sepolto nella chiesa abbaziale del monastero che ha fondato, dietro l’altare maggiore. Nello stesso anno l’abbazia di Sainte-Madeleine, che dipende direttamente dalla Pontificia commissione Ecclesia Dei, è ammessa nella Confederazione dell’Ordine di san Benedetto.

2. I tre pilastri (più uno) dell’opera di dom Gérard

Dom Gérard era innamorato delle anime; secondo molti testimoni avvicinava tutti con una benevolenza e una gioia soprannaturali: in lui rigore dottrinale e misericordia spirituale convivevano. Nella sua vita fu amico — fra i molti — dello scrittore Jean Madiran, del “filosofo contadino” Gustave Thibon (1903-2001), del pittore Albert Gérard (1920-2011). Intrattenne buoni rapporti con reparti dell’esercito francese impegnati nella guerra d’Algeria e in quella del Libano, lottò per la conservazione della liturgia tradizionale e contro l’aborto, accoglieva nel suo monastero umili e potenti, famiglie e giovani. Fu tra i promotori e grande sostenitore del noto pellegrinaggio di Pentecoste da Parigi a Chartres, sulle orme di Charles Péguy (1873-1914), un’iniziativa sorta nel 1983 e tuttora attiva e frequentata da decine di istituti religiosi e migliaia di fedeli — particolarmente giovani — legati alla liturgia tradizionale. Soprattutto dom Gérard fu un uomo di preghiera e di civilizzazione. Tutta la sua opera è basata su tre pilastri, che ha sempre raccomandato prima di tutto alla comunità che aveva fondato, più uno, del quale parlò verso la fine della propria vita, come testamento ai propri monaci.
Il primo pilastro è la verità. Una sana filosofia dell’essere, una teologia ortodossa, solidità nella conoscenza del vero e, di conseguenza, solidità nella fede. Se la ragione è debole, la fede è ridotta a sentimentalismo o superstizione. La legge naturale, il decalogo, san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274), le grandi verità cristiane sono visti da dom Gérard come semi di civilizzazione.
Il secondo pilastro è la Regola di san Benedetto. Integrale, senza modifiche, conosciuta, amata e vissuta. Dom Gérard attribuiva un’importanza particolare a coloro che considerava come i fondatori della sua discendenza monastica, in particolare, dopo san Benedetto, padre Jean-Baptiste Muard (1809-1854), fondatore del monastero della Pierre-qui-Vire, e dom Romain Banquet O.S.B. (1840-1929), che fu messo a capo di una fondazione della Pierre-qui-Vire, l’abbazia di En-Calcat, che abbiamo già ricordato come all’origine di quella comunità di Madiran e poi Tournay, in cui dom Gérard iniziò la propria vita monastica. Importante fu pure la dottrina spirituale di Madre Marie Cronier O.S.B. (1857-1937), fondatrice e prima abbadessa di Dourgne, il monastero femminile associato a En-Calcat. Fu una grande mistica, che aveva ispirato allo stesso dom Romain Banquet la fondazione di En-Calcat.
Dom Gérard nelle proprie opere è tornato più volte sul magnifico equilibrio della Regola, che si adatta a ogni temperamento e condizione personale. La dolcezza della Regola ha convertito generazioni di cristiani all’ombra dei monasteri. Dom Gérard scrive: «Quando i primi monaci hanno fondato i loro monasteri nei paesi selvaggi dell’Europa, ciò che più tardi darà vita alla civiltà, essi hanno fatto tre cose: hanno coltivato la terra (un lavoro senza frode); hanno formato delle comunità fraterne, d’ispirazione familiare (in accordo con l’ordine naturale); hanno fatto salire il loro canto di lode a Dio, giorno e notte (ciò che li manteneva in contatto permanente con il loro fine soprannaturale). Il lavoro, la vita di famiglia, il canto liturgico: come si vede, si tratta di cose semplici e concrete, accordate alle aspirazioni naturali dello spirito umano. Allora “ha preso”, come si dice quando il fuoco si accende. Vi è un inizio di cristianità ogni volta che qualcosa di santo e di rettificato esce dalla terra. Non si fabbricano dei valori di cristianità come non si fabbrica il grano che cresce; lo si coltiva, certo, lo si protegge, ma occorre anzitutto della buona terra e quel permesso divino composto da un accordo provvidenziale fra l’acqua, il sole e il lavoro degli uomini. Il radicamento benedettino ha dato vita all’Europa cristiana grazie a un’unione di fatti miracolosi che la storia registra sotto il nome di cause, ma che è in primo luogo un effetto interamente gratuito della grazia divina».
Il terzo pilastro è la santa liturgia. La liturgia esiste prima di tutto per condurci all’adorazione, al culto di Dio, al compimento del primo comandamento. Per questo dom Gérard ha passato la maggior parte della sua vita “rivolto al Signore”, innamorato del rito più che millenario della Messa, del latino come lingua liturgica — la lingua della Vulgata —, della bellezza dei Salmi e della Santa Messa, della teologia della Messa di san Pio V (1566-1572), resa perfetta da generazioni di cristiani in preghiera, proprietà della Chiesa e prima di tutto del suo capo, Nostro Signore Gesù Cristo. La forma straordinaria del rito latino, o rito gregoriano, come il cardinale Darío Castrillon Hoyos [1929-2018] ha proposto di chiamarlo, non è la creazione di questo o di quell’uomo, o la creazione di questa o di quella generazione: è una pietra tornita da generazioni di credenti, una vera anticipazione di Paradiso su questa terra.
In Une règle de vie intérieure dom Gérard raccomanda di leggere i passi della Scrittura previsti per la liturgia del giorno, in modo che la nostra lettura della Bibbia non sia lasciata al caso o al capriccio, ma segua le indicazioni materne della Chiesa.
Infine il canto gregoriano ha un’importanza particolare nella liturgia perché è capace di innalzare gli spiriti alla bellezza della fede, senza contare su facili sentimentalismi, ma piuttosto su una vera e ricca profondità spirituale.
Tutti gli aspetti finora ricordati convergono nella liturgia celebrata a Le Barroux e sono il nucleo centrale di tutta la vita di dom Gérard.
Quando era ormai prossimo alla morte, dom Gérard volle aggiungere ai tre pilastri spirituali su cui aveva fondato la comunità un quarto pilastro, senza il quale gli altri crollano: l’amore fraterno.
Il rigore dottrinale di dom Gérard era unito all’amore per le anime, molti gli riconoscevano una dolcezza eccezionale nei rapporti con il prossimo. Aveva infine un animo da artista, cosa che lo aiutò non solo nella costruzione del monastero, in uno stile cistercense provenzale senza tempo, ma anche nell’intrattenere rapporti con artisti, nel coinvolgere i propri monaci di tanto in tanto nella messa in scena di spettacoli teatrali ad uso interno della comunità, che avevano lo scopo di allentare il rigore e di rendere più gioiosi i rapporti tra fratelli, proprio come aveva imparato a suo tempo all’École des Roches, quando giovane studente partecipava volentieri a qualche recita.

3. Il monachesimo e la sua irradiazione nella società

Dom Gérard non concepiva la vocazione monastica come una scelta di separatezza dal mondo, ma come un fermento capace di cambiare le civiltà. Aveva interiorizzato profondamente l’opera di san Benedetto, e credeva e agiva come se la sua piccola comunità in preghiera fosse l’origine di un ampio movimento di conversione. Attualmente i suoi monaci formano numerosi sacerdoti in visita insegnando a officiare nella forma extraordinaria del Rito romano, fanno catechismo per la diocesi, curano la vita spirituale di centinaia di oblati sparsi in tutto il mondo, hanno profondi rapporti con movimenti scout giovanili, con associazioni laicali, addirittura con settori dell’esercito e della legione straniera. Tutti costoro a Le Barroux possono trovare quel cibo spirituale che farà loro da viatico nelle loro vite lontane dal monastero.
Tale impulso, che potremmo dire missionario, non esclude però una stretta osservanza della Regola di san Benedetto, senza sconti per quanto riguarda non solo il numero degli uffici — sette di giorno e uno nel cuore della notte —, ma i digiuni, il lavoro manuale — panificazione, produzione di olio, vino, essenza di lavanda, sandali in cuoio, stamperia, laboratorio artistico di icone e sculture —, la vita spirituale.
Dom Gérard, in una famosa omelia tenuta nel giorno di Pentecoste del 1985, al termine del già citato pellegrinaggio Parigi-Chartes, diceva: «La vita cristiana è una marcia, spesso dolorosa, che passa per il Golgota, ma rischiarata dagli splendori dello Spirito. E che sfocia nella gloria. Ah, possono perseguitarci, ma non permetto che ci si compatisca. Perché noi apparteniamo a una razza d’esiliati e di viandanti, dotati di un prodigioso potere d’invenzione, ma che rifiuta — è la sua religione — di lasciarsi distogliere lo sguardo dalle cose del Cielo. Non è forse quello che canteremo tra poco alla fine del Credo?: Et expecto — e attendo — Vitam venturi saeculi — la vita del secolo futuro. Oh, non un’età dell’oro terrestre, frutto di una supposta evoluzione, ma il vero paradiso di Dio, di cui Gesù parlava quando disse al buon ladrone: “Oggi sarai con me in paradiso”. Se noi cerchiamo di pacificare la terra, di abbellire la terra, non è per sostituire il Cielo, ma per servigli da scala. E se un giorno, di fronte alla barbarie montante, dovremo prendere le armi in difesa delle nostre città carnali, è perché esse sono, come diceva il nostro caro Péguy, “l’immagine e l’inizio e il corpo e l’assaggio della casa di Dio”. Ma anche prima che suoni l’ora di una riconquista militare, non è forse permesso parlare di crociata, almeno quando una comunità si trova minacciata nelle sue famiglie, nelle sue scuole, nei suoi santuari, nell’anima dei suoi bambini? E parimenti, cari amici, noi non abbiamo paura della rivoluzione: temiamo piuttosto l’eventualità di una controrivoluzione senza Dio».

Per approfondire:

Reconquête, rivista del Centro Charlier e di Chrétienté-Solidarité, n. 247-248, aprile-maggio 2008, interamente dedicato a Dom Gérard.
Un monaco benedettino (Dom Gérard Calvet), La santa liturgia, trad. it., Nova Millennium Romae, Roma 2011.
—, Demain la Chrétienté, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux (Carpentras) 2005.
—, Benedictus, 3 voll., Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux (Carpentras) 2009-2011.

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martedì 1 maggio 2018

Dom Gérard, uomo della Regola di san Benedetto

Dom Gérard è un grande innamorato, un appassionato della Regola e delle usanze che ha ricevuto prima a Madiran e poi a Tournay, all’inizio degli anni 1950. Possiamo qui distinguere l’uomo della Regola, ma anche rilevare il suo desiderio d’integrare alcuni elementi dalle tradizioni certosine e solesmensi.
Contrariamente a quanto ormai si fa generalmente, Dom Gérard ha mantenuto contro venti e tempeste un commento quotidiano della Regola. Ha tenuto a conservare – ed è questo senza dubbio l’aspetto principale del suo carisma – un attaccamento alla Regola il più letterale possibile, compreso il programma liturgico che essa prescrive. Quest’ultimo punto lo ha condotto a una grande unità di vedute con i monaci di Fontgombault e delle sue filiazioni.
Inoltre, Dom Gérard ha cercato al meglio di vivere non solo la lettera, ma anche lo spirito della Regola. Non è possibile citare tutte le ricorrenze, ma ricordiamo fra l’altro uno spirito di grande ospitalità, che ha dato all’esterno – e continua a diffondere – la buona reputazione del nostro monastero.
Dom Gérard ha altresì enormemente profittato dell’esperienza da lui acquisita presso la fondazione di Tournay in Brasile, a Curitiba. Egli ha saputo fare tesoro degli errori da non ripetere in materia d’inosservanza. La sua insistenza, alquanto benedettina, sull’obbedienza e sull’umiltà, ci è ben nota. Ma esse non sono proprie di Dom Gérard, che d’altro canto ha avuto la grande intuizione personale – rara al giorno d’oggi, nonché radicata in una sana antropologia tomista, cioè in una sana filosofia della natura umana – per cui le forme esterne, ovvero corporali (tonsura, abito monastico, gesti di riverenza o di soddisfazione, capitolo delle colpe, ecc.) sono un mezzo potente per aiutare l’anima a convertirsi. Si tratta in questi casi di bastioni contro gli attacchi, ma anche di mezzi per progredire positivamente.
Il maremoto che ha accompagnato il periodo conciliare e i disastri che ha causato nella sua comunità di Tournay – che si sono tradotti particolarmente in assai numerosi abbandoni della vita religiosa –, è stato per lui un insegnamento e un vigoroso incitamento a reagire e a resistere. Da qui la sua partenza dalla comunità, per rimanere fedele alla vita monastica come l’aveva trovata arrivando a Madiran.
Il soggiorno di un anno di Dom Gérard all’abbazia di Fontgombault, al ritorno dal Brasile, e la sua amicizia con le sue filiali, gli hanno fatto apprezzare quanto l’amore per l’ortodossia presente in questi monasteri, come pure l’amore della Regola, dell’Abate, delle tradizioni monastiche (nel caso specifico, solesmensi) e infine della liturgia pre-conciliare – conservata quanto lo permise l’obbedienza, anche dopo il 1974 – creerà un avvicinamento che sfocerà nel 1989 alla redazione delle nostre Dichiarazioni e Costituzioni, sulla base di quelle della Congregazione di Solesmes, amabilmente comunicateci da Dom Jean Prou O.S.B. (1911-1999) mediante Dom Éric de Lesquen O.S.B. Molti elementi così integrati nella nostra legislazione si riveleranno infatti una buona armatura, una valida balaustra, di migliore qualità rispetto alle attuali costituzioni della Congregazione di Subiaco, e corrispondono meglio a ciò che abbiamo sin là vissuto o desiderato. Abbiamo naturalmente incluso nelle Dichiarazioni e soprattutto nelle norme numerosi elementi d’ordine meno canonico e più concreti, provenienti da antiche Costituzioni o Dichiarazioni della Congregazione di Subiaco, che rimane quella da cui proveniamo.
Avendo anche vissuto in una certosa, il nostro Padre Abate ha integrato alla nostra vita uno o due elementi provenienti da questa tradizione, in particolare i nostri “Gloria Patri”, di cui tutti i monaci benedettini parlano, se non con entusiasmo, almeno con grande rispetto.

[Dom Basile Valuet O.S.B., “Dom Gérard, l’homme de la Règle de saint Benoît”, La Nef, n. 302, aprile 2018, p. 29, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 20 aprile 2018

Giubileo della fondazione della Confederazione Benedettina

Benedico il vostro lavoro e l’opera iniziata. Dio la faccia progredire!
— Leone XIII

1893-2018: 125 anni di due eventi di grande portata per i monaci benedettini! Il 18 aprile 1893 veniva solennemente posata la prima pietra dell’edificio attuale di Sant’Anselmo, sul colle Aventino, «sul quale il nostro santo Odone [di Cluny], grazie alla generosità di Alberigo della famiglia dei conti di Tusculum, costruì un monastero e una chiesa in onore di Maria, e sul quale fioriva l’abbazia dei S.S. Agostino e Alessio» (Circolare di G. Bernardi 26.7.1890). Poi, il 12 luglio dello stesso anno, Papa Leone XIII istituì ufficialmente, con il Breve “Summum Semper”, la Confederazione Benedettina, unendo così le diverse congregazioni benedettine, e offrendo allo stesso tempo un luogo dove l’Ordine Benedettino avrebbe donato «di nuovo alla Chiesa quei grandi monaci santi che hanno diffuso nel mondo l’insegnamento e la cultura cristiana» (Leone XIII). Lo stesso Pontefice aveva, infatti, già all’inizio del suo Pontificato, espresso il suo interesse per la restaurazione dell’Ordine Benedettino: «Spesso mi sembra di sentire la voce di Dio dentro di me che mi dice: ricordati degli Ordini religiosi! Essi hanno accolto in loro la vita della Chiesa e la Chiesa deve loro restituirla. Quanto più difficili sono i tempi tanto più si deve tenere la mano agli Ordini, antichi e nuovi, perché tutti sono necessari, al nord come al sud, in oriente come in occidente. […] Per ciò che riguarda l’Ordine benedettino, la linfa di questo vecchio tronco non è inaridita. Ne avrete la dimostrazione» (Leone XIII).

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sabato 7 aprile 2018

Dom Gérard Calvet, amante dell’assoluto di Dio


Dettaglio della pietra tombale di Dom Gérard, scolpita da
Pascal Beauvais, nella chiesa abbaziale di Le Barroux.
Dom Gérard Calvet (1927-2008) è stato nel secolo XX, in Provenza, il fondatore di un monastero la cui bella architettura attraverserà i secoli: l’abbazia Sainte-Madeleine, al Barroux, nel Vaucluse.
Considerato da un altro punto di vista, egli è stato – secondo un’espressione da lui stesso impiegata – un “resistente” di fronte alla crisi, dottrinale e liturgica, che ha iniziato ad attraversare la Chiesa prima del Concilio Vaticano II.
Ma egli è stato soprattutto, a partire dal 1950, un monaco attratto da una vita di preghiera, una vita secondo la Regola di san Benedetto e una vita comunitaria, in cui egli s’inscriveva in una tradizione e uno spirito monastico trasmessi dal Padre Jean-Baptiste Muard (1809-1854), Dom Romain Banquet (1840-1929) e Madre Marie Cronier (1857-1937).
Nel 1994, circa dieci anni prima della sua rinuncia all’abbaziato, Dom Gérard concludeva il suo Testamento per il mio successore fissando “i tre pilastri” sui quali poggiano i monasteri da lui fondati:
1. La Santa Regola.
2. La Santa Liturgia.
3. La permanenza dottrinale.
Al contempo, Dom Gérard – in quanto Priore e poi Padre Abate – ha voluto mettere i suoi monaci “al largo”. L’espressione proviene da Padre Muard. Indica una certa flessibilità, “una grande calma, una grande facilità, una grande semplicità”, diceva Padre Muard. Oppure, come Dom Romain Banquet ha scritto: “È lo spirito medesimo della Regola: i princìpi intatti e gli addolcimenti dati con un’attenzione e una cura materni” [1]. Questo spirito dà la sua peculiare fisionomia all’abbazia Sainte-Madeleine, come all’abbazia femminile dell’Annunciazione e al priorato Sainte-Marie de la Garde.
Dom Gérard è stato “un contemplativo e un lottatore”, ha riassunto Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore – da parte sua – di una comunità di tradizione domenicana, la Fraternité Saint-Vincent-Ferrier.
Per lo storico, che non è monaco, tracciare l’itinerario e le battaglie di “lottatore” è più facile che mostrare il “contemplativo”. A un giornalista che, trent’anni fa, aveva cercato di raccontare la sua “avventura monastica”, Dom Gérard aveva scritto con una certa severità e disappunto:
“Il segreto dei monaci? Nessuno, capitelo bene, da venti secoli nessuno ha svelato il segreto dei monaci. La loro gioia e il loro tormento, la loro angoscia, la loro inquietudine bruciante e il lento possesso di una pace conquistata; tutto questo, mescolato finalmente alla loro azione di grazie, essi portano con sé sorridendo nella tomba” [2].
Per non limitarsi agli avvenimenti esteriori, che ridurrebbero Dom Gérard a un fondatore di monastero e a un resistente tradizionalista, è stato dunque necessario, per questa biografia, cercare di tracciare la totalità del suo itinerario: l’infanzia a Bordeaux, in una famiglia di grandi commercianti di vini; gli otto anni trascorsi alla scuola di Maslacq, dove l’influenza e la formazione ricevuti da André Charlier (1895-1971) saranno decisivi; la formazione monastica ricevuta a Madiran e a Tournay; gli anni trascorsi in Brasile, colorati e poi sempre più inquietanti; in seguito gli interrogativi, la fondazione di Bédoin nel 1970, la compagnia con mons. Lefebvre per una quindicina d’anni, poi la rottura nel 1988, per vivere pienamente il sensus Ecclesiae; la continua battaglia per la messa tradizionale, fino alla vittoria finale – se così si può dire – del 7 luglio 2007 [3].
L’itinerario sarebbe incompleto se non si aggiungesse la cultura, la scrittura, le grandi amicizie e l’instancabile carità per le anime. Il ritratto deve tenere conto dello spirito cavalleresco che animava Dom Gérard e che lo faceva coinvolgere in cause e battaglie in cui spirituale e temporale si congiungevano. E anche di un carattere impulsivo, che poteva sorprendere chi lo incontrava o l’ascoltava la prima volta.
Il biografo non potrà altresì nascondere gli errori, le insufficienze, le contraddizioni, che non erano il lato oscuro del personaggio, bensì – spesso – il rovescio delle sue qualità e i limiti inerenti a ogni destino umano. Accanto, lo storico deve inoltre tenere conto del giudizio fornito da uomini di Chiesa che lo hanno bene, e a lungo, conosciuto. Mons. Pierre Amourier, vicario generale della diocesi di Avignone quando Dom Gérard giunse a Bédoin, nel 1970, che è stato in disaccordo con alcune delle sue scelte negli anni seguenti, ne parlava come di un “appassionato di Dio” [4]. L’espressione è da prendere letteralmente. Dom Antoine Forgeot, che il 24 ottobre 1977 diventerà il Padre Abate di Fontgombault, e che lo aveva ben conosciuto sin dal 1969, ha parlato dell’“anima di fuoco di Dom Gérard, amante dell’assoluto di Dio che lo aveva afferrato e sedotto” [5].
Questa biografia cercherà dunque di mostrare le sorgenti profonde e i contrasti di una personalità.
Nondimeno, essa non è una storia completa dell’abbazia Sainte-Madeleine e dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, al Barroux. È ancora troppo presto per scrivere queste due storie, e non lo potranno mai essere completamente perché, come per tutte le comunità umane senza eccezioni, ci sono dei dolori, delle delusioni, delle inversioni, che sono troppo difficili da comprendere da un punto di vista strettamente storico.
La vita di Dom Gérard è inscritta in una famiglia secondo la carne – i Calvet –, poi in famiglie monastiche. Questo lavoro storico non sarebbe stato possibile senza la grande liberalità e la fiducia che mi hanno concesso il Reverendo Padre Dom Louis-Marie, Abate di Sainte-Madeleine, e la Reverenda Madre Placide, Abbadessa di Notre-Dame de l’Annonciation. Mi hanno aperto gli archivi conservati nei loro monasteri, mi hanno lasciato prendere conoscenza delle Cronache delle loro abbazie – che sono come un libro di famiglia, giorno per giorno – e mi hanno lasciato interrogare liberamente i monaci e le monache che hanno conosciuto Dom Gérard.
Tale lavoro d’investigazione e interrogazione al Barroux e a La Font de Pertus è stato completato da una ricerca analoga condotta presso altri archivi e con altri testimoni, in primo luogo la famiglia di Dom Gérard Calvet. Come guida, la raccomandazione di Leone XIII agli storici:
“La prima regola della storia è non osare affermare nulla di falso, né tacere qualcosa di vero; perché nello scrivere non ci siano sospetti di partigianeria o di avversione” [6].
Alle fonti d’archivio e alle testimonianze si sono aggiunte delle visite ai luoghi: Bordeaux, Tauzia, Maslacq, Madiran, Tournay, Montmorin, Bédoin, Montfavet, Le Barroux e Saint-Pierre de Clairac.

[1] Dom Denis Martin, La Doctrine monastique de Dom Romain Banquet, Editions de l’abbaye Saint-Benoît d’En-Calcat, 1943, p. 34.
[2] Postfazione a Marc Dem, Dom Gérard et l’aventure monastique, 1988, pp. 193-194.
[3] Benedetto XVI, motu proprio Summorum pontificum, del 7 luglio 2007.
[4] Testimonianza all’autore di don Louis Picard d’Estelan (Padre Gabriel), del 21 novembre 2012.
[5] Dom Antoine Forgeot, Prefazione a Benedictus. Lettres aux oblats, Editions Sainte-Madeleine, 2011, p. 7.
[6] Leone XIII, Lettera Saepenumero considerantes sugli studi storici, del 18 agosto 1883.

[Yves Chiron, Introduzione, Dom Gérard Calvet. 1927-2008. Tourné vers le Seigneur, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2018, pp. 13-16, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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venerdì 30 marzo 2018

Un dono per la Pasqua: le Lodi domenicali dell’Ufficio monastico

A partire dal Natale 2014, con il prezioso aiuto di valenti amici cui rinnoviamo tutta la nostra gratitudine, abbiamo messo progressivamente a disposizione dei lettori di Romualdica i testi del Breviarium monasticum del 1963 (secondo il codice delle rubriche del 1960), in latino con traduzione italiana a fronte. 
Abbiamo iniziato pubblicando il testo della Compieta monastica, cui ha fatto seguito, in concomitanza con la solennità di san Benedetto dellestate 2015, il fascicolo con i Vespri domenicali dellUfficio benedettino. A Natale del 2015 è stata la volta dellOra Terza settimanale in latino-italiano del Breviarium monasticum tradizionale; poi, in occasione della Quaresima 2016, è stata la volta dellOra Sesta settimanale; in seguito, durante il tempo pasquale del 2016, abbiamo pubblicato lOra Nona settimanale; e infine, in concomitanza con la festa di san Benedetto dellestate 2017, è stata la volta delle Lodi domenicali (fuori del tempo pasquale).
Ancora una volta con lintento di favorire la scoperta della straordinaria ricchezza dellUfficio Divino, desideriamo ora mettere a disposizione il fascicolo delle Lodi domenicali (nel tempo pasquale), sempre secondo le rubriche del Breviarium monasticum del 1963, in latino con traduzione italiana a fronte. Il fascicolo è disponibile in formato pdf al seguente link, oppure tramite la finestra qui in basso.
Ricordiamo che è possibile seguire in diretta gli uffici liturgici diurni dellabbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux (Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta) attraverso un apposito link interno al sito Internet del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963).


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martedì 11 luglio 2017

Un dono per la festa di san Benedetto: le Lodi domenicali dell'Ufficio monastico

A partire dal Natale 2014, con il prezioso aiuto di valenti amici cui rinnoviamo tutta la nostra gratitudine, abbiamo messo progressivamente a disposizione dei lettori di Romualdica i testi del Breviarium monasticum del 1963 (secondo il codice delle rubriche del 1960), in latino con traduzione italiana a fronte. 
Abbiamo iniziato pubblicando il testo della Compieta monastica, cui ha fatto seguito, in concomitanza con la solennità di san Benedetto dellestate 2015, il fascicolo con i Vespri domenicali dellUfficio benedettino. A Natale del 2015 è stata la volta dellOra Terza settimanale in latino-italiano del Breviarium monasticum tradizionale; poi, in occasione della Quaresima 2016, è stata la volta dellOra Sesta settimanale; e infine, durante il tempo pasquale del 2016, abbiamo pubblicato lOra Nona settimanale.
Ancora una volta con lintento di favorire la scoperta della straordinaria ricchezza dellUfficio Divino, desideriamo ora mettere a disposizione il fascicolo delle Lodi domenicali (fuori del tempo pasquale), sempre secondo le rubriche del Breviarium monasticum del 1963, in latino con traduzione italiana a fronte. Il fascicolo è disponibile in formato pdf al seguente link, oppure tramite la finestra qui in basso.
Ricordiamo che è possibile seguire in diretta gli uffici liturgici diurni dellabbazia benedettina Sainte-Madeleine di Le Barroux (Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta) attraverso un apposito link interno al sito Internet del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963).


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venerdì 16 giugno 2017

Nulla resiste alla chiamata di Dio

[Grazie alla cortese autorizzazione di Christophe Geffroy, direttore del mensile La Nef, riproduciamo in trad. it. a nostra cura l'intervista al Padre Abate dell'abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B., condotta dal medesimo Geffroy, comparsa in La Nef, n. 293, giugno 2017]

Anzitutto, potete dirci una parola sulla situazione della vostra abbazia e della vostra fondazione a La Garde?
La nostra abbazia, fondata nel 1970 da Dom Gérard, conta attualmente 52 monaci professi e due postulanti. Sainte-Marie de la Garde, fondata nel 2002, conta 14 monaci professi e due postulanti che vestiranno il santo abito il prossimo 24 giugno prima dell’ufficio di Compieta. L’età media è di circa 50 anni. Consacriamo le nostre giornate al Signore con la preghiera liturgica sin dalla notte, con il lavoro – agricoltura, giardinaggio, frantoio, panificio e pasticceria, vita della casa e vendita per corrispondenza – e mediante un apostolato monastico che include confessioni, predicazioni, cappellania di scout e dei capitoli Sainte-Madeleine, Saint-Lazare e altri. Abbiamo inoltre la cura della direzione e della cappellania dell’Istituto Saint-Louis, un collegio di circa 80 ragazzi. Infine assicuriamo l’abituale ministero monastico nei confronti delle persone che fanno un soggiorno presso di noi. Sono davvero felice di vedere che Sainte-Marie de la Garde offre a un certo numero di sacerdoti la possibilità di riposarsi, profittando della santa liturgia.

Avete sempre e con regolarità nuove vocazioni? Il loro profilo è cambiato nel corso del tempo? E come analizzate quella che viene definita “crisi delle vocazioni”?
Sì, abbiamo regolarmente delle vocazioni. Il Signore chiama sempre delle anime alla vita consacrata, a una vita nascosta in Dio, alla ricerca solo del buon piacere nel chiostro, alla vita di preghiera nella liturgia solenne. Il profilo dei candidati cambia, sicuramente, ma non la natura umana che è fatta per Dio. I giovani hanno sete d’identità e di una certa sicurezza che non è data dal mondo attuale, in perpetuo cambiamento. Mi sembra molto importante offrire un accompagnamento personalizzato ai nostri giovani in formazione, affinché si possano radicare umanamente. La crisi delle vocazioni ha molteplici cause che si collegano a un tronco comune: lo sradicamento. Da qui una concezione diffusa di libertà, che si definisce come possibilità di cambiare, una certa immaturità dei temperamenti dovuta alle numerose e continue gratificazioni della tecnologia, una struttura mentale danneggiata dai cattivi metodi d’apprendimento, un’immagine alquanto secolarizzata e addirittura sporcata del sacerdozio. Ma tutto questo non resiste alla chiamata di Dio. Prova ne è il fatto che le comunità che mantengono il senso del sacro continuano a reclutare.

Adesso l’abbazia produce anche un vino di qualità e aiuta i produttori locali in tal senso: potete parlarcene in poche parole?
Da qualche anno, i fratelli cercavano di trarre il meglio dalla vigna e dal territorio. Le Côtes du Ventoux possono produrre un vino eccellente se i produttori s’impegnano. La zona ha una storia ricca in connessione con il papato e delle eccellenti condizioni climatiche. Il nostro fratello responsabile ha sviluppato i terrazzamenti dei vigneti, che danno un vino più elegante. L’anno scorso abbiamo dunque piantato quasi 10.000 piedi di terrazze al di sopra dell’abbazia delle monache, con le quali lavoriamo fraternamente. Lo sforzo perseverante dei nostri fratelli vignaioli, da una decina d’anni, per una produzione di qualità, è stata ricompensata, visto che qualche cuvée ha meritato delle medaglie al Salone dell’Agricoltura. Per iniziativa del fratello Odon e dei vignaioli della regione, abbiamo creato una cuvée speciale di alta qualità che abbiamo chiamato Caritas. Il suo nome è rivelatore dello spirito d’impresa che esiste fra i viticoltori e i monaci.

I vostri monaci assicurano la Messa e le confessioni alle monache dell’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation, vicina a voi: quali sono precisamente i vostri legami e come distinguereste la vocazione delle monache rispetto a quella dei monaci?
È un aspetto tradizionale che i benedettini abbiano spesso avuto delle sorelle benedettine vicino ai propri monasteri. Con l’abbazia Notre-Dame de l’Annonciation abbiamo il medesimo patrimonio dottrinale, spirituale e liturgico, con un attaccamento risoluto ai nostri fondatori, Padre Muard, Dom Romain Banquet, Madre Marie Cronier, e Dom Gérard. Siamo come fratelli e sorelle, ciascuno al proprio posto. Noi portiamo loro anzitutto il servizio sacerdotale con la Messa quotidiana, le confessioni settimanali, alcune conferenze e qualche direzione spirituale. Collaboriamo particolarmente al lavoro manuale nel vigneto, ma anche nella preparazione del torrone. Le monache hanno una vocazione esclusivamente contemplativa, con la clausura papale, mentre i monaci di Sainte-Madeleine hanno una parte di ministero monastico ereditato da Padre Muard e legato al sacerdozio.

Quale sguardo portate sulla situazione della Chiesa di oggi? Come analizzate il pontificato di Papa Francesco, e in particolare la controversia sollevata dalla questione dei divorziati risposati?
Confesso di fare fatica ad analizzare l’attuale pontificato. Molti cattolici praticanti sono molto a disagio in ragione della forma e del fondo della sua pastorale e, soprattutto, delle espressioni spontanee e brusche del Santo Padre, per esempio sull’islam. Credo tuttavia che possiamo meglio comprendere la sua linea attraverso un principio che ritorna spesso nelle sue parole: il tempo è superiore allo spazio, un principio estraneo alla filosofia metafisica. Penso che il Santo Padre insista molto sul fatto che non dobbiamo bloccare le persone in categorie – lo spazio, con tutto ciò che suppone –, ma andare a cercare le persone là dove sono per condurle pazientemente verso il Vangelo senza spegnere il lucignolo fumigante. San Gregorio Magno diceva che l’arte delle arti è di tenere in una mano i princìpi e nell’altra ogni persona. Credo che Papa Francesco insista soprattutto sulle persone.
Il nostro padre Basile ha svolto uno studio approfondito di Amoris Lætitia, pubblicato sulla Revue Thomiste, nel quale mostra che la dottrina non è mutata. Ma occorre riconoscere una grande confusione, perché sono molto rari gli spiriti capaci di fare una giusta interpretazione in un ambito estremamente complesso. Mi è stato detto recentemente che una Madre Abbadessa invita ormai a comunicarsi tutti i divorziati risposati che assistono alla Messa nel suo monastero, senza discernimento e senza avere alcuna autorità in materia. Senza dubbio occorre sottolineare che la misura permessa dal Papa in alcuni casi non può che essere temporanea nel percorso dei divorziati risposati che s’impegnano a rimediare alla loro situazione, ciò potrà aiutare a mettere in opera questa esortazione con maggiore rispetto per i sacramenti del matrimonio, della penitenza e dell’eucaristia.

A luglio festeggeremo i dieci anni del motu proprio Summorum Pontificum. Cosa v’ispira questo anniversario, quale bilancio ne traete?
Mi sembra che il motu proprio sia riuscito a fare cadere una specie di “muro di Berlino” liturgico e storico. Lo statuto d’eccezione del rito antico comportava l’idea di rottura fra il prima e il dopo Concilio Vaticano II. Il fine di Benedetto XVI, mi sembra, era di diffondere la forma extraordinaria al fine di aiutare a meglio celebrare la forma ordinaria, dando nuovamente una dimensione sacra alla liturgia. Senza il motu proprio numerosi preti non avrebbero mai avuto l’idea o il coraggio di celebrare la forma extraordinaria. Ormai abbiamo regolarmente domande di sacerdoti diocesani per apprendere a celebrarla. Ma è un’azione che chiederà del tempo e un’umile perseveranza, perché il senso del sacro è ciò che vi è di più importante per ogni uomo e per la società. Come lottare contro la cultura dello scarto se non cominciando con l’adorare Colui che è adorabile?
E d’altro canto, il motu proprio ha come sgonfiato il palloncino liturgico. Focalizzandosi sulla battaglia per la Messa tradizionale, abbiamo forse dimenticato altre battaglie più interiori, a cominciare con l’umiltà, l’obbedienza, la vita spirituale personale.

In una maniera più generale, come analizzate la situazione della galassia “Ecclesia Dei” circa trent’anni dopo il motu proprio dallo stesso nome di Giovanni Paolo II? Cosa v’ispirano le informazioni di un accordo prossimamente possibile fra Roma e la Fraternità San Pio X?
La creazione della Commissione Ecclesia Dei era necessaria e buona nel 1988 per aiutare i fedeli e le comunità tradizionali a rimanere attaccate a Roma. E mi sembra che essa sia ancora utile per aiutare altre comunità ad adottare la forma extraordinaria, come hanno fatto recentemente dei benedettini irlandesi.
La commissione è molto fedele all’orientamento datole da san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e noi ci sentiamo dunque in sicurezza, più che se avessimo a trattare con alcuni altri organismi romani. Ma la ragione principale della commissione è la relazione della Fraternità San Pio X con Roma, e per questo soprattutto essa è attualmente insostituibile.
Ritengo tuttavia che il suo ruolo non possa che essere temporaneo, perché sarebbe più che naturale che noi potessimo trattare direttamente con le diverse congregazioni romane per ciò che rileva del loro ambito. Attualmente, noi trattiamo solo con la Ecclesia Dei. Il che alimenta lo spirito da riserva d’indiani.
Per quanto riguarda le relazioni fra Roma e la Fraternità San Pio X, noi preghiamo affinché si possa raggiungere un accordo. Sarebbe una grazia ecclesiale per la Fraternità, che potrebbe così avere una visione più giusta della realtà della Chiesa, e anche per la Chiesa, che ha certo bisogno di operai per la messe. Da un punto di vista umano, questo sembra impossibile e comporterà certo delle difficoltà, soprattutto per i vescovi, ma occorre fare tutto il possibile e tutto sperare, affinché si realizzi la preghiera di Gesù per l’unità della sua Chiesa. E quale sollievo per le famiglie divise dal tempo delle consacrazioni!

Sebbene siate in clausura, le cose del mondo non vi sono indifferenti. Ci sono degli argomenti che vi preoccupano particolarmente in questo momento? […]
La grande angoscia del presente è l’ascesa del totalitarismo: quello del denaro così evidente, dell’ateismo, del relativismo. Le istituzioni sono via via più gigantesche e tecniche, senz’anima. Percepisco un piano studiato che mira ad abolire tutti i corpi intermedi, in particolare quello della famiglia, volontariamente schiacciata da ogni genere di misura. Durante il Concilio Vaticano II, il cardinale Karol Wojtyla disse che bisognava capire il nostro tempo sotto la visuale della solitudine. Noi stiamo passando da una società cristiana basata sulla dignità della persona e la sua dimensione essenzialmente sociale, a una società individualista ed edonista. Basta guardare la situazione della famiglia nelle grandi città; penso a Parigi, che secondo un ecclesiastico di grandi responsabilità, è diventata Sodoma e Gomorra. […]

Nel nostro mondo europeo secolarizzato e via via più materialista, l’ascesa dell’islam è un’occasione o un pericolo? E cosa pensate dei dibattiti suscitati dall’islam, percepite in particolare un rischio nell’ascesa di un “cattolicesimo identitario”?
L’ascesa dell’islam non può essere un’occasione in sé per la Francia. Dom Gérard diceva che la Provvidenza poteva servirsene, ma un po’ come una sfida, o addirittura una prova. L’islam è onnipresente e, nell’insieme, per nulla integrato, e a mio avviso non integrabile, per due ragioni di fondo. Il Corano non invita alla riflessione, piuttosto alla sottomissione: è un tessuto d’affermazioni categoriche e non una storia come nella Bibbia, che esige un’interpretazione. L’islam non conosce né la distinzione fra lo spirituale e il temporale, né la giusta libertà religiosa.
L’islam progredisce sul fondo di una dialettica di fatto fra – da una parte – i sostenitori del terrorismo e, dall’altra, i sostenitori di un islam irenico che investono lo sport, la moda, l’alimentazione e la finanza. Confesso di essere rimasto spaventato in occasione di un passaggio a Parigi, nel vedere molti giovani indossare la maglietta di una squadra di calcio con le insegne degli emirati. Mi sono detto che questi giovani erano pronti per la moschea. Certo, gli occidentali hanno una grave responsabilità nel disordine che regna in Oriente. I nostri interventi in Iraq, in Libia e altrove sono degli errori politici gravi.
Certamente, c’è il rischio di un cattolicesimo identitario, che si serve della religione come di un mezzo politico, ma il vero pericolo attuale è l’ignoranza, il relativismo e la pigrizia intellettuale di un gran numero di responsabili politici e religiosi. La vera sfortuna della cristianità è di avere perso la propria identità. Ma provvidenzialmente, secondo la grande legge di tutta la storia della salvezza, questa grave sfida può essere l’occasione di un ritorno al Signore, della conversione del cuore, della gloria del martirio, e – occorre non dimenticarlo – vi sono i buoni semi sparsi da Benedetto XVI nel suo discorso a Ratisbona, e recentemente al Cairo da Papa Francesco. Cristo è morto e risorto, non dimentichiamolo: è la nostra forza e la nostra speranza.

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