martedì 14 aprile 2020

Omelia per la Veglia pasquale

Cari Padri,
Cari Fratelli,
Cari Fedeli,
Quest’anno la notte di Pasqua è celebrata un po’ come nelle catacombe, ciascuno nella sua catacomba. Celebriamo questa grande festa della Resurrezione come in una tomba la cui porta non è aperta. “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”, potremmo dire con le sante donne che avevano già preparato gli unguenti. Sì, chi ci sposterà questa enorme pietra tonda che sembra non volere rotolare?
Dunque, se essa non vuole rotolare, restiamo con Gesù. Restiamo ancora un po’ di tempo ai piedi della croce e ascoltiamolo mentre ci parla. Gesù ha detto sette parole in croce, sette parole che gli evangelisti ci hanno trasmesso fedelmente. Non vi potremmo trovare, in queste parole, di che aprire la tomba dei nostri cuori? Fare rotolare la pietra, iniziare a resuscitare con Gesù. Gesù sulla croce che sta per morire è la Vita e la Resurrezione. È qualcuno che deve risorgere a morire sulla croce, ed è qualcuno che deve risorgere a parlarci.
Tali parole sono come un sole, un sole che sorge e che fa già brillare i suoi raggi. In questa notte in cui il cero pasquale – figura di Cristo – brilla, noi ci ricorderemo delle prime tre parole di Gesù.
La prima: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Gesù non intende dire che non sappiamo assolutamente quello che facciamo. Ma, ammettiamolo, non ci capita spesso di non riflettere in coscienza prima di agire? Le illusioni, i miraggi, sono frequenti nella nostra sete di vivere. San Benedetto mette in guardia i monaci citando la Scrittura: “Ci sono vie che agli uomini sembrano diritte, ma che si sprofondano negli abissi dell'inferno” (RB 7, primo grado dell’umiltà, citando Pr 16,25). Sì, noi facciamo fatica a prendere coscienza di ciò che facciamo e delle sue conseguenze. In questa notte di Pasqua, miei cari figli e miei cari fratelli, cari fedeli, prendiamo coscienza di ciò che facciamo, sappiamo ciò che facciamo, sappiamolo alla luce di Gesù risorto.
Quanto è stato fatto dai sacerdoti di Gerusalemme e dai Romani, è stato compiuto nell’ignoranza, in un’ignoranza ben precisa. Costoro hanno ignorato, più o meno volontariamente, chi è Gesù, e hanno ignorato tutto ciò che Gesù ha fatto per loro. In questi santi giorni – ciò mi ha molto colpito – abbiamo ascoltato, anzi più che ascoltato, visto che lo abbiamo cantato con la nostra bocca: “Popolo mio, che ti ho fatto? Rispondimi, rispondimi! Popolo mio, che ti ho fatto?”. Sapere quello che facciamo, sapere che tutto ciò che facciamo raggiunge Cristo. “Popolo mio, che ti ho fatto? Rispondimi!”. E ci sia noto soprattutto cos’ha fatto Dio per noi. Facciamo memoria di ciò che Dio ha fatto per noi. È ciò che facciamo insieme questa sera: tutte le letture della veglia pasquale sono delle memorie di ciò che Dio ha fatto per noi. E se sapete rispondere a questa domanda di Gesù, è perché cominciate a risorgere. Con Gesù. La pietra comincia a rotolare. E se la risposta sgorga dal vostro cuore – “Sì, il Signore mi ha salvato dal peccato e mi ha liberato dal demonio” –, allora avete già messo un piede fuori.
Passiamo alla seconda parola: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). Dom Gérard disse in un’omelia che il paradiso – ebbene – è del tutto semplicemente essere con Gesù, oggi stesso, con Lui, con Lui, con Lui. Gesù non è venuto a salvarci come potrebbe fare un mercenario, che arriva con le sue armate e poi, una volta terminato, riparte. Gesù non è venuto a compiere una missione come potrebbe fare uno stagionale. Mentre, sì, Gesù è un soldato, Egli si è battuto, suo Padre Lo ha inviato, un po’ come i nostri antenati hanno inviato i loro figli a salvare la patria in guerra. Sì, è un soldato. Sì, Gesù è venuto a lavorare nella vigna. Ma Egli è venuto soprattutto come uno sposo, per ciascuno di noi, con Lui. Ecco cosa vuol dire. Lo sposo della nostra anima, fare un solo cuore con Lui, una sola anima, non farlo che con Lui, perché Lui si è donato totalmente, e solo Lui può donarsi totalmente a noi. E Lui ha sete che ci doniamo con tutta la nostra forza, con tutto il nostro spirito e tutta la nostra anima. Chi riceve Gesù, chi riceve la sua parola, la sua volontà, chi riceve il suo corpo e il suo sangue, chi – quando prega – vuole essere con Gesù, ha già fatto un secondo passo fuori della tomba, esce, vive, comincia a vivere eternamente in paradiso.
Ed ecco la terza parola di Gesù, che ci fa uscire completamente dalla tomba. La sapete. I novizi conoscono a memoria le sette parole di Gesù in croce. Non gliele faccio recitare in pubblico perché la notte è lunga e non possiamo perdere tempo. “Donna, ecco tuo figlio”, “Figlio, ecco tua madre” (Gv 19,26-27).
Ebbene, questa parola è una parola ecclesiale. È la Chiesa che si forma ai piedi della croce. E cosa fa Giovanni in seguito a questa parola di Gesù? Prese Maria nella sua casa. È l’anima della Chiesa, è il corpo della Chiesa, è il senso della Chiesa, che sta prendendo forma ai piedi della croce. Chi ha il senso della Chiesa vive ed esce veramente dalla tomba.
Per concludere questa omelia, mi rivolgo a voi, cari fedeli, che ci guardate, e mi rivolgo a voi a nome di tutti i monaci. Desidero dirvi quanto vi amiamo e quanto ci mancate. Questa celebrazione della notte pasquale non ha la medesima forza senza di voi. E vi portiamo nella preghiera, la preghiera liturgica di cui siamo i primi beneficiari. Sono certo che non sia venuta a nessuno l’idea che dei monaci si privassero di qualsiasi cerimonia per spirito di solidarietà egualitaria. Al contrario, è nella celebrazione dei santi misteri che vi portiamo tutti nei nostri cuori, vi prendiamo nei nostri cuori, come san Giovanni ha preso la santissima Vergine, Madre di Dio, nella sua casa.
Fate lo stesso in famiglia, prendete nella vostra preghiera domestica tutti i vostri cari, particolarmente i membri della vostra famiglia.
La vita della Chiesa, che sgorga dal cuore di Gesù, è un fiume che sgorga così nei vostri cuori. Questa notte – mentre ciascuno è a casa sua – abbiamo il senso della Chiesa, crediamo nella comunione dei santi e viviamo in essa. Allora, sì, la pietra, la pesante pietra, ebbene, essa rotolerà anche per noi, in questa santa notte di Pasqua.
Amen.

[Dom Louis-Marie Geyer d’Orth O.S.B., abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux, omelia per la Messa della Veglia pasquale, 12 aprile 2020, trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.]