lunedì 24 dicembre 2012

L'uomo interiore è un esploratore

Per mostrare la vanità delle chiacchiere e il valore dell'esperienza Cassiano presenta alcuni esempi: chi non sa nuotare può chiedersi come il suo corpo possa rimanere a galla. Le lezioni di un maestro di nuoto gli possono servire, ma più ancora il tuffarsi. Uno può dire che il miele è dolce a chi non l'ha mai assaggiato. Le parole che raggiungono l'orecchio non possono però fargli sentire il gusto. Deve assaggiarlo lui. Dopo può conoscere la soavità del miele.
Succede la stessa cosa per il cammino interiore e per le metamorfosi che l'accompagnano. Non esiste conoscenza senza esperienza. La scienza spirituale poggia sull'esperienza. Non può essere comunicata dall'esterno; si può solo invitare a mettersi in cammino. Un'agenzia di viaggi può tentare di descrivere la bellezza delle cascate del Niagara o delle cime dell'Himalaia, ma il viaggiatore dovrà fare il viaggio per scoprirle. Per di più l'uomo interiore non è un turista, ma un esploratore. Per lui niente sostituisce l'esperienza, anche perché con questa egli raggiunge una dimensione nuova che deve incontrare personalmente. L'uomo spirituale non si trova soltanto davanti ai due infiniti di cui ha parlato Pascal: la sua lucidità gli permette di sapere che, nella dimensione spirituale, esistono gradi illimitati.
 
[Marie-Madeleine Davy, L'uomo interiore e le sue metamorfosi, trad. it., Editrice Ancora, Milano 1995, pp. 130-131]
 
 
 
 
 
 

lunedì 17 dicembre 2012

L’uomo e il rito

In tutti i Paesi del mondo, prima d’imparare a leggere e scrivere, i bambini giocano, cantano, evocano grandi misteri, battono le mani e fanno girotondi infantili scanditi da regole precise, senza sapere che così esprimono qualcosa di eterno. In tutti i tempi, l’uomo ha provato il bisogno di circoscrivere la sua gioia e la sua libertà nel tracciato di una figura perfetta che è l’immagine dell’eternità. Attirati dal cerchio come da un amante, gli uomini dell’antichità vi leggevano la grande legge dell’universo, il ritorno ciclico di stagioni e di astri al quale la vita era sottomessa come a una regola di suprema armonia, ma dalla quale non potevano evadere: il fatum, espressione sacra del destino. Gli Indiani, traviati da una falsa metafisica ma inventori d’ingegnose parabole, hanno anch’essi fatto ricorso alla figura circolare per esprimere la loro visione del mondo: è il giro dei Maya, danza vorticosa d’illusioni, che attira tutto in un perpetuo divenire e alla quale il saggio deve sfuggire.
Il tema del cerchio sarà ripreso in un’ottica cristiana dall’architettura romanica, come un ruscello di simboli e ispirato questa volta da un potente realismo, giacché non si tratterà più di esprimere la ruota di apparenze che sfuggono, ma lo svolgersi esatto di una parabola del Regno: sotto la volta immobile rappresentante il cielo, l’altare sarà situato al centro di un emiciclo che si prolunga in cappelle a raggiera. Gli officianti, circumstantes ante thronum, rappresentano il grande Panegirico della Chiesa trionfante, la Gerusalemme celeste, di cui la nostra liturgia non è che l’umile e preziosa rifrazione. Posti attorno all’altare, in un ordine che richiama le sante gerarchie, i ministri sacri, vestiti dell’alba nuziale, esprimono la loro tranquilla certezza di appartenere a un altro mondo e la loro fede nella consistenza delle promesse.
 
[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La santa liturgia, trad. it., Nova Millennium Romae, Roma 2011, pp. 33-34]

venerdì 14 dicembre 2012

La natività che ci accingiamo a celebrare

 
Mi capita spesso di pensare all’ardente desiderio che i patriarchi ebbero della presenza carnale di Cristo, e allora dentro di me provo umiliazione e vergogna. Mi viene quasi da piangere se penso con dolore alla freddezza e alla indifferenza di questa nostra età meschina. Chi fra noi prova, quando Egli per grazia ci viene mostrato, una gioia tanto immensa come quella che infiammava i cuori dei nostri santi antenati per la promessa della Sua incarnazione? Pensate, quanti gioiranno per la Sua natività che ci accingiamo a celebrare. Magari gioissero davvero per la Sua natività. Ma questo accende in me un ardente desiderio e un sentimento di attesa fiduciosa.
 
[San Bernardo di Chiaravalle [1090-1153], «Sermone II», in Idem, Del dovere di amare Dio e Sermoni sul Cantico dei Cantici, Utet, Torino 1947, p. 77]

mercoledì 5 dicembre 2012

Monachi Abbatiae Sanctae Magdalenae Albaruffi Officium Divinum cantatum quotidie effundent

Come abbiamo già avuto modo di ricordare, i monaci dell’Abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux diffondono ogni giorno in diretta gli uffici liturgici del monastero, cantati integralmente in gregoriano nella forma extraordinaria del Rito romano (Breviario monastico del 1963): Prima ore 7.45, Sesta ore 12.15, Vespri ore 17.30, Compieta ore 19.45. Per coloro i quali non possono ascoltarli all’ora voluta – in particolare per quanti non vivono nella zona di fuso orario dell’Europa – è ora disponibile la pagina Internet http://barrouxchant.com, che registra automaticamente gli uffici e li mette a disposizione per essere ascoltati in differita, o per scaricarli. È ugualmente possibile abbonarsi al podcast (flussi RSS).
 
 
 
 
English: The monks of the Abbaye Sainte-Madeleine du Barroux stream their chanted Office each day as explained on their website. For those of us who do not live in European time zones, this project attempts to automatically record their hours and make them available for download. You can also subscribe to the hours as a podcast.
 
Español: Los monjes de la Abbaye Sainte-Madeleine du Barroux emiten el Oficio Divino cantado cada día, según su sitio. Para nosotros que no vivimos en los husos horarios de Europa, este proyecto trata de grabar automáticamente sus Oficios y ponerlos aquí para descargar. Usted puede también subscribirse a los Oficios como un podcast.
 
Français: Les moines de l'Abbaye Sainte-Madeleine du Barroux diffusent chaque jour en direct le chant de certains de leurs offices, comme expliqué sur leur site internet. Pour ceux qui ne peuvent les écouter à l’heure voulue, en particulier ceux qui ne vivent pas dans les fuseaux horaires de l'Europe, cette page enregistre automatiquement les offices et les met ici à disposition pour les écouter en différé ou les télécharger. Vous pouvez également vous abonner aux flux RSS.
 
Català: Els monjos de l'Abbaye Sainte-Madeleine du Barroux emeten l'Ofici Diví cantat cada día, segons la seva pàgina web. Per als que no viuen als fusos horàris d'Europa, aquest projecte intenta enregistrar els seus Oficis de manera automàtica i posar-los disponibles per descarregar. Podeu també subscriure-us als Oficis com a podcast.
 
Português: Os monges do Mosteiro de Santa Madalena do Barroux transmitem o seu Ofício cantado todos os dias, conforme descrito em sua página. Para os que não o podem ouvir nas horas desejadas, em particular para aqueles que não moram nas regiões com fusos horários europeus, este projeto busca gravar as Horas automaticamente e disponibilizá-las para carregamento. Você pode igualmente assinar em RSS.
 
Lingua latina: Monachi Abbatiae Sanctae Magdalenae Albaruffi Officium Divinum cantatum quotidie effundent, sicut paginam interretialem eorum. Pro populis barbaris qui procul ab Europa sunt, hoc opus Officium Divinum eis automatice temptat deferre, atque praesto ponere ut deoneres. Etiam potes Officio subnotare sicut podcastus.

lunedì 3 dicembre 2012

Ordo Divini Officii 2013

Con l’ingresso nel Tempo dell’Avvento è entrato in vigore il nuovo calendario liturgico. Per quanti desiderano recitare l’Ufficio monastico – che, lo ricordiamo, può essere ascoltato in diretta  e seguire il calendario dell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, è ora disponibile online in formato pdf l’Ordo 2013.
 
 

domenica 2 dicembre 2012

Il mistero dell'Avvento

Resti di un antico monastero del sec. VII rinvenuti nel deserto di Abu Dhabi,
l’unico insediamento cristiano noto negli Emirati Arabi Uniti
Eccoci dunque entrati nel tempo santo dell’Avvento, che è per eccellenza un tempo monastico, giacché i monaci sono dei guardiani, uomini dell’attesa e del desiderio, non del possesso o della soddisfazione. Prova ne sia che ogni volta in cui per il mondo ci sono «riusciti», ogni volta che si sono installati, pensando ingenuamente che il benessere temporale avrebbe loro permesso una più ampia facilità per il servizio delle anime, sono rimasti preda dei beni terrestri. I beni che possediamo finiscono a loro volta per possederci. È la storia di tutte le riforme monastiche, altrettanto numerose quanto le decadenze: un gruppo di monaci si distacca e riannoda i legami con le origini, alla ricerca di Dio, ma in una più grande solitudine e in una maggiore povertà.
La nostra vera ricchezza è la nostra attesa dei beni futuri. Non siamo veramente ricchi che di ciò che ci manca. Quella che potremmo chiamare l’età d’oro del popolo eletto, la fase della sua vita in cui si è costituito, non furono certamente gli anni prestigiosi della costruzione del Tempio di Salomone, quando gli sguardi ammirati erano fissi su Gerusalemme, ma i quarant’anni nel deserto in cui Dio attirava a sé Israele e gli parlava al cuore.
Sicché il tempo d’Avvento mi sembra il più propizio di tutti per risvegliare in noi questa spiritualità dell’attesa in cui, malgrado il rumore tutto attorno, nulla dovrebbe distrarre la nostra anima dal suo faccia a faccia con Dio.
Non è forse Giovanni Battista, l’uomo del deserto, il personaggio principale di questo dramma liturgico di cui la Chiesa vuole che siamo, oggi stesso, con lei, gli attori viventi? A partire dalla seconda domenica d’Avvento il Messia interroga i suoi apostoli: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto?» (Mt 11,7). A sua volta è Giovanni Battista che per mezzo dei suoi discepoli manda a dire a Gesù: «Tu es qui venturus es, an alium expectamus?», «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). Vi è in questa frase, indirizzata a Gesù dai discepoli di Giovanni, tutta l’attesa dell’Antico Testamento, tutta l’attesa dei patriarchi e dei profeti; più ancora, la domanda fondamentale che tormenterà l’umanità fino alla fine dei tempi. Nella terza e quarta domenica d’Avvento è ancora questione di Giovanni nel deserto. Perché? Perché il deserto non è solo la mortificazione e la penitenza, ma è ancor più il desiderio del riposo e della pace, l’ascesa verso le fonti, la visione lontana delle oasi. Il deserto è il silenzio che dà alla voce lo spazio per il suo grido; «Vox clamantis in deserto» (Mc 1,3), così si definisce il profeta: «Voce di uno che grida nel deserto». Questo clamore che si eleva da un mondo in angoscia assumerà nei giorni che precedono la Natività la forma di un richiamo impressionante: sono le Grandi Oantifone O dell’Avvento»), le antifone che la Chiesa lancia sette volte verso il Cielo come una solenne esortazione. Non potrete prepararvi meglio al grande mistero della venuta di Dio fatto uomo che rileggendo con frutto questi appelli strazianti. Leggete lentamente e tenete nella memoria queste parole gravide della meditazione dei secoli, che ci rivelano a noi stessi e ci rivelano il mistero di Dio.
Cari amici, alla ricezione di questa lettera v’immagino un po’ inquieti, oppure impreparati, all’idea del poco tempo che avete a disposizione per immergervi in questi testi; se lo faceste, mancherebbe ancora qualcosa a quel che stiamo dicendo, perché ancor più degli avvertimenti di Giovanni Battista e le profezie di Isaia, vi è proprio al cuore di questo tempo santo dell’Avvento una figura silenziosa che – anch’essa – guarda il Cielo e attende. Lei ha 14 o 15 anni, che era l’età della prima maternità in Palestina e nei Paesi del Vicino Oriente. Lei ha ricevuto lo Spirito Santo, lei è tutta pura, tutta ricolma di Dio, lei attende la promessa. Lei è proprio l’immagine della Santa Speranza, lei tiene fra le sue mani la chiave d’oro della nostra felicità, che è in noi e davanti a noi, ma che lei ci darà solo se noi le presenteremo la nostra anima da aprire. Le anime aperte alla grazia sono rare. Siamolo. È sufficiente fare un po’ di silenzio e rimanere piccini. Allora forse nascerà in noi questa qualità del desiderio che è la misura della nostra vera grandezza.
 
[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), Le mystère de  l’Avent, 2 dicembre 1990, in Benedictus. Tome III. Lettres aux oblats, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 2011, pp. 67-69, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

sabato 1 dicembre 2012

Salmodia e preghiera nella Regola di san Benedetto / terza e ultima parte

Statua di san Benedetto posta all'ingresso della Comunità
degli Eremiti della Beata Vergine del Soccorso di Minucciano
San Benedetto non perde di vista il fatto che l’ufficio non dev’essere soltanto un momento di culto, di lettura, di omaggio al Signore, ma dev’essere anche un contributo personale, uno sforzo più faticoso per salire verso Dio. Certo, la preghiera silenziosa, secondo la Regola del Maestro, durava un minuto, forse un minuto e mezzo, ed era molto importante, anche se Cassiano e Benedetto nel passo sopracitato dicano che dev’essere breve, perché non deve aprire degli spazi alla dissipazione, alle distrazioni e divagazioni, ma dev’essere assoluta attenzione a Dio. Quindi, mentre la salmodia richiede soltanto “un contegno estremamente rispettoso e uno spirito attento” e non solo di recitare i salmi con le labbra, ma di capirli e di recitarli con il cuore attento alle parole, l’orazione richiede uno sforzo ulteriore, una supplica personale, una richiesta di grazia, che quindi non è solo una lettura, una giusta interpretazione, ma una partecipazione. E all’interno di questo movimento si produce una carica spirituale che deriva dalla risposta alla grazia.
Ecco perché il contemporaneo di San Benedetto, San Cesario d’Arles, che scrive una regola per i monaci e un’altra per le monache, la prima nella storia del monachesimo scritta appositamente per le donne, paragona l’orazione personale, privata, che segue i salmi, all’aratura, al lavoro del contadino che ara. Fa addirittura un gioco delle parole “orare” e “arare”, cioè, pregare e arare, un’aratura del cuore da parte della parola di Dio, che poi produce i suoi frutti:
“A che scopo salmeggiare con fede, se dopo aver lasciato di salmeggiare si trascura di supplicare Dio? Perciò ognuno, quando ha finito di salmeggiare, preghi e supplichi il Signore con tutta umiltà affinché quello che ha pronunciato con la sua bocca ottenga con l’aiuto di Dio di eseguirlo con le sue opere”.
Si tratta di un vero e proprio dialogo, nel quale Dio ha l’iniziativa: il salmo è la parola di Dio, che deve per forza precedere quella dell’uomo, perché è stato Dio a creare l’uomo, è stato Dio ad amare per primo, ecco perché egli parla per primo. La parola di Dio è l’introduzione necessaria perché l’uomo gli risponda e subentri con la sua voce interiore.
Gli studiosi di liturgia molto spesso hanno constatato che nelle celebrazioni liturgiche si rivela un certo orrore del vuoto, per cui il silenzio, il “vuoto”, crea una certa inquietudine; ecco perché si tende a creare una continuità nella celebrazione. Mentre il silenzio, essendo più fragile, può dare adito alla distrazione. Un’altra ragione perché questa orazione è sparita può essere il fatto che i monaci hanno cominciato a concepire l’insieme del salterio come se fosse una preghiera, e questo, perché in realtà i salmi sono già di per sé un dialogo tra l’uomo e Dio, a prescindere dall’orazione personale che il monaco potrebbe aggiungere. Nei salmi a volte è Dio che parla all’uomo, a volte l’uomo che parla a Dio; la recita dei salmi è già un interscambio. Questo ha forse fatto sì che l’uomo si senta esonerato dall’intervenire con la sua orazione silenziosa. Un altro elemento che è subentrato: il Gloria alla fine dei salmi. Anticamente il Gloria si diceva solo con i salmi che erano preceduti dall’antifona; in seguito, invece, l’acclamazione del Gloria si è estesa a tutta quanta la salmodia, e si è sostituita all’orazione privata. Tuttavia, questo fenomeno rimane piuttosto inspiegabile per un autore come il de Vogüé, alla ricerca della purezza originaria di tutte le norme della Regola, e delle consuetudini monastiche.
L’autore della Regola del Maestro, che si trova davanti alla necessità di dover abbreviare l’ufficio, lo fa a scapito dell’orazione silenziosa, e quindi proprio a questo punto, alla fine del VI secolo, si assiste a questo processo, per cui l’orazione silenziosa del monaco è meno importante del salmo e del Gloria, per cui si ha il fenomeno della parola che prevale sul silenzio. Sappiamo che il silenzio è uno dei grandi strumenti ascetici dell’arte spirituale, e non soltanto nella Regola benedettina; ha un altissimo valore nell’educazione spirituale. Ma l’evoluzione storica dell’ufficio monastico ha seguito la tendenza di eliminare il silenzio, e questo fatto è avvertito dal de Vogüé come una perdita grave, soprattutto perché in questo egli legge che il profitto spirituale per la propria preghiera che l’uomo potrebbe ricavare dal salmo e dalla sua recita viene meno. Ai tempi antichi, presso gli egiziani, la salmodia, com’era organizzata, era un messaggio all’uomo, una lezione di Dio all’uomo, perché l’uomo trovasse il coraggio e la forza di rispondere a Dio e di parlargli con il cuore, direttamente, personalmente; in seguito si trasforma in qualche modo in un semplice omaggio celebrativo dell’uomo verso Dio.
Può sembrare così un processo di grande impoverimento; tuttavia, la salmodia e l’ufficiatura può rappresentare un vero arricchimento implicito, non nascosto, che è ancora viva e parlante, e accessibile all’uomo attraverso la lettura delle fonti che possono ricostituirne la qualità spirituale originaria. È un fatto molto importante quindi di pensare che la salmodia e l’ufficio divino possono essere un modo per ricevere, non solo un modo per celebrare, per rendere omaggio e per cantare, per rendere lode a Dio, ma anche per ricevere il coraggio di parlargli. Tutto questo rappresenta una delle interpretazioni dell’ufficio divino e della salmodia in San Benedetto più contemporanee, attuali; naturalmente esistono delle altre interpretazioni, altrettanto valide. Consiglio comunque il libro La Regola di San Benedetto: Commento dottrinale e spirituale di Adalbert de Vogüé (Edizioni Abbazia di Praglia, 1984), il quale, oltre a comunicare attraverso un lungo capitolo la dottrina sul senso dell’ufficio divino, sulla base dei suoi studi, si cura di riportare anche alcuni opinioni diverse sullo stesso argomento.

[Da una conferenza del 13 novembre 2000 della dr.ssa Mariella Carpinello; testo tratto dal sito Internet della Conferenza Italiana Monastica Benedettine (CIMB) www.benedettineitaliane.org / 3 - fine]

giovedì 29 novembre 2012

Salmodia e preghiera nella Regola di san Benedetto / seconda parte

Fra Mario Rusconi, fratello anziano della
Comunità degli Eremiti della Beata Vergine del Soccorso
Naturalmente questa pratica di vita dei cenobiti ed eremiti egiziani, che pregano incessantemente senza Ore di ufficio, viene considerato un rigore eccessivo ed inimitabile da monaci delle generazioni successive e anche da monaci contemporanei in altre zone geografiche. In ogni caso anche questi altri monaci tengano presente che il “Pregate incessantemente” deve essere il movente ispiratore dell’ufficio, anche là dove si celebra mediante le Ore, e che le Ore non sono altro che una sorta di pilone di ponte che passa dalla debolezza umana al compimento dell’invito di Cristo alla preghiera continua.
Abbiamo capito che nella tradizione monastica questo modo di concepire l’invito di Cristo e di tradurlo in atto è tipicamente della cultura monastica, non è qualcosa che sia corrente tra i cristiani laici, fuori dell’area dei monaci. Invece nell’ultima Cena, quando Cristo ha offerto la propria carne e il proprio sangue e dice: “Fate questo in memoria di me” – cioè, continuerete a mangiare questo pane e bere questo vino nei secoli, e lo farete in memoria di me – questo suo invito viene in qualche modo assorbito e inglobato nella celebrazione eucaristica all’interno della Chiesa, e ha assunto un aspetto istituzionale per tutti i cristiani. La preghiera delle Ore rimane qualcosa che riguarda la cultura monastica e coloro che vogliono avvicinarsi a questa cultura, ma all’inizio non era mai gestita, almeno come i monaci l’hanno intesa, dalla Chiesa.
La preghiera monastica è quindi qualcosa di profondamente privato, particolare e carismatico; e per me è un punto importante, perché il mio interesse personale per la spiritualità monastica rappresenta la ricerca di un modo per vivere il rapporto personale con Dio, che sia mio rapporto personale, oppure quello di un’altra persona, il che corrisponde alla tradizione monastica. Il senso dell’ufficio divino è che è il suo spirito originale sostiene la spiritualità anche del singolo laico che vive nel mondo, perché dà la possibilità di un rapporto più personale con Dio, essendo semplicemente un modo per rispondere all’invito di Cristo. Da una parte abbiamo in chiesa la celebrazione di un culto pubblico, e dall’altra ci sono degli uomini e delle donne consacrati a Dio, i monaci e le monache, i quali attraverso un loro sistema comunitario, una educazione in funzione di Dio, per la quale giorno per giorno scoprono come rispondere all’invito di Cristo. Parliamo ancora del monachesimo primitivo, perché è ciò che sta dietro alla Regola di San Benedetto, tuttavia, la situazione durante i secoli successivi si è molto evoluta.
I monaci di San Benedetto, coloro che per primi osservano la Regola, sono soprattutto persone che cercano di pregare senza sosta attraverso l’ufficio divino, e questo nel mondo monastico non ha di per sé un’opposizione con le altre attività; i monaci pregano in determinate ore, ma in realtà il monaco non è diviso nel suo tempo tra un’attività e l’altra, tra l’ufficio divino e il lavoro, tra l’ufficio e il pasto, tra l’ufficio e lo studio, perché il mondo in cui egli vive è profondamente omogeneo. Durante l’ufficio celebra Dio attraverso i salmi e la propria preghiera, e i salmi e la Sacra Scrittura in generale sono l’oggetto del suo studio durante la lectio divina, sono anche la lettura che egli ascolta durante i pasti, e ciò che pensa e medita durante il lavoro. In realtà, quindi, queste ore di ufficio sono i momenti alti di un’attività legata alla Scrittura che dura per tutta la giornata, e che occupa tutto il suo tempo. Essa collega le attività della giornata senza interruzione e discontinuità. Tutto il tempo è preghiera, e tutto il tempo del monaco è dedicato a Dio attraverso la sua parola.
C’è anche un antico costume monastico dell’Egitto, patria più prestigiosa della grande cultura ascetica, un costume che non valeva più ai tempi di San Benedetto, di pregare e lavorare in modo più integrato di quanto la Regola di San Benedetto e le altre regole monastiche contemporanee e successive prevedano: il monaco lavorava, in genere intrecciando canestri, un lavoro abbastanza semplice, e poteva pregare ininterrottamente, e quando andava in chiesa per le veglie notturne, poteva continuare a lavorare. Era un modo di fare forse tipicamente orientale, che poi in occidente, per motivi culturali e anche per i nostri limiti culturali, non era possibile praticare; ma nel mondo primitivo del deserto, relativamente semplice, aperto al massimo delle possibilità, i monaci durante le ore di preghiera notturna potevano pregare, recitare i salmi e intanto lavorare, in chiesa, oppure fuori all’aperto. C’era una specie di simbiosi a più livelli per questi uomini estremamente purificati spiritualmente in tutte le loro attività.
Tuttavia questa è un’età aurea che si spezza, e non è poi una visione delle cose condivisa da tutti. Per esempio Agostino negli stessi anni, quando è vescovo d’Ippona all’alba del V secolo, ai suoi monaci proibisce assolutamente di lavorare, perché teme le contaminazioni mondane dentro la Chiesa, e vuole dare a tutto l’ufficio un aspetto molto più sacro e ieratico, influenzato da una visione più clericale e meno monastico e ascetico rispetto agli egiziani.
Se abbiamo parlato fino adesso del senso spirituale anteriore dell’ufficio, senso ancora forte nel Maestro e in Benedetto, veniamo ora a parlare in particolare della salmodia. In che cosa consiste la salmodia? Anticamente l’ufficio era composto da salmi che venivano alternati ad orazioni. L’ufficio non era soltanto la recita vocale di salmi, ma dopo ogni salmo si fermava, si rispettava un attimo di silenzio e si pregava interiormente, ciascuno rispondendo dentro di sé alla parola di Dio. Non era una semplice recitazione ininterrotta dei salmi.
A cominciare da Cassiano si parla e si scrive esplicitamente di questo momento di silenzio dopo la recita di ciascun salmo; il Maestro, Cesario di Arles, un contemporaneo di San Benedetto, e anche un suo successore, il monaco irlandese Colombano, prescrivono ai loro monaci di rispettare questo momento di silenzio dopo ogni salmo. È una tradizione esistente, avvalorata, nel mondo monastico; San Benedetto, quando enumera i salmi da recitare nelle diverse occasioni, non ne parla, però è importante. Non possiamo scollegarlo dal discorso sulla preghiera incessante che abbiamo fatto: se l’ufficio delle Ore rispecchia l’invito di Cristo alla preghiera incessante, l’ufficio divino è articolato sulle due basi, sulla recita del salmo e anche sulla silenziosa risposta al salmo. E questo, perché abbiamo sottolineato che la preghiera monastica è qualcosa di personale, di carismatico, qualcosa che viene dall’io profondo, che non può essere semplicemente la gestione di una pratica, di un rito che viene ingiunto dall’esterno ma dev’essere un’espressione corale, composta, di qualcosa che scaturisce dall’interno, qualcosa di libero, di personale, che traccia il rapporto personale con Dio.
Intorno alla terza generazione della tradizione di regole monastiche, al periodo di San Benedetto e dei suoi contemporanei, questa orazione comincia a scomparire dai testi, un fatto sorprendente, data la sua importanza; tuttavia i motivi per questa scomparsa possono essere molti. Secondo l’interpretazione del padre de Vogüé, uno dei massimi studiosi della Regola di San Benedetto e delle antiche regole monastiche, il breve Capitolo 20 della RB sulla riverenza nella preghiera si riferisce piuttosto alla preghiera personale del monaco, che San Benedetto ricorda deve esistere, anche se non la inserisce esplicitamente all’interno del suo trattamento dell’ufficio. Dice San Benedetto:
“Quando ci rivolgiamo a persone autorevoli per ottenere qualcosa, osiamo farlo soltanto con atteggiamento umile e rispettoso. A maggior ragione non dobbiamo forse elevare con tutta umiltà e sincera devozione la nostra supplica a Dio, Signore dell’universo? E rendiamoci inoltre ben consapevoli che non saremo da lui esauditi per le nostre molte parole, ma per la purezza del nostro cuore e la compunzione fino alla lacrime. Breve e pura sia dunque la nostra preghiera, a meno che, sotto l’ispirazione della grazia divina, un particolare fervore ne sostenga la durata. La preghiera fatta comunitariamente però sia assolutamente breve, e, al segno di chi presiede, i fratelli si alzino tutti insieme” (RB 20).
 
[Da una conferenza del 13 novembre 2000 della dr.ssa Mariella Carpinello; testo tratto dal sito Internet della Conferenza Italiana Monastica Benedettine (CIMB) www.benedettineitaliane.org / 2 - continua]

martedì 27 novembre 2012

Salmodia e preghiera nella Regola di san Benedetto / prima parte

Parliamo di un argomento estremamente importante, centrale, per quanto riguarda la dottrina benedettina, e per quanto riguarda la Regola, per la preghiera e la salmodia.  L’ufficio divino, come si sa, ha un posto centrale nella Regola.  Studiandolo, si riesce a entrare a largo raggio all’interno della Regola in tutti i suoi aspetti: direi che è un modo di entrare per la porta principale nella dottrina benedettina.  Non perché le altre parti siano inferiori, ma perché nell’ufficio divino e nella preghiera così come San Benedetto la concepisce c’è in qualche modo l’essenza non solo dello spirito benedettino, ma di tutta la tradizione monastica.
La Regola di San Benedetto è un testo, un programma di vita monastica, che ha avuto una fortuna straordinaria non solo nella storia del monachesimo, nella storia della spiritualità e della religione,  della Chiesa, ma semplicemente nella storia stessa, nella storia dell’uomo.  Nella storia dell’uomo in relazione a Dio credo che nessun altro altrettanto breve testo religioso o spirituale abbia avuto più importanza nell’occidente. Dopo le Sacre Scritture, forse, niente è stato altrettanto importante per la spiritualità cristiana.  Tutta questa grande gloria e funzione spirituale, sociale religiosa non discende tanto da un colpo di genio che San Benedetto può aver avuto nello scrivere qualcosa di nuovo o originale.  Discende sicuramente dal fatto che è un testo ispirato da Dio.  Ma non si tratta di qualcosa di assolutamente nuovo che in qualche modo possiamo ascrivere al solo merito di San Benedetto.  Invece il suo grande pregio e autorevolezza, la sua natura di seme fertilissimo capace di fioriture inimmaginabili deriva dal fatto che è una felicissima sintesi di una cultura spirituale e un patrimonio di valori, di esperienze e di eredità monastiche che già hanno diversi secoli quando San Benedetto scrive.  Egli scrive una regola che avrà una fortuna storica e spirituale grandiosa, ma lo fa a partire da tre secoli di esperienza monastica e quasi sei secoli di esperienza cristiana.  È soltanto allora spiegabile, non nelle semplici circostanze del Lazio del VI secolo, quando il testo venne alla luce, l’importanza e il valore del testo.
Ogni passo della Regola benedettina ha una risonanza secolare che dobbiamo imparare a decifrare e a comprendere, riportandola e riconducendola alle sue fonti, alle fonti della letteratura monastica precedente, alle fonti evangeliche, alle fonti scritturali che stanno dietro.  San Benedetto indica all’inizio dei suoi capitoli gli argomenti ivi trattati e i passi scritturali ai quali si ispira e dai quali discende la sua dottrina su ciascun tema, e quindi il passo scritturale sul quale noi tutti, religiosi e laici, dobbiamo ispirare la nostra condotta dal momento in cui ci allineiamo alla Regola, tenendo conto che discende dalla Parola di Dio.  Per esempio, nel Capitolo 7,  importantissimo, sull’umiltà, San Benedetto dice: “Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11).  E così quasi sempre, per il silenzio, per l’obbedienza, per tutto ciò che riguarda ogni aspetto della vita monastica, San Benedetto cita sempre la fonte.
Per quanto riguarda quella successione di capitoli che compongono la normativa che regola l’ufficio divino, Benedetto si rifà a due versetti di un salmo importante e lunghissimo, il 118, che dice “Sette volte al giorno ti lodo” (Sal 118, 164).  L’altro versetto citato da San Benedetto è “Nel mezzo della notte io mi alzo per renderti lode” (Sal 118, 62).  Questi due versetti vengono presi per inquadrare tutte quante le ore della preghiera nella giornata monastica, e poi anche la preghiera notturna. Il numero sette offerto da San Benedetto in questo contesto fa sì che le ore della preghiera così articolate siano sacre. Tale ci appaiono nel Capitolo 16, che brevemente illustra questo elemento.
Tuttavia, questo non esaurisce il senso dell’ufficio divino, perché i monaci preghino quelle ore particolari durante la giornata.  C’è un significato ulteriore che San Benedetto non cita esplicitamente, ma che possiamo ricavare, basandoci sulla fonte più diretta di San Benedetto, la Regola del Maestro, una regola anonima, scritta circa una trentina di anni prima di quella di San Benedetto, sempre nell’Italia centrale, e che costituisce la fonte più vicina nel tempo.  Ci sono poi infinite altre che risalgono nel tempo.  Leggendo questi testi riusciamo anche a completare il significato di ciò che San Benedetto ci illustra, e in questo caso riusciamo a capire attraverso il Maestro e gli autori che lo hanno preceduto qual è il senso interiore dell’ufficio divino.  E questo senso, che già era presente nella coscienza e nell’uso dei paleocristiani, era un invito di Cristo che è riportato dal vangelo di Luca specialmente, e poi da Paolo molte volte nelle sue lettere, e suona così: i discepoli chiedono a Cristo in che modo debbano pregare, e Cristo risponde: “Pregate incessantemente” (Lc 18, 1; 21, 36).  Questo “pregate incessantemente” è il senso dell’ufficio divino in San Benedetto, ma anche nella tradizione monastica antica.  Certo, non è un invito semplice, è molto enigmatico e anche difficile da vivere, per cui fin dai primi tempi del cristianesimo, quando si era costituito in forma di pensiero, nella patristica e anche al livello di esperienza delle prime comunità cristiane, gli autori antichi spirituali cristiani hanno cercato di dare a questo invito una soluzione: in che modo pregare incessantemente.  Se ne occupano specialmente Tertulliano, Cipriano e Origene  nei loro trattati sull’orazione.  Tertulliano se ne occupa in maniera più direttamente espressa nel suo De oratione, nei Capitoli 24-26.
Ora, i cristiani fin dall’inizio, siano i monaci che i laici, hanno tenuto ben presente che questo invito di Cristo è difatti l’unico precetto che egli ha dato in materia di preghiera, al di là del Padre nostro, che ha insegnato espressamente, e che è una formula già stabilita.  Ma sul come pregare, nel senso più vasto e esteso, questo è l’unica indicazione che Cristo ha dato.  Quando è nato il movimento monastico, lo sforzo di pregare incessantemente è stato tradotto in una tradizione che ha fissato momenti determinati.  Data l’umana debolezza, è impossibile praticamente tenere costantemente la nostra attenzione rivolta verso Dio, quindi sempre in un atteggiamento di preghiera, si sono fissate delle “Ore” quando questo nostro dovere viene richiamato all’ordine, in maniera più forte e obbligata, e la successione di queste “Ore” crea in qualche modo un senso di continuità, di una preghiera incessante.  Naturalmente, rispetto all’ideale alto di pregare sempre, questi momenti sono come dei punti su una linea infinita, e non offrono una perfetta continuità, e vengono disprezzati da alcuni autori, come per esempio Clemente Alessandrino, perché dal suo punto di vista, l’uomo che veramente ama e vuole raggiungere la perfezione deve pregare sempre e ovunque, e non distogliere mai la propria attenzione da Dio.
Questo è ovviamente una questione di una grande altezza utopica non facilmente realizzabile, ma tuttavia non vuole dire che la preghiera incessante non sia sempre sentita con grandissima forza, come una grande sfida alla debolezza umana e quindi qualcosa che deve suscitare l’eroismo nel monaco. Quando si era conclusa la stagione dei martiri e delle cruente persecuzioni, è nato il movimento monastico, i cristiani più ferventi hanno interpretato questo passaggio di epoca come una grande possibilità della preghiera incessante.  La nuova pace religiosa è stata inaugurata da Costantino e l’era dei deserti si è aperta, la stagione dell’anacoresi e del cenobitismo nei deserti, e finalmente la preghiera incessante poteva essere coltivata con più continuità e dedizione.  Di questo parla specialmente un autore affascinante, Giovanni Cassiano, che, a mio avviso, dovrebbe godere di un apprezzamento maggiore di quello che fino ad oggi ha avuto; è uno dei maggiori autori spirituali nella storia monastica, soprattutto perché ha viaggiato lungamente e sperimentato la vita tra i monaci orientali ai primordi, tra il secolo IV e V, e nelle sue Istituzioni cenobitiche racconta di questi monaci ferventi, che si radunano al mattino e alla sera per pregare, ma trascorrono tutta la giornata senza uffici.  Non perché non preghino, ma al contrario, perché pregano di continuo interiormente; hanno un fervore talmente alto, talmente perfetto da poter veramente dedicare tutto il loro tempo a Dio, senza distrazione.  E Giovanni Cassiano ci descrive questi eroici gloriosi padri, che gli rappresentano dei grandi modelli da seguire, o perlomeno da tener presente, anche in circostanze diverse, come ne scrive nelle Istituzioni, Capitolo III, paragrafo 2.
 
[Da una conferenza del 13 novembre 2000 della dr.ssa Mariella Carpinello; testo tratto dal sito Internet della Conferenza Italiana Monastica Benedettine (CIMB) www.benedettineitaliane.org / 1 - continua]

mercoledì 21 novembre 2012

Tre frati ribelli

M. Raymond, Tre frati ribelli. Storia e avventura dei fondatori dei monaci bianchi, 2a ed. it., Edizioni San Paolo, Milano 2011, pp. 304.
 
Sullo sfondo delle crociate, nella gloria trionfante della cavalleria, si stagliano le figure di tre eroi dello spirito, cavalieri di Dio, che diedero vita a uno dei movimenti più fecondi conosciuti nella storia della Chiesa: il monachesimo cistercense.  San Roberto di Molesme (c. 1028-1111), fedele e ribelle; sant’Alberico di Cîteaux (?-1108), umile e radicale; santo Stefano Harding (1059-1134), razionalista e inflessibilmente leale: sono questi i padri dei “monaci bianchi”, cistercensi e trappisti, che applicarono in tutto il suo rigore la Regola di san Benedetto e combatterono la loro battaglia spirituale con l’arma dell’amore, la corazza della povertà, lo scudo della semplicità e della solitudine. La loro intensa esperienza spirituale rivive in queste pagine, dove la biografia si sposa con il romanzo. In uno stile inconfondibile, l’autore – monaco trappista dell’abbazia statunitense Our Lady of Gethsemani – offre la possibilità di conoscere le radici di questo fenomeno e di scoprire il senso e la missione dei monaci “silenziosi”, che a più di un millennio di distanza, fanno rivivere sotto i nostri occhi l’entusiasmo e l’impegno dei loro fondatori. “Io chiamerei – scrive l’autore – questo libro un ‘romanzo agiografico’ o anche un ‘romanzo storico’; ma non accusatemi di scrivere una storia fittizia quando drammatizzo un fatto. Ciò che è fuori discussione è che sono fatti quelli che io drammatizzo. Meglio che ho potuto, ho separato la leggenda dalla storia, prima di collocare i fatti reali in questo racconto”.
 
 
 
 

lunedì 19 novembre 2012

Un mistero senza fine

Ecco che d’un tratto l’idea di liturgia presenta un contenuto di una ricchezza inaudita: non si tratterà più di un atto religioso sociale, che esprime la volontà sacrificale di un popolo o di una città, ma di questo mistero senza fine nel quale gli angeli desiderano fissare il loro sguardo (1 Pt 1,1-12): l’unione nuziale di Cristo e della Chiesa, l’azione del Verbo che prende l’umanità e la solleva sopra sé stessa per mezzo del suo sacrificio, dramma redentore avente per fine l’attirare à sé tutte le cose, quelle che sono in cielo e quelle che sono sulla terra, sotto l’influsso regale e sacerdotale del Figlio prediletto, per far esplodere la lode di gloria per la sua grazia (Ef 1,1-14). Ecco ciò che rappresenta per noi l’azione liturgica. Essa accoglie in sé tutto il mistero di Cristo; veicola fino a noi, in modo non cruento, sotto l’apparenza del pane e del vino, il dramma sacrificale e trionfale di Cristo, Sacerdote e Re. È per questo che tale azione si circonda di tanta solennità; per cui una Messa bassa, non comunitaria e non cantata, sarebbe stata percepita come anomala per le prime generazioni cristiane, talmente era vivo nel cuore di quella comunità il sentimento di partecipazione al mistero nel quale si consuma vittoriosamente la storia della salvezza, sotto il segno delle Nozze dell’Agnello.
Ai loro occhi era una realtà così grande, così ineffabile, che il vocabolario cristiano non possedeva parole adeguate per descrivere l’azione liturgica. Il contenuto di quest’azione, di una ricchezza quasi infinita, lo si designava con una sola parola: mysteria, al neutro plurale, o sacramenta, che ha esattamente il medesimo significato, o meglio ancora sacro sancta. La Messa e il mondo sacramentale che ne derivava costituivano la più alta espressione della vita cristiana.
Riteniamo che il sentimento di partecipazione all’unione del cielo e della terra – «O vere beata nox, in qua terrenis caelestia, humanis divina coniunguntur!», «O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore!» (Exsultet della Veglia pasquale nella notte santa) – e al culto di questa Gerusalemme celeste, di cui i profeti annunciavano la magnificenza, fu l’elemento decisivo che suscitò nell’anima dei primi cristiani la generosità al martirio come pure la lieta visione dell’eternità trovandosi di fronte alla tragica imminenza delle persecuzioni.
Così, fino alla fine del mondo, l'anima cristiana troverà nella liturgia questa fonte di vita alla quale si sono abbeverati i nostri avi, e la visione che conservava nella loro attesa. Forse, la scuola liturgica è la sola capace, oggi come ai tempi della Chiesa primitiva, di sollevare la cappa di piombo del nostro mondo materialista e d'infondergli di nuovo il gusto della vita eterna.

[Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La santa liturgia, trad. it., Nova Millennium Romae, Roma 2011, pp. 37-39]

venerdì 16 novembre 2012

L’anima di ogni apostolato

«Una casa senza biblioteca è come una fortezza senza armeria»
(da un antico detto monastico)
 
Dom Jean-Baptiste Chautard O.C.S.O. (1858-1935), L’anima di ogni apostolato, reprint dell’8a edizione (Paoline 1958), pp. 311
 
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Dopo il Trattato della vera devozione alla Ss.ma Vergine, scritto da san Luigi Grignion di Monfort, un altro libro che diede un inestimabile beneficio alla mia vita spirituale e alla mia vocazione contro-rivoluzionaria fu L’anima di ogni apostolato, scritto dal celebre abate trappista dom Chautard.
Nato in un paesello di una regione montagnosa della Francia, questo insigne uomo di Dio sentì risuonare precocemente nel suo intimo il richiamo della Trappa. Avendo abbracciato la vita religiosa, divenne non soltanto un monaco esemplare, ma anche un ardito e vittorioso combattente per la causa cattolica, perseguitata dall’anticlericalismo francese all’inizio del nostro secolo.
Dom Chautard visse durante il pontificato di San Pio X, quando il progresso tecnico e industriale del mondo contemporaneo cominciava a dare grandi prove di sé. Ai suoi fautori, tale progresso appariva come antitetico alla Chiesa tradizionale, la quale sembrava lenta, impolverata dal passato, radicata nei suoi dogmi e nei suoi immutabili princìpi morali: una Chiesa, quindi, che pian piano veniva trascurata da tutte le persone che s’inebriavano di modernità.
Questa ebbrezza recava, di conseguenza, un grave rilassamento spirituale, provocando non poche apostasie. Per affrontare questa decadenza religiosa, molti sacerdoti zelanti incominciarono a fondare quelle che si chiamarono “opere pie”, cioè cattoliche. Erano luoghi in cui i giovani potevano riunirsi senza mettere a rischio la loro vita spirituale; in cui, a fianco di sani svaghi, ricevevano lezioni di catechismo ed erano formati nella conoscenza della dottrina cattolica.
Queste opere evitarono che innumerevoli giovani cadessero sotto le grinfie del male. Fu senza dubbio un frutto abbastanza prezioso... ma insufficiente. Occorreva conquistare nuove anime alla Chiesa, il che non avveniva. Rappresentava, dunque, uno sforzo colossale che però produceva un risultato esiguo.
“O cerco di santificarmi, o non sarò che un pagliaccio”.
Profondo osservatore delle cose, dom Chautard mise allora il suo vigoroso dito nella piaga e scrisse il libro L’anima di ogni apostolato. Il titolo rivela già una grande verità: esiste dunque un apostolato senz’anima, poiché se esiste un’anima di ogni apostolato vuol dire che quest’ultimo può essere fatto con essa o senza di essa. Dom Chautard dimostrerà, appunto, che l’apostolato delle “opere pie” non otteneva migliori frutti proprio perché non aveva anima.
Qual è, dunque, quest’anima di ogni apostolato? La risposta a questa domanda m’interessava moltissimo. Infatti, desiderando realizzare la Contro-Rivoluzione, un’opera eminentemente apostolica, volevo invitare ed attirare a questo ideale i giovani del mio tempo. Notavo però la relativa inutilità degli sforzi che, a questo fine, si facevano intorno a me. Donde il mio immenso interesse nel prender conoscenza della dottrina esposta dall’abate trappista.
Secondo dom Chautard, la sostanza dell’apostolato sta nel fatto che l’apostolo sviluppi nella sua anima, in grado superlativo, la grazia di Dio e la trasmetta agli altri. Quando qualcuno possiede in sé, in modo intenso ed abbondante, la vita della grazia, l’azione di Dio si fa sentire – persino involontariamente – attraverso questa persona, su coloro ch’essa vuole conquistare. Nelle loro anime, tale azione produce quindi frutti spirituali analoghi a quelli che ha prodotto nell’anima dell’apostolo. Così, l’apostolato sarà fecondo quando il suo strumento umano godrà di una elevata partecipazione alla grazia divina; sarà invece sterile quando questa partecipazione sarà insufficiente.
Dom Chautard insiste però nel dire che, per il pieno successo, non basta che l’apostolo viva nel semplice stato di grazia; occorre ch’egli lo abbia con sovrabbondanza, affinché i doni celesti trabocchino dalla sua anima a quelle dei suoi discepoli.
Questa dottrina, dom Chautard la dimostra con una ricchezza di argomenti inoppugnabili, illustrandoli con diversi esempi che egli colse dalle sue polemiche apostoliche.
Dinanzi a questo luminoso insegnamento, io mi posi il problema: “Quel che dice è perfetto e tutti questi argomenti valgono pure per il mio apostolato. Quindi, o io cerco di santificarmi, o non sarò che un pagliaccio. Trascorrere una vita spensierata, piacevole, senza sofferenze, illudendomi di realizzare nel mondo le trasformazioni che desidero, è pura fantasticheria! Non otterrò nulla, perché non avrò il grado di fervore necessario. Dunque, per concretizzare le mie aspirazioni, bisogna che io miri... alla santità!”.
“Senza il libro di Dom Chautard, io avrei perduto la mia anima”.
Esponendo la sua dottrina, dom Chautard indica come grandi indizi della santità specialmente la purezza e un’altra virtù, verso la quale avevo una certa incomprensione: l’umiltà. Benché io sapessi che si trattava di una caratteristica cristiana, e sebbene avessi letto nei Vangeli che Nostro Signore fosse stato infinitamente umile nella sua vita terrena, le persone che mi erano indicate come modelli di umiltà mi sembravano caricature di questa virtù. Provavo quindi difficoltà nel capirla.
Questo problema si risolse con la lettura dell’opera di dom Chautard, la quale mi fece capire che l’umiltà è, fondamentalmente, la virtù per cui non cerchiamo di attribuire a noi stessi quel che appartiene a Dio. Quindi, se nel fare apostolato convertiamo qualcuno, dobbiamo ammettere che non siamo stati noi ad averlo fatto, bensì Nostro Signore Gesù Cristo, servendosi di noi. Un uomo può quindi essere un ottimo predicatore, un esimio oratore, un eccellente catechista, eccetera; ma egli non convertirebbe nessuno, se Dio non gli concedesse la sua grazia al riguardo.
Da un’altra prospettiva, dom Chautard mette in rilievo che ogni uomo dev’essere umile nei confronti della persona che ha il diritto di comandargli; ha quindi l’obbligo di compiacersi nell’ubbidire al suo superiore, con rispetto, amore e sottomissione. Tutte queste disposizioni d’animo conducono alla santità, la quale costituisce il cuore del completo successo di ogni apostolato.
Nella lotta quotidiana in cerca di questa perfezione, il libro di dom Chautard fu per me un preziosissimo aiuto. Senza di esso, io avrei semplicemente perduto la mia anima, per esempio quando fui eletto deputato federale. Infatti, a 24 anni, essere il parlamentare più giovane e più votato del Brasile, sul quale in quel momento erano puntati tutti gli occhi di tutti gli ambienti cattolici del Paese, poteva indurmi facilmente all’autocelebrazione, a pensieri di vanità: “Che gigante sono! Essere già riuscito, così giovane, ad impormi a tante migliaia di elettori! Che intelletto straordinario il mio!”, eccetera.
Il risultato sarebbe stato inebriarmi di me stesso; e quando mi fossi trovato di fronte all’alternativa – o apostatare o rinunciare alla rielezione – avrei scelto l’apostasia. Allora, fu grazie agli insegnamenti di dom Chautard che potei mantenermi fedele in quella delicata fase della mia vocazione.
“Mai consentire a un moto di ebbrezza di sé, per quanto piccolo sia”.
A questo proposito, mi ricordo di un episodio molto significativo che mi capitò in un giorno solenne all’Assemblea Costituente, insediata in quei tempi a Rio de Janeiro, nel Palazzo Tiradentes. Le automobili che portavano i deputati dovevano passare davanti a una fila di soldati schierata lungo la via che conduceva all’entrata dell’edificio. Quando l’automobile in cui mi trovavo – da solo, in frac e cilindro – apparve all’inizio della via, un ufficiale diede ordine di presentare le armi. Lentamente, la mia vettura passò in mezzo a quei soldati con le armi alzate. In quel momento, provai una tendenza a inebriarmi di quell’omaggio, perché sono sempre stato un grande ammiratore degli onori militari, ritenendoli i più adatti a celebrare la grandezza di un uomo. Mi sentii inclinato a compiacermi di essere fatto oggetto di quegli onori... Nello stesso momento, però, la grazia risvegliò nella mia anima questo pensiero: “E dom Chautard?...”.
Allora riflettei: “Devo reprimere immediatamente questo moto d’animo, non guardare il plotone che mi sta presentando le armi e chiedere aiuto alla Madonna”. Immediatamente deviai lo sguardo verso il lato opposto, facendo il proposito di ignorare qualsiasi onorificenza, purché non andasse a danno alla causa cattolica.
Ritengo che molti giovani, trovandosi in situazioni analoghe, se non avranno letto L’anima di ogni apostolato, si troveranno in grave rischio di perdersi, cedendo alla vanità. In questa materia è necessario essere meticolosi e non consentire mai a un moto di ebbrezza di sé, per quanto piccolo sia. Così, quando ci elogiano, ci applaudono o riconoscono in noi qualche qualità, dobbiamo sforzarci di non badare a queste lodi. Cerchiamo di essere umili con naturalezza, senza falsa modestia e senza arroganza. Però con un timore maggiore di diventare orgogliosi che artificiosamente umili: questi infatti godono di attenuanti e potrebbero quindi arrivare in Cielo; ma i vanitosi troverebbero chiuse le soglie della beatitudine eterna... Ecco alcune preziose lezioni che ho tratto dalla lettura dell’ammirevole opera di dom Chautard.
 
Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995)
 
[estratto di una conferenza tenuta dinanzi a giovani cooperatori della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà, di cui Plinio Corrêa de Oliveira è stato il fondatore e presidente]